CONTANO PIÙ I CANNONI DEI BAMBINI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONTANO PIÙ I CANNONI DEI BAMBINI da IL MANIFESTO

Contano più i cannoni dei bambini

CRISI UCRAINA. Portiamo la spesa militare a 38 miliardi e i bimbi in fuga dalla guerra li parcheggiamo nelle nostre classi senza uno psicologo, un mediatore linguistico o un insegnante in più

Giuseppe Caliceti  22/04/2022

Ogni docente della scuola pubblica italiana non può che essere felice dell’arrivo nella propria classe di uno o più bambini ucraini. Ne ho già visti alcuni anche nella mia scuola: silenziosi e sorridenti. Belli, come tutti i bambini e le bambine.

Fanno parte dell’esercito dei 16.000 bambini ucraini arrivati in queste settimane in Italia, in maggioranza tra i 4 e i 12 anni.

Magari domani mattina ce ne saranno due, quattro, dieci o cento anche nella mia classe. Ne sarei felice, giuro. Anche se oggi nella mia classe ci sono già 26 alunni tra cui bambini con disabilità, stranieri o bambini difficili, come si diceva una volta, cioè bisognosi di aiuto: insomma, una classe pollaio – quando ho iniziato a insegnare avevo classi di dodici, quattordici diciotto bambini al massimo.

Non importa. Oggi vorrei comunque avere un’aula grande come una città e una classe di mille bambini, pur di allontanare ogni bambino dalla guerra. Come ogni docente italiano.

Poi, però, sento che, in pochi giorni, il mio governo ha aumentato di due miliardi le spese militari mentre il denaro per la nostra scuola pubblica è sempre meno, dal 2000 a oggi. Anche con la pandemia o con la guerra, niente. Il denaro investito sulla scuola pubblica diminuisce, non aumenta. Siamo tra i peggiori d’Europa. Quasi orgogliosamente, sembra.

Dunque, l’Italia ha portato la sua spesa militare dagli attuali 25 miliardi di euro a 38, ovvero 104 milioni al giorno. Per dare un senso a questa cifra, 38 miliardi è circa la metà di quanto l’Italia spende per l’istruzione e un terzo di quanto spende per la sanità. Insomma, l’Italia spende in istruzione meno degli altri grandi Paesi Ue, sia in rapporto al Pil che alla spesa pubblica totale. Non solo, l’industria bellica italiana è nella top ten del mercato mondiale.

Dunque? Consolarsi pensando che, almeno, non mettiamo ancora le armi direttamente in mano ai bambini ucraini e, invece, li facciamo entrare nelle nostre aule per tenerli lontano dalla guerra? Troppo poco? Sì. Almeno leggendo alla nostra Costituzione quando parla di guerra e di scuola.

Ammettiamolo: anche se il cuore della scuola italiana – che è poi quello dei docenti, è grande come il mondo, – fa sorridere sentire alcuni politici, ministri o dirigenti scolastici che a scuola, oggi, con questi bambini, dicono che si sta facendo accoglienza, inserimento, integrazione, ospitandoli in classi-pollaio già in enorme sofferenza da anni e anni e senza nessun vero aiuto.

Semplicemente, si siedono insieme ai nostri bambini e a docenti (stremati, i docenti) in attesa che arrivi la ricreazione per giocare. O poco più. E questo nonostante ogni docente si faccia in quattro per dare loro qualcosa di più che Stato o comuni o ministero all’istruzione possano dare.

Ti chiedi: di questo bambino si sa che suo padre è al fronte, magari avrà visto morire qualche familiare? Non avrebbero bisogno anche di uno psicologo? Non ci vorrebbe un mediatore linguistico e culturale? Un educatore o un insegnante in più? Qualcosa? No-o? Solo la buona volontà dei docenti?

Qualche aiuto, forse, dice il ministro, arriverà dal prossimo anno scolastico; per questo, ormai alla fine, scuole e docenti si arrangino come riescono. Come sempre. Da anni. Troppi anni. Decenni.

Qualcuno, addirittura, sottovoce, aggiunge: «Anche se stanno in aula con gli altri senza capire o fare molto, va bene ugualmente». Te lo dicono perché tu, come educatore, ti senta sollevato. Ottengono l’effetto contrario. Che tristezza! Specie per i docenti. Quanta ipocrisia.

Ci interessano più i cannoni che i bambini, come ci dice chiaramente il denaro investito su questi e su quelli.

