COSA PERMETTE e GIUSTIFICA la SERVITÙ VOLONTARIA? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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COSA PERMETTE e GIUSTIFICA la SERVITÙ VOLONTARIA? da IL MANIFESTO

Quando la finzione è integrata e il «pubblico» non è un «popolo»

INDAGINI. Il saggio «Società della merce» di Alessandro Simoncini, pubblicato da Mimesis

Mario Pezzella  04/05/2022

Il libro Società della merce, spettacolo e biopolitica neoliberale di Alessandro Simoncini (Mimesis, pp. 310, euro 25) cerca di dare una risposta attuale a una domanda antica: cosa permette e giustifica la servitù volontaria? Quali sono i meccanismi e i dispositivi con cui il desiderio viene oggi preformato e orientato verso l’obbedienza e il consumo, disinnescando ogni volontà di conflitto e di antagonismo? Per rispondere a questa domanda Simoncini mobilita saperi diversi (la filosofia politica, l’estetica del cinema, la psicoanalisi lacaniana) e autori decisivi per il pensiero critico del ’900 (tra gli altri Benjamin, Baudrillard, Pasolini). Una particolare rilevanza continua ad avere per lui il concetto di società dello spettacolo di Guy Debord, perché permette di individuare il momento germinale che porta alla costituzione di spettatori passivi, confinati in una attitudine contemplativa; e disposti alla visione di fatti ed eventi traumatici, ridotti a immagini spettacolari, di cui diviene molto difficile affermare verità o falsità.

APPARENTEMENTE questa passività sembrerebbe oggi superata dall’intensa iperattività permessa e anzi richiesta dalla rete. L’autore dedica alcune delle pagine più interessanti del libro a dimostrare come in realtà questo sia un «falso movimento», messo fin dall’inizio al servizio della formazione di una soggettività spettrale e disposta all’obbedienza. La rete porta a termine quella che Franco Fortini definì l’«amara vittoria del surrealismo», in cui tutte le conquiste linguistiche e l’immaginario delle avanguardie del Novecento vengono sviati verso la celebrazione e la fantasmagoria delle merci. Il nuovo «discorso del capitalista», come ebbe a definirlo Lacan, conduce all’ingiunzione continua di un «godimento dell’idiota», nell’incessante inseguimento di una serie di oggetti petit a, in cui ogni volta si incarna per un attimo il desiderio perverso della merce: «La coazione a godere non funziona solo come un imperativo ma anche come richiesta attiva di partecipazione… È dentro questo dispositivo che il capitale mette al lavoro il desiderio orientandolo feticisticamente sulla merce, la quale espunge il negativo e reitera una promessa di godimento destinata a essere essenzialmente delusa».
Si crea in questo modo un «inconscio sociale», la cui tonalità affettiva fondamentale oscilla in modo schizoide tra l’euforia feticista e la depressione malinconica, l’esaltazione dell’imprenditore di se stesso e il lutto del fallimento, il debito e la colpa. Questa forma di servitù volontaria non è dunque semplicemente passiva, ma richiede l’adesione attiva del soggetto, finché la lacerazione sempre più intensa che divide e distrugge la sua psiche gli permette di stare in piedi e di sopravvivere.

DI QUESTE ESISTENZE LARVALI prodotte dal capitalismo Pasolini ha descritto l’impietosa allegoria, soprattutto in Petrolio e nel Salò-Sade, a cui Simoncini dedica un’analisi attenta e non convenzionale: «Sono gli imitatori dei Modelli, i consumatori di ogni merce-merda, gli spettatori abbagliati dalle idiozie televisive, gli elettori democratici, i cittadini liberi e moderni», i non-morti che non possono definirsi vivi, i corpi e le menti divenuti nutrimento dell’astratto vampirismo del capitale. Di questo «pubblico» che non è un «popolo», Simoncini traccia una genealogia che parte dalle esposizioni universali del secondo Ottocento (partendo da alcune osservazioni di Benjamin) fino all’attuale sperdimento nella rete, sempre ponendo al centro la merce come «fenomeno originante» o come apriori storico che modula le varianti delle soggettività dominate dal capitale.
Queste analisi conducono poi alla parte finale del libro, quella più propriamente politica, dove vengono considerati alcuni aspetti del neoliberismo e della sua crisi attuale. Dopo aver riconsiderato il concetto di biopotere in Foucault e il suo intreccio col potere disciplinare, Simoncini analizza il ruolo dello Stato nel contesto neoliberista, che non è affatto secondario o di semplice supporto ma invece intensamente produttivo delle condizioni che permettono al mercato capitalista di funzionare pienamente e di sviluppare la sua natura competitiva. In tal modo si crea quel regime politico ibrido che da alcuni è stato chiamato di postdemocrazia, e che ha più d’un tratto in comune con lo spettacolare integrato di Debord.

