CLIMA, AMBIENTE, SALUTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CLIMA, AMBIENTE, SALUTE da IL MANIFESTO

L’industria fossile nuoce gravemente alla salute

 

Federico Spadoni    07.10.2021

Già da molti anni l’Unione europea ha vietato le pubblicità e le sponsorizzazioni da parte dell’industria del tabacco, riconoscendo che costituiscono una minaccia per la salute delle persone. Così come il tabacco «nuoce gravemente alla salute», anche gas, petrolio e carbone hanno effetti dannosi: il loro utilizzo altera il clima del pianeta, contribuendo al riscaldamento globale e alimentando l’inquinamento atmosferico, responsabile ogni anno di più morti di quelle attribuibili al tabacco. Perché allora le aziende dei combustibili fossili possono continuare a promuovere indisturbate il loro business inquinante attraverso le pubblicità e le sponsorizzazioni? È questa la domanda di fondo che ha spinto Greenpeace, insieme a un’altra ventina di organizzazioni, a lanciare una Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) per chiedere di vietare ogni forma di pubblicità e di sponsorship da parte delle multinazionali dei combustibili fossili.

Vietare le campagne pubblicitarie e le sponsorizzazioni di colossi energetici come Eni e Shell, dell’industria dell’automotive e delle compagnie aeree – tra i principali responsabili della crisi climatica e ambientale – impedirebbe a queste aziende inquinanti di sviare l’attenzione dei cittadini dalle loro responsabilità esibendo un falso lato green, mentre in realtà continuano a promuovere modelli di business dannosi per il clima e per la sicurezza delle persone.

A sostegno di questa affermazione, il rapporto Tante parole e pochi fatti, a cura del gruppo di ricerca DeSmog e commissionato da Greenpeace Paesi Bassi, analizza oltre tremila annunci pubblicitari online delle sei principali aziende europee dei combustibili fossili (Eni, Shell, Total Energies, Preem, Repsol e Fortum).

L’analisi mostra che tutte le aziende prese in considerazione ricorrono al greenwashing: i loro annunci non riflettono accuratamente la realtà delle loro attività commerciali, sia attraverso un’enfasi eccessiva sulle loro iniziative «verdi», sia sminuendo le attività legate ai combustibili fossili.
In media il 50 per cento degli annunci pubblicitari esaminati riguarda iniziative per la sostenibilità ambientale, ma solo il 18 per cento del portfolio delle sei multinazionali è costituito da attività realmente rispettose del clima. Al tempo stesso, il 63 per cento degli annunci analizzati – quasi due terzi – promuove false soluzioni per il clima (come la cattura e lo stoccaggio della CO2 nel sottosuolo) o riguarda iniziative realmente green, ma che si riferiscono ad attività marginali per le aziende. La più grande disparità tra comunicazione e realtà è stata riscontrata negli annunci di Shell, nell’81 per cento dei casi considerati greenwashing, a fronte dell’80 per cento di investimenti dedicati a petrolio e gas.

La performance di Eni non è molto differente: a fronte dell’80 per cento circa del suo portfolio legato ai combustibili fossili, solo l’8 per cento delle pubblicità analizzate racconta quanto l’azienda continui a puntare sul gas fossile e sul petrolio, mentre il 55 per cento degli annunci del Cane a sei zampe è classificato dallo studio come greenwashing.

La propaganda delle aziende fossili deve essere fermata: vietare le loro pubblicità e sponsorizzazioni in Europa sarebbe un importantissimo passo avanti per diminuire il loro potere d’influenza e avviarsi una volta per tutte verso l’abbandono dei combustibili fossili, una misura urgente e necessaria per mettere un freno alla crisi climatica che stiamo vivendo. Per compiere questo passo l’Ice può essere uno strumento molto efficace. Si tratta infatti di un meccanismo ufficiale previsto dall’Unione europea in cui i cittadini hanno la possibilità di avviare un vero e proprio processo legislativo, raccogliendo almeno un milione di firme in Europa entro un anno di tempo. Se l’obiettivo sarà raggiunto, la Commissione europea avrà l’obbligo di esprimersi in merito alla richiesta dei firmatari di vietare tutte le forme di pubblicità e sponsorizzazioni delle aziende dei combustibili fossili. La petizione Stop alla pubblicità delle aziende inquinanti si può firmare su www.greenpeace.org/fossilfreerevolution.
Con l’avvicinarsi del summit sul clima della COP26 di Glasgow è probabile che vedremo una crescente comunicazione pubblica da parte delle società dei combustibili fossili, che ci assicurano di essere in prima linea nella transizione energetica. Ma la realtà è che molte di queste aziende stanno ancora investendo pesantemente nei combustibili fossili. Al tempo stesso, i governi non stanno svolgendo adeguatamente il ruolo di regolatori. Abbiamo quindi bisogno di un’azione più radicale per tutelare la salute del pianeta: le promesse non ci salveranno, abbiamo bisogno di azioni urgenti.