Scuola, la contro-riforma firmata Draghi-Bianchi

IL CASO. Senza un vero confronto, né con il Parlamento, né con i sindacati il governo ha approvato un decreto che cambia in maniera significativa la carriera degli insegnanti e il reclutamento dei nuovi docenti senza nemmeno risolvere il problema del precariato strutturale nella scuola. La protesta dei sindacati, malumori tra alcuni partiti della maxi-maggioranza draghiana, salvo il Pd

Roberto Ciccarelli  22/04/2022

Dopo il taglio alla scuola, dal 4,5% del Pil al 3,5% previsto nel prossimo triennio nel Documento di Economia e Finanza (Def), la «consegna» degli Istituti tecnici superiori alle imprese con il Piano di «ripresa e resilienza» (Pnrr) che stanzia 1,5 miliardi per sviluppare gli Istituti Tecnici Superiori, il governo Draghi ha aggiunto un altro tassello.

Stando alle bozze circolate il «pacchetto-scuola» con la riforma del reclutamento e della formazione degli insegnanti, approvato ieri dal consiglio dei ministri nell’ambito del decreto per accelerare la realizzazione del «Pnrr», prevede che lo sviluppo della carriera degli insegnanti non sarà più legato all’anzianità di servizio ma al pilastro neoliberale per eccellenza: la formazione continua, alla valutazione fatta ogni 4 anni da una commissione integrato da un ispettore tecnico o da un dirigente di un’altra scuola. Lo «scatto» stipendiale, sempre che ci siano le risorse o non siano bloccate da qualche «austerità», dipenderà dal superamento di una verifica che assoggetterà la vita dell’insegnante al controllo. Ciò comporterà, tra l’altro, la sostituzione del contratto nazionale di lavoro con il sistema della competizione, della valutazione e della messa in prova permanente. Il braccio esecutivo di questa nuova riforma profonda dovrebbe essere una «scuola di alta formazione dell’istruzione» i cui membri dovrebbero svolgere verifiche intermedie annuali e quelle finali sulla base di una relazione presentata dal docente. Questa aggressiva strategia, in corso da quando è iniziata la contro-rivoluzione neoliberale, nega il valore del contratto, abbatte i salari già modesti e li vincola alla «produttività» decisa da un dirigente-manager-padrone.

Capitolo riforma del reclutamento dei nuovi docenti. Stando alle indiscrezioni il concorso diventerebbe formula unica di reclutamento del personale scolastico, con differenze tra neolaureati e docenti precari. Previsti crediti formativi ai fini dell’abilitazione, un classico dell’università e della formazione neoliberali. Si tratta di un percorso ad ostacoli per raggiungere prima 60 crediti per i neolaureati, acquisibili anche in un corso della laurea magistrale, finalizzati all’abilitazione (tramite prova abilitante) cui seguirebbe, in vista dell’immissione in ruolo, il concorso, sempre che non ci sia da aspettarlo anni.

Al concorso potranno accedere anche i precari che abbiano svolto servizio presso le istituzioni scolastiche statali per almeno 3 anni, negli ultimi cinque. È prevista una norma transitoria e fino alla fine del 2024 sono comunque ammessi al concorso coloro che abbiano conseguito almeno 30 crediti formativi universitari o accademici del percorso universitario. «Siamo sempre stati favorevoli al rafforzamento della formazione in ingresso – osserva Manuela Pascarella, responsabile precari e reclutamento della Flc Cgil – quindi l’idea di una formazione specifica ci vede favorevole. Ma così dopo aver speso denaro e tempi, gli abilitati faranno un altro concorso a quiz per entrare in ruolo. Sembra si voglia costituire un albo professionale. E non si affronta il tema del precariato»

«È possibile che un piano di questa portata sia definito per decreto, senza un vero confronto, né con il Parlamento, né con noi? – si chiedono Flc Cgil, Cisl e Uil Scuola, Snals e Gilda – Servono risorse e i salari vanno ricondotti alla contrattazione». Ieri la decisione di Draghi e del ministro dell’Istruzione Bianchi ha prodotto malumori nella maggioranza. I membri della Commissione Istruzione del Senato hanno deciso di disertare un incontro con quest’ultimo. I senatori della Commissione Istruzione non si sono presentati, perché «coinvolti solo all’ultimo», come ha spiegato il responsabile istruzione della Lega, Mario Pittoni. Presenti invece i capigruppo della Commissione Istruzione della Camera

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