Città e metropoli: lo scenario ridisegnato dalla pandemia. Le risposte auspicabili
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Città e metropoli: lo scenario ridisegnato dalla pandemia. Le risposte auspicabili

di Giancarlo CONSONNI, da “ArcipelagoMilano“, 1° novembre 2020

Per affrontare un tema tanto arduo, è necessario mettere tutte le carte in tavola così da avere un quadro dei vincoli e delle potenzialità, come anche delle forze in campo. Lo farò in sei passaggi, prima di affrontare l’argomento su cui ho accettato di misurarmi.

1. Urbanistica e forme insediative: le implicazioni politiche

L’urbanistica è parte integrante della politica. La formula «urbanistica tecnica», introdotta in Italia da Cesare Chiodi agli inizi degli anni trenta del Novecento, intendeva da un lato attribuire oggettività alle scelte urbanistiche e dall’altra negarne la portata politica. Questo non significa che fra gli amministratori della Cosa Pubblica e i tecnici (dipendenti pubblici o liberi professionisti che lavorano per la Pubblica Amministrazione) non debba sussistere una distinzione di ruoli e di responsabilità. Anzi: agli amministratori pubblici spetta la definizione degli indirizzi strategici; ai tecnici competono la definizione degli assetti fisico-spaziali coerenti con la strategia e la messa a punto degli strumenti per la gestione del territorio.

Per svolgere al meglio il loro compito, sia i pubblici amministratori che i tecnici sono tenuti ad acquisire una profonda conoscenza su tre fronti:

– i processi di formazione e di trasformazione della città e del territorio;

– le idee e le forze in campo;

– la portata politica, sociale ed economica delle scelte urbanistiche.

Gli amministratori pubblici – e anche i tecnici per quanto di loro competenza – hanno anche la responsabilità di rendere trasparente tale portata. Ma in democrazia la partita è ben più ampia. La questione del fare città dovrebbe essere al centro dell’educazione civica.

Senza una cultura condivisa dei cittadini su cosa significhi fare città e su come questo obiettivo possa essere perseguito, la partecipazione rimane una parola vuota. Ma, perché il cerchio si chiuda in modo virtuoso, occorre che tutti gli attori in campo (cittadini, amministratori pubblici, tecnici della Pubblica Amministrazione, investitori, operatori immobiliari, esponenti del mondo cooperativo, committenti, liberi professionisti, destinatari finali) si convincano che fare città conviene a tutti.

Negli insediamenti umani, gli spazi pubblici e gli spazi privati sono da sempre connessi e interdipendenti. Gli spazi pubblici sono l’armatura relazionale a cui gli spazi privati sono ‘agganciati’ e che ne rende possibile l’uso. Senza lo spazio pubblico (e gli investimenti della collettività) non esisterebbe lo spazio privato.

La definizione di «città pubblica», venuta in auge in questi ultimi 15-20 anni, crea confusione. La città e, in generale, gli insediamenti umani sono conformati sull’unità inscindibile di pubblico e privato. Pubblico e privato si alimentano e si influenzano reciprocamente. Non è possibile occuparsi dell’uno senza farsi carico dell’altro.

Ogni insediamento umano si fonda su una specifica declinazione del legame tra la sfera pubblica e quella privata. I modi di legare e di conformare gli spazi pubblici e gli spazi privati hanno un’influenza non secondaria – e di lunga durata – sulle forme delle relazioni sociali e sulla convivenza civile. Si può pertanto affermare che gli assetti insediativi hanno una portata politica.

2. La metropoli contemporanea: un campo di forze che condiziona le trasformazioni e l’uso del territorio

Nella storia di lungo periodo degli insediamenti, in età contemporanea si è consumata una rottura, frutto dell’azione concomitante e interattiva di tre fattori:

– l’ingresso capillare del mercato in tutti gli elementi che definiscono il quadro della vita;

– la rivoluzione tecnologica nei trasporti e nelle telecomunicazioni;

– l’allentamento dei rapporti comunitari, in cui ha grande peso la secolarizzazione.

Il risultato è l’affermarsi della metropoli contemporanea: un campo di forze fatto di nuove potenzialità e di vincoli, in continuo divenire sollecitato/condizionato dalle politiche pubbliche (deboli) e dall’iniziativa privata (sempre più forte).