* Campagna Clima di Greenpeace Italia

Un futuro solare per l’energia elettrica globale

Energie. L’elettricità proveniente da sole e vento si avvia a diventare la principale fonte energetica nel mondo senza carbone. L’Italia ancora indietro

Gianni Silvestrini 07.10.2021

La storia del fotovoltaico ricorda la favola di Christian Andersen del «brutto anatroccolo» grigio, deriso da molti, che crescendo diventa uno splendido cigno bianco. Sottovalutato a lungo dal mondo energetico ufficiale, pensiamo alle stime di crescita incredibilmente e sistematicamente sottostimate dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, il solare si sta imponendo con forza in molti paesi.

UNA DELLE RAGIONI STA NEL CROLLO del suo prezzo con una riduzione del 25% ad ogni raddoppio della produzione cumulativa della tecnologia (Fig. 1). Oggi un modulo fotovoltaico costa un decimo rispetto al 2010. Un’evoluzione destinata a continuare, tanto che si stima che nel 2030 si avrà un ulteriore riduzione dei prezzi del 50%. Ed è calato drasticamente anche il tempo necessario a generare la quantità di energia equivalente a quella utilizzata per costruire gli impianti. All’inizio del secolo ci volevano cinque anni per recuperare l’energia spesa per produrre un modulo installato nell’Italia meridionale, oggi basta 1 anno, mentre per i moduli installati nel Nord Europa servono 1,2 anni. Considerando che la vita degli impianti fotovoltaici è ormai di 25-30 anni, si comprende il grande vantaggio energetico nell’impiego di queste tecnologie.

QUESTA NUOVA CONSAPEVOLEZZA ha indotto cambiamenti decisi anche per gli scenari di medio e lungo periodo. La stessa Iea, nel suo recente rapporto “Net zero 2050” stima che, per raggiungere gli obiettivi climatici di Parigi, il 90% dell’elettricità dovrebbe essere generato dalle fonti rinnovabili, con il ruolo principale affidato al solare. Secondo uno studio del Dipartimento dell’energia statunitense, tra quindici anni il fotovoltaico potrebbe produrre il 40% della domanda elettrica Usa, impiegando fino a un milione e mezzo di persone e senza alcun impatto sulle bollette.

NEL 2020 L’ELETTRICITÀ PROVENIENTE da sole e vento ha soddisfatto il 9,4% dell’elettricità mondiale, superando per la prima volta quella prodotta dalle centrali nucleari, un divario destinato ad accentuarsi nei prossimi anni. E, analizzando la nuova potenza installata nel 2020, sole e vento hanno battuto il nucleare per venti a uno.

Malgrado l’emergenza Covid, sono stati installati 138 GW fotovoltaici, 18% in più rispetto all’anno precedente (Fig. 2). E, secondo Solar Power Europe nel 2022 si potrebbe sorpassare il tetto dei 200 GW, con una potenza cumulativa mondiale superiore ai 1.000 GW. Per capire il cambio di passo, si consideri che lo scorso anno l’aumento della potenza rinnovabile nel mondo, 256 GW, ha rappresentato l’83% della crescita dell’intero settore elettrico.

L’ANOMALA SITUAZIONE ITALIANA. Negli ultimi otto anni la produzione solare nel nostro paese è cresciuta ad un ritmo annuo bassissimo, il 2,2%, con un forte rallentamento rispetto al boom dell’inizio dello scorso decennio che aveva visto quasi 20 GW installati in solo tre anni. La principale cause del rallentamento è data dai lunghissimi tempi autorizzativi e dall’azione di blocco rappresentata dal Ministero dei beni Culturali. Significativo il fatto che sono pervenute a Terna richieste di allacciamento alla rete per ben 81 GW solari. Ma ci vorrà almeno un anno perché le Regioni individuino i criteri di localizzazione ed individuino le aree preferenziali.

