CHE FARE? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CHE FARE? da IL MANIFESTO

Balibar: «L’Europa è in crisi, o si reinventa solidale o esplode»

Intervista. L’emergenza sanitaria, il confinamento e i controlli, il contact tracing: una conversazione con il filosofo francese

Anna Maria MerloPARIGI26.04.2020

Che cosa stiamo vivendo in Europa e nel mondo? Una frattura storica, premessa di una svolta epocale, oppure solo un brutto momento da passare? Una conversazione con il filosofo Étienne Balibar, professore emerito a Paris-Nanterre, docente alla Irvine in California, alla Columbia di New York e alla Kingston di Londra.

La crisi del Covid-19 ha sconvolto le nostre vite. Il rovescio della medaglia della protezione sanitaria dei cittadini è il confinamento e tutti i controlli, i fogli obbligatori da compilare, che questo comporta. Da un giorno all’altro siamo stati privati di libertà, a cominciare da quella di muoverci. Lo stato si è imposto, con la sua burocrazia, a una velocità sorprendente. E questo è stato accettato dalla popolazione con una facilità sorprendente. Che riflessioni vi suggerisce questa situazione?
Lo “stato” non esiste, è un’astrazione, anche se cerchiamo di incarnarlo in alcune persone, che, secondo i momenti, chiamiamo in aiuto o rendiamo responsabili delle nostre disgrazie. Ciò che invece esiste sono delle formazioni statali, diverse a seconda dei paesi, delle epoche storiche. Ed evidentemente ci sono delle politiche di cui lo stato è lo strumento.

Questo strumento non è mai neutro, ma ricopre una grande tensione che attraversa tutta la modernità: tra il “monopolio” della legislazione e della forza, come l’hanno definito Hobbes e Weber, e il “governo” della società, come l’hanno analizzato Gramsci o Foucault.

Nel periodo attuale, lo stato sotto i suoi diversi aspetti è sottoposto a una tensione straordinaria, produce ingiunzioni contraddittorie alle quali noi stessi reagiamo in modo opposto. Noi chiediamo un intervento maggiore, ivi compreso per compensare le devastazioni causate dalle politiche neo-liberiste di privatizzazione dei servizi pubblici, e diffidiamo, a giusto titolo, delle possibilità di controllo individualizzato che questo comporta.

Al centro del dilemma c’è l’articolazione del servizio pubblico e della polizia: è questa la posta in gioco principale del dibattito politico in corso. Il neoliberismo, evidentemente, spinge per un controllo completo degli individui e l’alienazione totale della loro libertà.

Alcuni stati hanno già approfittato della svolta, per imporre leggi d’emergenza (Orbán in Ungheria, senza vergogna). Il passato deve renderci diffidenti anche verso altri paesi d’Europa ? Le leggi anti-terrorismo sono poi state inserite nel diritto comune.
Sì, sono d’accordo, il passato europeo più sinistro rispunta e nessuno è immunizzato. Ma questa questione non inizia con il coronavirus. È da tempo che l’autoritarismo e il neofascismo crescono in Europa.

La causa principale è la delegittimazione crescente dei partiti e dei governi, da cui deriva l’esaurimento delle capacità della democrazia liberal a “tradurre” i conflitti degli interessi sociali in termini politici. Il pericolo sorge allora dalla convergenza tra le logiche di polizia che vengono dall’alto e le “domande” xenofobe che provengono dal basso.

È questo che ha permesso la banalizzazione delle legislazioni di emergenza che hanno seguito gli attacchi terroristici. La crisi sanitaria può rappresentare un’altra opportunità, anche se credo che la situazione sia abbastanza diversa. Le domande di sicurezza e i metodi di controllo non sono della stessa natura. Penso che nella crisi sanitaria ci sia una maggiore inquietudine reale, ma anche maggiore vigilanza da parte dei cittadini che nell’allerta terrorista. In ogni caso in alcuni paesi, poiché in questo caso le differenze nazionali hanno un’enorme importanza.

C’è una competizione tra stati autoritari e stati democratici nella risposta alla crisi. La Cina diventa un modello, la Russia invia degli aiuti. Contemporaneamente, l’Unione europea sembra vacillare. Il Covid-19 spazzerà via i nostri valori democratici e la nostra idea di cittadinanza europea? Oppure sarà solo un brutto momento, causato dall’impreparazione sanitaria ?
L’Unione europea è in piena crisi politica, economica, sociale e morale. Il modo in cui è stata “risolta” la crisi finanziaria e monetaria del 2008, con la punizione inflitta al popolo greco e l’imposizione di politiche “austeritarie”, ne è un’illustrazione. Il trattamento della questione delle migrazioni e dei rifugiati nel Mediterraneo, direttamente legato alla crescita del neofascismo, ne è un’altra. Come cittadini e come nazioni, siamo quindi adesso con le spalle al muro. O l’Europa si reinventa come un progetto di solidarietà materiale tra i popoli oppure si squalifica e esplode, cosa che avrà conseguenze drammatiche, poiché nessun paese può farcela sa solo, nemmeno i più «prosperi».