A tale campo di forze corrisponde una riconfigurazione radicale del quadro relazionale e insediativo, caratterizzata dall’emergere di nuove polarità e di nuove gravitazioni (che trasformano gli storici rapporti città/campagna).

Sulla lunga durata, la rivoluzione nei trasporti comporta due effetti:

– il considerevole differenziarsi dell’accessibilità da luogo a luogo, che ridefinisce le economie esterne, ovvero i vantaggi offerti dalla localizzazione;

– il prepotente affermarsi di nuove economie di scala con il conseguente verificarsi, nell’industria e poi anche nel terziario e in alcuni servizi pubblici (sanità, istruzione), di concentrazioni spaziali e di gravitazioni prima inconcepibili per intensità ed estensione.

La zonizzazione funzionale ha qui la sua matrice.

Anche la topografia sociale è profondamente influenzata dalle economie esterne: la fruizione della città e della metropoli tende a differenziarsi secondo la piramide sociale.

Uno dei tratti distintivi della condizione metropolitana è l’affiancarsi, nella quotidianità, delle relazioni a distanza alle relazioni di prossimità.

Nella crescita esponenziale delle relazioni a distanza si manifesta lo stabilirsi di nuove potenzialità per gli abitanti. Allo stesso tempo, nelle relazioni a distanza si palesano nuove dipendenze (in particolare per la popolazione meno avvantaggiata).

È questa dipendenza, assieme alla inadeguata dotazione di servizi e al basso potenziale di relazioni di prossimità a contraddistinguere ruolo e caratteri delle periferie urbane e metropolitane. Con le questioni relative.

3. Cosa fa città

Nella dislocazione/configurazione delle attività umane, oltre alle economie esterne e alle economie di scala, un peso non trascurabile spetta all’agglomerazione. Si pensi alle strade commerciali o alle concentrazioni delle attività direzionali.

Per la residenza, l’agglomerazione è ormai condizione necessaria (anche se non sufficiente) perché gli abitanti possano disporre di servizi essenziali in un raggio di prossimità.

Ciò ha portato a interrogarsi su quale sia la soglia critica, nelle dimensioni degli aggregati abitativi, sotto la quale è difficoltoso, se non impossibile, assicurare tali dotazioni.

Anche l’eccesso nell’aggregazione presenta delle criticità.

In ogni caso, l’aspetto quantitativo non esaurisce i termini della questione su cosa concorra a fare città.

Se i fattori fin qui chiamati in causa – le economie esterne, le economie di scala, l’agglomerazione – sono utili a spiegare alcune dinamiche insediative, per definire quali elementi contribuiscano a fare città occorre implicare almeno 5 prerogative:

– la complessità delle attività e delle componenti sociali;

– la coesione del corpo sociale e dell’aggregato insediativo;

– l’effetto sinergico delle attività e delle presenze (che va ben oltre la somma dei fattori);

– l’anima, ovvero i valori attivi nella vita civile e il loro rispecchiamento negli assetti fisici;

– la bellezza civile: una bellezza d’assieme, strettamente legata all’abitare condiviso e al relativo potenziale simbolico espresso dagli edifici e dai luoghi.

Ma c’è un ulteriore elemento, strettamente intrecciato con le prerogative appena ricordate: la qualità delle relazioni. Nell’Occidente maturo, le relazioni comunitarie, laddove sopravvivono, assumono le forme della frammentarietà, della multipolarità e della multiappartenenza.

Sono così cambiati i termini della socialità. E i modi dell’abitare condiviso.

Ciò ridefinisce il ruolo degli spazi pubblici, ma non ne sminuisce l’importanza. La compresenza delle persone in tali spazi, anche nella (relativa) indifferenza, costituisce motivo di educazione e di crescita civile, oltre che un presidio prezioso ai fini della sicurezza.

Ha preso così corpo il concetto di vitalità dello spazio pubblico. Su questo va registrata la lungimiranza delle elaborazioni sulla strada urbana prodotte alla metà degli anni ‘50 del Novecento da Jane Jacobs, per un verso, e da Piero Bottoni, per altro verso.