NEL CORSO DEL 2020 SONO STATI INSTALLATI in Italia 750 MW fotovoltaici, portando la potenza installata a 21.650 MW con una produzione a 25 TWh. A fine 2020 risultavano installati in Italia 934 mila impianti fotovoltaici e a fine 2021 si dovrebbe sfiorare la soglia di un milione, anche grazie al successo del Superbonus per l’edilizia. Gli impianti di piccola taglia (potenza inferiore o uguale a 20 kW) costituiscono il 92% circa del totale, ma solo il 22% in termini della potenza installata. Con l’approvazione dei nuovi obiettivi europei al 2030, anche l’Italia ha innalzato i propri impegni. Si dovrà quindi installare entro il 2030, una quantità di solare doppia rispetto all’attuale potenza installata. E’ interessante sottolineare come nel periodo 2022-2030 la nuova potenza solare media annua dovrebbe essere superiore di ben otto volte rispetto al recente passato.

PICCOLA O GRANDE SCALA? Per lungo tempo si è contrapposta l’alternativa tra la piccola e la grande scala per le tecnologie rinnovabili. Un’alternativa che con il passare del tempo ha cambiato fisionomia. Vediamo come. Ancora oggi, chi è contrario ai parchi eolici o alle centrali fotovoltaiche sostiene a spada tratta la necessità di puntare sull’utilizzo del solare sulle coperture degli edifici. In effetti, il fotovoltaico si coniuga perfettamente con un utilizzo decentrato dell’energia che sarà destinato ad acquistare una nuova rilevanza e a trasformarsi, grazie all’introduzione della nuova normativa sulle Comunità energetiche, che prevede anche l’installazione di impianti collocati nelle prossimità dei centri abitati. Ma dovremo conciliare la visione decentrata con la realizzazione di grandi impianti. La piccola scala favorisce il controllo dal basso da parte dei cittadini, riduce i problemi autorizzativi, elimina sostanzialmente gli impatti paesaggistici e va quindi privilegiata. Ma non è sufficiente. Una strategia “spinta” deve infatti puntare su un mix di impianti di piccola e grande taglia.

VA RICORDATO CHE È ANCHE grazie alla realizzazione di grandi impianti fotovoltaici che si sono avviate produzioni su larga scala e sono crollate le quotazioni dei moduli. E negli scenari “climate neutral” il contributo di mega-impianti sarà assolutamente indispensabile. Già oggi, si realizzano centrali solari con potenza superiore ai 2 GW e vengono programmati impianti rinnovabili dell’ordine della decina di GW.

L’ITALIA NEL RAPPORTO SUGLI SCENARI climatici al 2050 ha ipotizzato un raddoppio del fabbisogno elettrico dovuto all’espansione dei consumi di kWh necessari per la mobilità elettrica, le pompe di calore e gli interventi nell’industria. E la parte del leone nella generazione verrebbe rappresentata proprio dal solare con valori superiori alla attuale produzione elettrica del paese.

Infine, diventeranno sempre più utilizzati gli scambi di elettricità tra diversi paesi come prevedono progetti di trasporto di elettricità verde tra Marocco e Regno Unito e tra l’Australia e Singapore.

* Direttore scientifico Kyoto Club, QualEnergia, KeyEnergy, Resp. Master Ridef Politecnico Milano, Presidente Exalto

Non basta riciclare di più. Bisogna produrre meno rifiuti

Attenti ai dinosauri. La rubrica a cura della task force Natura e LavoroFederico M. Butera   07.10.2021

L’industria del riciclo è stata accontentata dal Ministro della Transizione Ecologica, e non è una buona notizia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. È stata accontentata attraverso i due decreti pubblicati il 28 settembre 2021 (DM 936 e DM 937), i primi che destinano risorse del PNRR per la implementazione dell’economia circolare ma che mirano solo a rinforzare il settore del trattamento dei rifiuti, immaginando un futuro in cui i rifiuti cresceranno.