NEL CORSO di questo processo avviene una apocalisse lenta della democrazia rappresentativa, che palesa sempre più la sua natura di simulacro (come affermava Baudrillard) o di finzione spettacolare (Debord) e, in ultima analisi, la sua «natura oligarchica»; mentre il neoliberismo non si limita a decretare il trionfo del mercato ma produce una generale «sussunzione vitale» che si aggiunge a quella «formale» e a quella «reale», già analizzate da Marx.
Il neoliberismo non è dunque solo un meccanismo economico, ma un «dispositivo simbolico di assoggettamento», che si fonda sul potente fantasma di un individuo attivo e indipendente, e in realtà disposto a una servitù volontaria sostanziale. Nel suo insieme, il libro si propone di smascherare questa contraddizione: questo dovrebbe essere il compito preliminare di ogni pensiero critico.

Emergenza e crisi, lo Stato come una piazza neoliberale

SCAFFALE. «Welfare. Attualità e prospettive», un volume a più voci a cura di Chiara Giorgi, che sarà presentato oggi alle 17,30, presso Villa Mirafiori a Roma

Roberto Ciccarelli  04/05/2022

Una delle illusioni lasciate dalla prima quarantena per rallentare il contagio del Covid nel 2020 è che lo «Stato sociale» avrebbe recuperato una centralità negata dalle politiche neoliberali. Questa credenza è stata indotta da un equivoco indotto dall’eccezionale uso della spesa pubblica per contenere gli effetti provocati dalle chiusure delle attività produttive e sociali e dall’emergenza sanitaria amplificata dai tagli avvenuti negli ultimi vent’anni ai danni delle strutture ospedaliere o della medicina territoriale. Così non è stato, com’è evidente nel 2022.

I BONUS, GLI INCENTIVI e altri aiuti per contrastare disoccupazione o povertà sono stati ispirati a un modello di welfare senza uno Stato sociale. Alla pandemia non si è risposto con un piano organico capace di rovesciare la politica neoliberale che ha trasformato le istituzioni in «quasi mercati», ma con un welfare conservatore che riprodurrà l’ingiustizia nel secondo tempo della crisi latente e rafforzata dalla guerra della Russia in Ucraina. Questo modello di spesa sociale avrebbe potuto essere appoggiato da qualsiasi neoliberale sulla piazza: emergenziale e a termine, in attesa che la «crescita» ritorni mentre in realtà ci siamo avviati verso una «stagflazione». Un altro episodio della serie, triste e feroce, del «libero mercato».

PER ORIENTARSI in questa intricata vicenda della crisi dello Stato sociale, e delle sue attuali condizioni, leggiamo il volume curato da Chiara Giorgi Welfare. Attualità e prospettive (Carocci, pp. 325, euro 32) che raccoglie i contributi, tra gli altri, di Roberto Artoni, Chiara Saraceno, Ugo Ascoli, Elena Granaglia, Alisa Del Re, Nicoletta Dentico, Costanzo Ranci, Gianfranco Viesti e Domenico Cersosismo, Maurizio Franzini, Michele Raitano, Enrico Puccini (il volume sarà presentato oggi, ore 17,30 da Nadia Urbinati, Andrea Ciarini e Andrea Morniroli a Villa Mirafiori, a Roma, link per partecipare online: meet.google.com/oyg-cdwq-oij).

DAL PUNTO DI VISTA macroeconomico, delle politiche occupazionali e previdenziali, sanitarie e dell’istruzione, della casa o dell’immigrazione lo Stato sociale è sottoposto a una severa, e giusta, diagnosi. L’analisi evidenzia il fatto che questo sistema è il risultato di una contraddizione: non è certamente incline a espandere i servizi pubblici perché li appalta ai privati o al Terzo settore. Invece di procedere con riforme strutturali universalistiche si moltiplicano incentivi individuali e categoriali, mentre il paese è diviso da un endemico dualismo territoriale (Nord-Sud) e classista. Tanto più aumentano le crisi capitalistiche (2007-2008; 2020; 2022), tanto più si rafforza il Welfare arlecchino italiano: un sistema a dir poco disfunzionale che amplifica le disuguaglianze crescenti. Negli ultimi 15 anni questa situazione è drasticamente peggiorata. Le aspettative artificialmente indotte dalla tecnocrazia nel cosiddetto «piano di ripresa e resilienza» (Pnrr) provocheranno presto nuove delusioni. E nuove crisi politiche.

IL WELFARE resta un oggetto di un conflitto politico, lì dove può strutturarsi una prima, vera, trincea contro le politiche neoliberali che hanno trasformato lo Stato sociale in uno Stato imprenditore del capitale umano. Va reimmaginato, partendo dalla rottura con i tratti paternalisti, burocratici, disciplinari, familisti, aziendalisti e particolaristici.
C’è bisogno di una nuova visione del «servizio pubblico» ispirata alla centralità della riproduzione e della socializzazione della cura, un reddito universale di base; un salario minimo e contrattazione sindacale; accesso alle tutele e garanzie sociali in base alla residenza e non alla cittadinanza; modelli di gestione democratica e partecipativa, di sperimentazioni dal basso. Il catalogo è lungo, ma questo è solo l’inizio.

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