La più rilevante economia esterna per la casa è la città (con le molteplici opportunità che questa offre). Il diritto alla città si dà in modo alquanto disuguale per i cittadini (con una disparità crescente). La riduzione di tale divario non può che costituire un obiettivo programmatico di una politica urbanistica attenta al bene comune e alla dimensione civile.

4. La rendita immobiliare e la connessa questione di equità sociale

Negli sviluppi metropolitani maturi, si registrano inedite differenziazioni nei modi d’uso delle aree e degli immobili, in uno col differenziarsi dei valori di mercato. I soggetti interessati a incamerare la rendita immobiliare – una compagine estesa quanto variegata, in cui spiccano ormai colossi di livello mondiale – si avvantaggiano di tali differenze, che essi stessi concorrono a promuovere.

Oltre a puntare sulla messa a frutto di rendite di posizione (via via ridefinite dalle economie esterne create dall’accessibilità e da altri fattori che definiscono la qualità dei contesti), i ‘cacciatori’ di rendite immobiliari non trascurano certo un ambito ‘vecchio’ almeno quanto il mercato capitalistico: la promozione della trasformazione delle aree agricole in aree edificabili per incassare la differenza di prezzo.

Nel campo di forze della metropoli contemporanea, emergono così due tensioni concomitanti:

– la tendenza a esasperare la concentrazione delle attività economicamente dominanti nelle aree di massima accessibilità;

– l’elevata dispersione insediativa delle ‘funzioni’ deboli, con il risultato di accrescere a dismisura la periferia metropolitana.

Fatta salva la quota relativa all’equa remunerazione dell’investimento d’impresa (per l’ideazione, la realizzazione e la commercializzazione degli interventi edilizi), per il resto la rendita immobiliare rappresenta per lo più un accaparramento privato di vantaggi creati dagli investimenti pubblici e dal lavoro collettivo.

Questo pone una questione di equità, che nei Paesi del Centro-nord Europa è affrontata con adeguate politiche fiscali.

Lo stesso non accade in Italia. Le conseguenze si fanno sentire sul bilancio pubblico e sulla capacità della Pubblica Amministrazione di dotare il territorio di infrastrutture e di servizi adeguati e di rispondere al fabbisogno di abitazioni per i ceti svantaggiati.

Non va peraltro dimenticato che, con la globalizzazione, si è assistito negli anni recenti allo spostamento di ingenti quote di capitali da una nazione all’altra alla caccia di occasioni speculative in operazioni spesso mordi e fuggi e, in generale, compiute nel totale disinteresse per la qualità urbana e, ancor meno, per l’interesse collettivo e il destino della città.

5. Metropoli vs città

La metropoli contemporanea, soprattutto negli ultimi settant’anni, ha visto il proliferare di insediamenti privi di qualità e di relazioni urbane. In larga parte, lo sprawl insediativo, ben lungi da essere l’espressione di libertà insediativa, è caratterizzato da un alto tasso di disurbanità.

Oltre a una questione di sostenibilità ecologica (consumo di suolo, elevato dispendio di energia per gli spostamenti, inquinamento ecc.), lo sprawl pone una questione di sostenibilità sociale del modello insediativo.

Mentre alla gran parte dell’espansione insediativa non ha corrisposto la creazione di insediamenti dotati di qualità urbana, anche la città consolidata è sollecitata, quando non aggredita, dall’iniziativa immobiliare attiva nel sostenere e nel mettere a frutto il campo di forze metropolitano.

Una delle costanti di lungo periodo della metropoli matura è la gentrificazione che investe le aree centrali e la periferizzazione della residenza dei ceti meno abbienti.

Negli anni dal 1975 al 1995, nel contesto milanese, si sono verificati due passaggi traumatici (tra loro legati):

– l’estesa dismissione delle grandi concentrazioni industriali nella periferia urbana storica;

– l’allontanamento dalla città centrale di una quota rilevante di popolazione, pari a un terzo del totale (con il conseguente esplodere dello sprawl insediativo).