In sé la cosa non sarebbe da criticare se non la si guardasse da un punto di vista più ampio, quello del New Deal Europeo, di cui l’economia circolare è uno dei pilastri, perché – guarda caso – il fine ultimo dell’economia circolare è quello di ridurre al minimo la produzione di rifiuti. E per farlo, la Commissione suggerisce tutta una serie di azioni, indicate nel documento “Un nuovo piano d’azione per l’economia circolare” della Commissione Europea. Il documento, che sembra essere sfuggito al ministro, prevede:

  • “il miglioramento della durabilità, della riutilizzabilità, della possibilità di upgrading e della riparabilità dei prodotti, la questione della presenza di sostanze chimiche pericolose nei prodotti e l’aumento della loro efficienza sotto il profilo energetico e delle risorse;
  • l’aumento del contenuto riciclato nei prodotti, garantendone al tempo stesso le prestazioni e la sicurezza;
  • la possibilità di rifabbricazione e di riciclaggio di elevata qualità;
  • la riduzione delle impronte carbonio e ambientale;
  • la limitazione dei prodotti monouso e la lotta contro l’obsolescenza prematura;
  • l’introduzione del divieto di distruggere i beni durevoli non venduti;
  • la promozione del modello “prodotto come servizio” o di altri modelli in cui i produttori mantengono la proprietà del prodotto o la responsabilità delle sue prestazioni per l’intero ciclo di vita;
  • la mobilitazione del potenziale di digitalizzazione delle informazioni relative ai prodotti, ivi comprese soluzioni come i passaporti, le etichettature e le filigrane digitali;
  • un sistema di ricompense destinate ai prodotti in base alle loro diverse prestazioni in termini di sostenibilità, anche associando i livelli elevati di prestazione all’ottenimento di incentivi”.

Nel documento si aggiunge inoltre che occorre “disaccoppiare la generazione di rifiuti dalla crescita economica” attraverso “iniziative funzionali al raggiungimento dell’obiettivo di ridurre in misura significativa la produzione totale di rifiuti”.

Riducendo l’economia circolare al trattamento dei rifiuti, che i decreti sono volti a migliorare, e questo è un bene, il Ministro affronta l’economia circolare solo dalla coda, invece che nel suo complesso, come è essenziale per non snaturarne lo spirito, e quindi quello del Green Deal.

E certamente il ministro lo sa, ma forse è stato convinto ad agire così dall’industria del riciclo e da quella della plastica monouso.

Infatti, che l’industria del riciclo e quella della produzione dei rifiuti non gradissero politiche volte alla riduzione dei rifiuti, che costituiscono la materia prima del loro business, era già stato espresso chiaramente con la loro singolare inserzione a pagamento comparsa l’anno scorso sui principali quotidiani, in cui si affermava che i rifiuti costituiscono “un approvvigionamento sostenibile e continuo negli anni di materiali ed energia”, ed è già stato denunciato in un articolo dal titolo “Rifiuti, il riciclo non è economia circolare” pubblicato su Il Manifesto del 28 maggio scorso.

Far passare l’idea che “economia circolare” significhi semplicemente fare la raccolta differenziata e “riciclare a più non posso” (ribadendo che si tratta di qualcosa che va fatto, ma non solo) è contro lo spirito e la lettera del Green Deal e favorisce il rafforzamento e la creazione di attività industriali per le quali più rifiuti ci sono meglio è. Cioè, operando solo sul lato del riciclo si crea un sottosistema produttivo che si batterà fieramente per avere sempre più rifiuti da riciclare.

E, per contrastare la loro inevitabile diminuzione conseguente all’applicazione dei principi dell’economia circolare, l’industria del riciclo imporrà che invece continuino ad esserci utilizzando il solito ricatto occupazionale. Sostenuti in questo da quelli che producono ciò che diventerà rifiuto, che sono già entrati in campo. Infatti i produttori italiani di plastica monouso si sono opposti alla adozione della direttiva europea che mette al bando alcuni prodotti dal 3 luglio scorso e, grazie sempre al cosiddetto Ministero della Transizione Ecologica, sono riusciti a continuare a fare i loro affari come se niente fosse, unici in Europa. In Italia, infatti, la direttiva è stata adottata solo in parte.

Diversamente dall’Italia, in Europa intanto si legifera imponendo il diritto alla riparazione dei prodotti (in Francia) e l’obbligo del vuoto a rendere (in molti altri paesi membri), e combattendo l’obsolescenza prematura (in Francia); anticipando così le corrispondenti direttive europee in via di elaborazione. Cioè si cerca di mettere in atto la vera economia circolare, quella che mira alla minimizzazione dei rifiuti.

Ci auguriamo vivamente che la nostra impressione sia sbagliata, che il “Piano d’azione sull’economia circolare” della Commissione Europea non sia sfuggito al ministro, e che nel giro di qualche giorno vedremo altri decreti che vanno a coprire le gravi lacune di questi primi.

Se così non dovesse essere, non resterebbe che unirsi al coro di bla bla bla dei giovani di Fridays for Future.