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Città storiche tra iperturismo e abbandono. Una proposta di legge può salvarle

di Ilaria AGOSTINI, da “La Città invisibile“, 19 febbraio 2019

In epoca di crisi dell’imprenditoria edilizia, imperversa lo slogan ambiguo della rigenerazione urbana. Rigenerare, o “costruire sul costruito”, non significa, beninteso, che la città abbia finito di crescere: sono infatti ben attive ideologie e politiche di sviluppo della città-megalopoli promosse dalla classe padronale globale.

L’attenzione nei confronti del costruito (specie se di valore monumentale) è, semmai, il segnale che si sono innescati nuovi interessi speculativi sul patrimonio insediativo storico, abbandonato, svuotato, alienando o già alienato, desertificato a bella posta da amministratori asserviti alle corporationmultinazionali.

L’attenzione verso il “costruito” è, semmai, esaltazione della rendita posizionale (più l’edificio è centrale, più esso vale) ed esaltazione della gerarchia urbana (più ci si approssima al centro, più l’appetito cresce).

Lo stato emergenziale che si registra nelle città italiane, tra cui spiccano i casi di Firenze, Roma, Venezia, rende di grande attualità il volume collettaneo, intitolato Il diritto alla città storica, appena pubblicato a cura di Maria Pia Guermandi e Umberto D’Angelo, e disponibile on line sul sito dell’associazione Bianchi Bandinelli.

Vi sono raccolti gli atti di un convegno (12 novembre 2018, Roma) che ha rappresentato la conclusione dell’impegnativo lavoro di stesura di una snella proposta di legge per la tutela e il ripopolamento delle città storiche, pubblicata nel libro. Sei articoli redatti da un intellettuale collettivo composto da urbanisti, storici dell’arte, archeologi, giuristi, economisti, chiamato a raccolta dall’urbanista Vezio De Lucia.

Tale proposta legislativa guarda al meglio dell’esperienza urbanistica italiana e la ricontestualizza nel quadro presente. La proposta riprende i fili della sperimentazione del piano di Bologna (1969) che mise in stretta correlazione la tutela degli abitanti e quella dell’ambiente di vita. Per salvare, allo stesso tempo, le pietre e il popolo.

Fu la Carta di Gubbio (1960) a sancire l’annullamento della gerarchia valoriale tra monumento e tessuto edilizio di base. Ciò è di basilare importanza, non solo operativamente, ma anche dal punto di vista politico-sociale: se tutto il centro antico ha valore monumentale (con “valore” intendiamo valore d’uso e valore d’esistenza, oltre al più venale valore di scambio), allora tutte le classi sociali hanno diritto a vivere nella città storica.

Così a Bologna il principio fu quello di mantenere intramuros le classi subalterne istituendo un sistema di case popolari ottenuto tramite recupero: scelta che da una parte salvava le case antiche, mentre dall’altra, evitando l’espulsione delle classi popolari dai quartieri centrali, evitava la cementificazione periferica con quartieri ghetto per dislocati.

La proposta di grande valore propulsivo che il libro presenta, sottopone a tutela i centri storici, intesi come “beni culturali d’insieme”, e ripopola le città antiche tramite politiche di edilizia residenziale pubblica. 

La Proposta di legge in materia di tutela delle città storiche definisce univocamente come “storici” gli agglomerati e gli edifici presenti nel catasto del 1939 (art. 1), che nell’articolo successivo vengono dichiarati «beni culturali d’insieme» da sottoporre a tutela ai sensi del Codice dei Beni Culturali. Ne deriva il divieto, nel perimetro del bene, «di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica» (art. 2) e il divieto di nuova edificazione.

Ma il contenuto più innovativo della proposta è la previsione di un programma straordinario ERP che possa avviare un processo di “ripopolamento” del cuore delle città d’arte e dei centri abbandonati dell’Italia meridionale (viene in mente, tra molti, il caso di Cosenza).

Al fine di porre un freno alla devastante alienazione degli edifici pubblici, l’art. 5 destina all’«utilizzo a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare pubblico dismesso (statale, comunale e regionale)» (lett. b). A tale misura di carattere non ordinario, si aggiunge l’urgenza – raccolta alla lett. d – di un’erogazione di contributi a favore di Comuni che abbiano subìto un calo drastico di residenti, per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato.

Resta da verificare se misure di ordine urbanistico-pianificatorio possano effettivamente ostacolare il processo globale della mercificazione dello spazio urbano, i cui innumerevoli epifenomeni si estendono dall’uso improprio dei luoghi pubblici monumentali – le cene sul Ponte Vecchio a Firenze, le “esperienze immersive” nel Colosseo, ecc. – fino al mutamento antropologico che vede i residenti sostituiti con “nomadi globali”.

È certo, tuttavia, che la ricostruzione dell’ambiente di vita urbano può partire proprio da misure, quali quelle contenute nel libro, volte a garantire l’universale libertà di esercizio del diritto alla città, anche storica.