Malgrado questo, non penso però che i regimi russo o cinese rappresentino dei modelli per noi. Del resto, si tratta di due casi del tutto diversi. La Russia sta attraversando una crisi ancora più grave, da cui tenta di uscire attraverso il militarismo e il clericalismo. La Cina negli ultimi mesi ha esposto contemporaneamente tutte le sue forze e le sue debolezze.

Entrambe sono immense. Bisogna osservare ciò che succederà con estrema attenzione. I conflitti tra l’est e l’ovest si accentueranno, ma l’interdipendenza è irreversibile.

La tecnologia si impone. Si parla di contact tracing imminente, di digitalizzazione dell’amministrazione per domani, all’università e nelle scuole ci sono già i corsi on line. Nel futuro vivremo come nei peggiori incubi della science-fiction, mentre al tempo stesso ci parlano del «care» e del bisogno di umanità, a cominciare dagli ospedali ?
Dei bravi economisti prevedono che la crisi attuale porterà direttamente al tutto digitale. Riconosco di aver sovente sottostimato l’importanza dei fattori tecnici nella trasformazione delle società, paradossalmente perché avevo una posizione marxista. Ma comunque non credo ancora al determinismo tecnologico. L’utilizzazione della tecnologia digitale comporta delle possibilità di distruzione del livello di cultura generale, di accentuazione delle differenze antropologiche e di neutralizzazione della democrazia, che sono senza precedenti.

Ma anche delle possibilità di mobilitazione di risorse collettive al servizio di un interesse comune che sono mancati nei tentativi di pianificazione del passato. Tutto, quindi, alla fine è una questione politica, di valori e di rapporti di forza. Evochi il tracking: penso che sia uno dei campi di battaglia maggiormente urgenti, poiché non credo alle “garanzie” giuridiche che verranno inscritte nelle leggi che lo imporranno. Ma questa battaglia sarà vinta solo se la grande maggioranza della società aderisce a proposte alternative di disciplina collettiva. Reagire in modo anarchico e sbruffone contro il riconoscimento facciale o la geolocalizzazione è una battaglia già persa.

La cosa più importante sta forse succedendo negli ospedali e nei servizi di pronto soccorso, perché tutti prendono coscienza che nessun programma informatico sostituirà mai un medico, un infermiere o un addetto alle pulizie.

Direi con Foucault che abbiamo qui a che fare con la micropolitica della mutazione tecnologica. Ma questa micropolitica è decisiva nel momento in cui la crisi, come ho detto prima, è anche morale.

Per il mondo di domani, alcuni propongono la fine del capitalismo, un nuovo Consiglio nazionale della Resistenza accanto a una rivoluzione ecologica. Ma l’Europa per il momento sembra aver messo tra parentesi il Green New Deal. Il modello europeo sarà ucciso dal Covid-19 ? Ci sarà un ritorno allo stato-nazione in Europa oppure avremo l’opportunità di inventare una nuova strada assieme?
Sono molte domande contemporaneamente. Certo, sono legate tra loro. Sulle nazioni e l’Europa, rispetto a quanto detto precedentemente. aggiungerei soltanto che la formula del superamento simultaneo dei nazionalismi e della tecnocrazia sovranazionale deve ancora essere trovata.

Non sarà il capitalismo neoliberista a offrircela, al contrario lavora costantemente a rafforzare ognuno di questi due aspetti per poterli utilizzare contemporaneamente. Il solo superamento possibile è in una prospettiva socialista: delle politiche sociali, in particolare europee, ma anche una rivoluzione ecologica, una politica di decrescita.

Ma il Covid-19 rende le cose più difficili, perché può creare una situazione di penuria dei beni fondamentali, mentre contemporaneamente obbliga gli stati a creare una montagna di debiti per evitare il crollo.

Il produttivismo verrà rilanciato. Dall’altro lato, vediamo apparire come mai prima l’assurdità di una mondializzazione a oltranza, delle delocalizzazioni etc. Il capitalismo dovrà trasformarsi, in una direzione che non lo rimetta fondamentalmente in questione.

Per questo l’“uscita dal capitalismo” è all’ordine del giorno. Ma la questione è sempre quella che poneva Brecht: come fare per uscirne? Direi addirittura: come fare per cominciare a uscirne? Risposta necessaria, ma non sufficiente: offrendo degli strumenti intellettuali e politici, dei «piani» che abbiano un senso immediato per i cittadini prigionieri del confinamento. D’altronde è di questo che discutiamo tutti in questo momento, attraverso le frontiere e via Internet.