Riguardati sul lungo periodo, i mutamenti negli assetti spaziali e nei modi della convivenza civile che caratterizzano la realtà metropolitana fanno emergere le seguenti tendenze:

– l’allentarsi della coesione sia negli insediamenti che nella compagine sociale;

– il contrarsi dell’urbanità;

– la crescita dell’insicurezza;

– la perdita di bellezza civile.

Per quello che si è visto fin qui, non è certo dagli investitori e dagli operatori immobiliari che si può aspettare una risposta a questi problemi.

Semmai, con la strumentalizzazione del problema della sicurezza, si è assistito alla promozione, più o meno mascherata, di gated communities.

6. La questione metropolitana

La metropoli contemporanea è anche il teatro di notevoli cambiamenti nell’organizzazione del tempo nella vita dei suoi abitanti.

Come contropartita per essere abitata, la metropoli chiede un impiego obbligato di tempo per gli spostamenti, che risulta particolarmente elevato per i ceti meno avvantaggiati.

Ne deriva un problema sociale: se il tempo disponibile per coltivarsi è la misura della ricchezza, agire con adeguate politiche dei trasporti alla scala urbana e metropolitana, così da ridurre il tempo impiegato per gli spostamenti, è uno degli ambiti d’azione da cui può venire una mitigazione delle distanze sociali.

La disuguale disponibilità di tempo fra gli abitanti della metropoli è solo uno dei nodi che concorrono a configurare i termini della questione metropolitana oggi.

Un secondo nodo è la forte disparità, nelle dotazioni in attività ‘pregiate’ e nei trasporti pubblici, tra il capoluogo e il resto del contesto metropolitano.

Un terzo nodo è lo squilibrio della disponibilità di risorse pubbliche fra la città centrale e gli altri comuni, a fronte del ruolo svolto in modo complementare e reciprocamente necessario dalle due realtà.

I tre nodi identificano i termini assunti dalla questione metropolitana.

Emerge la necessità di un governo adeguato dei processi (rappresentanza diretta dei cittadini e appropriata definizione dell’ambito territoriale su cui esercitare l’azione di governo).

7. Lo scenario ridisegnato dalla pandemia e le risposte auspicabili

Il quadro che ho cercato di delineare nei sei passaggi precedenti presenta vincoli e questioni che anche un fatto traumatico come la pandemia in atto non consente di cancellare con un colpo di spugna.

Talune formule circolate in queste settimane sulla possibilità di un riequilibrio insediativo che, grazie al telelavoro, porterebbe addirittura al recupero dei borghi appenninici in crisi o abbandonati, per un verso, non tengono conto del fatto che il (ri)popolamento è un processo complesso e che, nel caso specifico dei borghi collinari, richiederebbe una cura e un capillare lavoro di rifondazione dell’abitabilità, a cominciare da una adeguata dotazioni di servizi pubblici; per altro verso, affidano alla tecnica il ruolo di ridefinire i quadri di vita, avendo a riferimento un homo tecnologicus che, regredito a neo-cavernicolo, dal suo antro sempre interconnesso con la rete, si libera dagli obblighi della convivenza civile, a cominciare dai rapporti di prossimità, come anche dalle potenzialità di cui questi rapporti sono portatori.

Un’altra formula è quella della Città del quarto d’ora maturata nel contesto parigino prima della pandemia e adottata da Anne Hidalgo nella campagna elettorale che ha portato alla sua rielezione alla carica di sindaco. La proposta è così sintetizzata da Carlos Moreno, l’ideatore:

«Sei cose rendono felice un abitante della città: vivere dignitosamente, lavorare in condizioni adeguate, procurarsi provviste, benessere, istruzione e tempo libero.

Per migliorare la qualità della vita, dobbiamo ridurre il raggio d’accesso a queste sei funzioni. Ho scelto il quarto d’ora per incidere sulle coscienze».

La Ville du quart d’heure celebra le parti del contesto urbano che presentano i maggiori vantaggi nell’accesso al lavoro e ai servizi e dunque consentono il massimo risparmio di tempo negli spostamenti, ma pressoché nulla dice su come preservare ed estendere tali qualità.Fatte salve le buone intenzioni, la formula di Carlos Moreno può essere rubricata come l’ultima delle proposte funzionaliste, in linea con l’impostazione che ha improntato la Carta d’Atene (1933) e i progetti urbanistici di Le Corbusier.

L’assunzione unilaterale del parametro tempo, come di qualsiasi altro parametro settoriale, non consente peraltro di comprendere a fondo la complessità della città e le sue potenzialità e di fare da guida a una politica urbanistica volta al bene comune.

La riconquista della centralità dell’abitare non può che passare dal ritrovamento e dal potenziamento dell’equilibrio fra l’abitare privato e l’abitare condiviso, tra la casa e lo spazio pubblico, dove il tra, ovvero la vitalità e la qualità architettonica di strade, piazze e parchi, è non meno importante del fattore tempo. La Ville du quart d’heure, per certi versi, è la riproposta della questione della misura nelle relazioni di prossimità affrontata quasi un secolo fa da Clarence Stein e Henri Wrigth con il progetto delle città di Redburn. Con una differenza sostanziale: diversamente da Stein e Wrigth, Moreno pone al centro del contesto insediativo l’abitare privato in una chiave egocentrica ed egoista.

Per stare con i piedi per terra, vanno considerate le dinamiche in atto innescate dalla pandemia. Uno dei dati più rilevanti, in particolare nelle grandi città, è lo svuotamento degli uffici come esito dell’adozione diffusa del tele-lavoro.

Anche gli analisti al servizio dei grandi investitori immobiliari danno per certa una consistente riduzione della domanda di uffici (con stime, forse caute, che ipotizzano una riduzione attorno al 30%). Questo potrebbe segnare una battuta d’arresto per il fenomeno dell’iperconcentrazione terziaria (da cui anche Milano è stata interessata negli ultimi 15 anni) e, anche, aprire la strada a riconversioni nell’uso del costruito, da uffici a abitazioni (ove ciò risulti possibile).

Lo stabilirsi del lavoro a distanza per le mansioni tradizionalmente svolte negli uffici privati e in quelli pubblici e l’adozione della tele-didattica per le università hanno per effetto consistenti riduzioni della presenza giornaliera nel capoluogo di pendolari per ragioni di lavoro e di studio, con l’innesco a catena di crisi nel campo della ristorazione e dei bar, ma anche nel settore del piccolo commercio, compresi i negozi di qualità.

L’interrogativo, denso di preoccupazioni in primo luogo per coloro la cui vita si regge su queste attività, è se si tratti di una crisi temporanea o irreversibile. Ma, va da sé, la crisi è ben più ampia e densa di implicazioni, avendo investito campi fondamentali come quello della cultura, della formazione e dell’intrattenimento. Per non dire delle preoccupazioni generali per le attività produttive e l’economia.

In tutto questo, il lockdown e le limitazioni in atto hanno mostrato e mostrano, se ce n’era bisogno, quanto esteso e essenziale sia l’apporto dell’hinterland per l’economia di Milano-città. Questo dovrebbe essere da stimolo perché si affronti la questione metropolitana promuovendo

– il riequilibrio territoriale a vari livelli (dislocazione delle attività qualificanti il contesto; dotazione di servizi sociali; potenziamento del trasporto pubblico);

– il ripensamento del criterio delle economie di scala adottato unilateralmente in passato (ospedali, plessi scolastici).

Ma c’è anche una questione urbana, che andrà affrontata nel dopo pandemia.

Una volta che, come si spera, il Covid-19 sarà reso inoffensivo, si assisterà, io credo, a una fiammata di socialità, per certi versi simile a quella che si è registrata nell’ultimo dopoguerra. In questo fenomeno agirà anche la consapevolezza condivisa di quanto preziose siano le condizioni che rendono possibile la convivenza civile.

Su questo va fin da ora mobilitata la creatività di tutti; così come, per la trasposizione in progetti e realizzazioni di tale consapevolezza, sarà quanto mai prezioso l’apporto delle competenze tecniche e professionali.

* Relazione introduttiva al corso di formazione La città nel post-emergenza. Progetti per la qualità urbana e contributo delle professioni tecniche rivolto ai dipendenti pubblici del Comune di Milano e agli architetti e ingegneri liberi professionisti della Città metropolitana di Milano. Il Seminario è stato organizzato dal Comune di Milano, dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Milano e dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano.