CANIS CANEM NON EST da NEW YORK TIMES e IL FATTO QUOTIDIANO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CANIS CANEM NON EST da NEW YORK TIMES e IL FATTO QUOTIDIANO

Mark Zuckerberg defends Facebook’s hands-off approach to Trump’s posts

Mike IsaacCecilia Kang and Sheera Frenkel, The New York Times

SAN FRANCISCO — Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook, martedì è rimasto fermamente dietro la sua decisione di non fare nulla riguardo ai post infiammatori del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sul social network, dicendo che aveva preso una “decisione difficile” ma che “era piuttosto accurata.”

In una sessione di domande e risposte con dipendenti condotti tramite software di chat video, Zuckerberg ha cercato di giustificare la sua posizione sui messaggi di Trump, il che ha portato a un forte dissenso interno. L’incontro, che era stato programmato per giovedì, è stato spostato fino a martedì dopo che centinaia di dipendenti hanno protestato contro l’inazione organizzando una sorta di “sciopero” virtuale di lunedì.

I principi e le politiche di Facebook sulla libertà di parola “dimostrano che l’azione giusta in cui ci troviamo ora è di lasciar perdere”, ha dichiarato Zuckerberg alla chiamata, il cui audio è stato ascoltato dal New York Times.

Ha aggiunto che, sebbene sapesse che molte persone sarebbero state turbate dalla società, una revisione delle sue politiche ha confermato la sua decisione.

“Sapevo che avrei dovuto separare la mia opinione personale”, ha detto. “Sapendo che quando abbiamo preso questa decisione abbiamo preso, ci sarebbero state molte persone turbate all’interno dell’azienda e le critiche dei media che avremmo ottenuto”.

Zuckerberg rimase fermo mentre la pressione su di lui per agire sui messaggi di Trump si intensificava. I gruppi per i diritti civili hanno dichiarato alla fine di lunedì, dopo l’incontro con lui e Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, che era “totalmente confuso” che la società non prendesse una posizione più dura sui posti bellicosi di Trump, che hanno contribuito alla retorica attorno alle proteste la violenza della polizia negli ultimi giorni . E diversi dipendenti di Facebook si sono dimessi pubblicamente, con uno che dice che la società sarebbe finita “dalla parte sbagliata della storia”.

Il dissenso interno di Facebook è iniziato la scorsa settimana dopo che il rivale del social network, Twitter, ha aggiunto etichette ai tweet di Trump che indicavano che il presidente stava glorificando la violenza e facendo dichiarazioni inesatte. Gli stessi messaggi di Trump sono apparsi anche su Facebook. Ma a differenza di Twitter, Facebook non ha toccato i posti del presidente, incluso uno in cui Trump ha detto delle proteste a Minneapolis: “quando inizia il saccheggio, iniziano le riprese”.

Ciò ha portato a critiche interne, con i dipendenti di Facebook che sostenevano che era insostenibile lasciare i messaggi di Trump che incitavano alla violenza. Dissero che Zuckerberg stava piangendo per i repubblicani per paura di essere regolato o rotto.

Zuckerberg e Sandberg hanno trascorso gli ultimi cinque giorni a incontrarsi con dipendenti, leader dei diritti civili e altre parti arrabbiate per spiegare la posizione dell’azienda. Zuckerberg ha affermato che Facebook non vuole essere un “arbitro della verità”. Ha anche affermato di essere libero di parlare e che ciò che i leader mondiali pubblicano online è nell’interesse pubblico e degno di nota.

Ma nel tentativo di placare tutti, Zuckerberg non è riuscito a placare nessuno. I dipendenti hanno continuato a ribellarsi, facendo dichiarazioni pubbliche critiche su Twitter, LinkedIn e le loro pagine Facebook personali. E politici e organizzazioni per i diritti civili hanno anche criticato la posizione di Zuckerberg.

George Floyd – Paramilitari, suprematisti bianchi pro-Trump e anarchici: la galassia di gruppi che infiltra la protesta negli Stati Uniti

Trump li ha bollati come terroristi, ma la stragrande maggioranza di chi protesta non ha nulla a che fare con la violenza. Sono studenti, antirazzisti o semplici cittadini indignati. Ma ci sono gruppi che cavalcano la protesta popolare (e a volte persino la condividono) per ottenere scopi diversi

di Roberto Festa | 3 GIUGNO 2020

Nonostante i coprifuoco, migliaia di persone in decine di città americane sono tornate in queste ore a protestare contro la morte di George Floyd. Washington D.C., New York, St. Louis, Buffalo, Philadelphia, Minneapolis, Omaha, Chicago, Seattle, Austin, Oakland, Los Angeles. La protesta cresce ovunque, e nulla – la minaccia dell’arresto, l’uso di gas lacrimogeni, le parole del fratello di Floyd che invita alla calma – sembra poter bloccare la rabbia dei dimostranti. Anche Donald Trump ha scelto la strada dello scontro duro. Il presidente ha definito “atti di terrorismo domestico” le manifestazioni e minacciato di inviare l’esercito.

La definizione di “terrorismo”, per bollare le proteste, ha sorpreso e indignato. Una cosa va infatti detta chiaramente. La stragrande maggioranza di chi partecipa alle manifestazioni di questi giorni non ha nulla a che fare col terrorismo o con l’appello alla violenza. Si tratta di persone variamente affiliate a gruppi studenteschi, alla Naacp (la “National Association for Advancement of Colored People”), ai sindacati, a “Black Lives Matter”, a gruppi antirazzisti come “Showing Up for Racial Justice” e “Building Power”. In molti casi non c’è neppure bisogno dell’affiliazione a un gruppo. Le persone scendono per le strade, a protestare, spinti dall’indignazione per il brutale assassinio di George Floyd.

Come raccontato da centinaia di testimonianze, e riassunto molto bene dalla rivista libertaria “Reason”, i dimostranti esercitano un loro diritto costituzionale ma sono stati spesso presi tra i due fuochi di “una massa di agenti militarizzati e piccoli gruppi di facinorosi che mirano a distruggere”. Le violenze contro i manifestanti sono state ampiamente testimoniate: uso sproporzionato dei gas lacrimogeni, cariche della polizia, proiettili di gomma, suv lanciati contro la folla, spray al peperoncino, proiettili di vernice sparati contro i residenti di Minneapolis, per il solo fatto di osservare le manifestazioni dai porticati di casa. Più difficile è individuare i gruppi che usano le proteste per seminare paura e violenza. Questi coprono un arco che dalla destra radicale si allarga alla sinistra estrema, ai gruppi neonazisti, agli anarchici. Si infiltrano tra i dimostranti pacifici ma anche tra le forze di polizia.

Vediamo alcuni di questi gruppi e sigle, tenendo sempre presente il carattere non omogeneo, eterodiretto, delle proteste di questi giorni.

Suprematisti bianchi – Il primo giugno l’Adl (Anti-Defamation League) ha pubblicato un rapporto, in cui spiega che varie sigle di suprematisti bianchi “stanno cercando di trarre vantaggio da una crisi nazionale per rilanciare un’agenda violenta”. Nel rapporto si parla di neo-nazisti che hanno urlato “Heil Hitler” ai manifestanti di Denver. Militanti di un’altra sigla nazista, il “Nationalist Social Club”, sono stati sorpresi ad attaccare i loro adesivi durante un’altra manifestazione del week-end a Boston. Un episodio molto significativo è avvenuto a Minneapolis, dove George Floyd è stato ammazzato. L’80 per cento delle persone arrestate nella notte tra venerdì e sabato, quando la protesta ha cominciato a farsi davvero violenta, “non sono residenti di Minneapolis e sono venute da fuori per distruggere tutto ciò che abbiamo costruito”, ha detto il sindaco di Minneapolis, Jacob FreyFrey ha aggiunto che tra gli arrestati ci sono “molti collegati ai gruppi di suprematisti bianchi”. Secondo l’Adl, questi gruppi soffiano sul fuoco, soprattutto nella loro attività online, sperando di scatenare la “guerra razziale”. Ma ci sono anche altre formazioni di destra: per esempio gli “Oath Keepers”, milizie para-militari che incitano la polizia a usare le armi contro i manifestanti, “terroristi comprati e pagati dalle organizzazioni socialiste d’America”. Interessante anche l’accenno che il governatore del Minnesota Tim Walz ha fatto ai “cartelli messicani della droga”. Anch’essi sarebbero impegnati come agenti provocatori, in connessione con l’estrema destra, per far esplodere le tensioni.

I Boogaloo Bois – Si tratta di una sigla relativamente nuova che incarna vecchie istanze anti-governative. Attivi soprattutto online, i “Boogaloo Boys” sono entusiasti sostenitori di Trump, difensori del sacro diritto a portare un arma, fautori di un secondo “boogaloo”, una seconda guerra civile che liberi i cittadini americani dal peso oppressivo del governo federale. Li si è visti spesso mescolati a chi, nelle scorse settimane, protestava contro l’obbligo di “stay at home” per il coronavirus. Lo scoppio delle rivolte razziali gli offre una nuova possibilità. Molte pagine Facebook legate ai “Boogaloo Bois” esprimono solidarietà nei confronti dei dimostranti afro-americani. Alcuni dei “Bois” si sono fatti fotografare accanto ai leader neri della rivolta. Il movente anti-governativo è però evidente in una serie di dettagli. La pagina Facebook del “Boogaloo Ranch” riporta un meme con l’edificio della Federal Reserve Bank di Minneapolis, additata ai manifestanti come “fonte di oppressione primaria negli Stati Uniti… e lì ci sono I soldi!”. In altri post si elencano i luoghi dove avvengono le proteste. L’intento manipolatorio dei “Boogaloo Bois” è stato sottolineato da molti. “Attenzione. Sono di destra. È una cosa neo-fascista – ha spiegato Daryle Lamont Jenkins, che dirige l’organizzazione anti-razzista “One People’s Project” -. Stanno cercando di usare quello che è successo a Minneapolis per farsi pubblicità. Non fateglielo fare. Non sono nostri amici”.

Gli anarchici – Anche in questo caso, si tratta di una miriade di sigle e singoli che hanno come loro principio fondante l’opposizione al governo centrale, ma che poi si collocano in un ampio spettro politico e ideologico, che dalla sinistra radicale e antifascista arriva alla destra individualista. Durante le proteste di questi giorni si sono viste sigle come quella di “The Base”, un gruppo anarchico con sede a Brooklyn, che chiede un ribaltamento violento e rivoluzionario del governo degli Stati Uniti. Non precisamente focalizzati sulle questioni razziali, molti gruppi anarchici, soprattutto quelli più recenti, trovano oggi nella rivolta anti-razzista un forte impulso all’azione. Molti giovani militanti anarchici appaiono legati a “RAM” (“Revolutionary Abolitionist Movement”) e all’“Anti-Racist Action”, un network di gruppi anti-fascisti e anti-razzisti che allarga la sua azione alla lotta contro l’islamofobia, il sessismo, l’omofobia, l’antisemitismo. Ma esiste anche una variante di destra dell’anarchismo, i cui membri partecipano alle manifestazioni di questi giorni in California. Tra questi, i “Bay Area National Anarchists”, anarchici e suprematisti che “immaginano una futura guerra razziale che porti alla creazione di enclaves neo-tribali esclusivamente bianche” (parole del “Southern Poverty Law Center”).

Gli Antifa – Donald Trump li vuole mettere fuori legge, designandoli come “organizzazione terrorista domestica”. A suo giudizio, sono loro a commettere le violenze e spingere alla rivolta di questi giorni. È impossibile che il presidente possa davvero farlo. Anzitutto perché il Primo Emendamento protegge il diritto all’hateful speech, all’incitamento all’odio. Non si può bloccare “la riunione di cittadini Usa, anche quando questi incitino all’odio. Solo l’uso della violenza può essere colpito”, ha detto a una Commissione della Camera Mary McCord, ex direttrice della “National Security Division” del Dipartimento alla GiustiziaTrump non può quindi mettere fuori legge nessun militante anti-fascista, anche quando questi si appelli alla violenza contro la polizia. C’è però una seconda ragione che rende le parole del presidente prive di valore politico e legale. Antifa non è un partito. Non è un’organizzazione. Non è un movimento. È un arcipelago molto fluido, cangiante, instabile di piccoli gruppi, formazioni, singoli, privi di una gerarchia, di capi, di un programma definito. Il punto di partenza, per tutti, è l’antifascismo, poi ognuno modula il principio come vuole. Come racconta un libro recente di Mark BrayAntifa. The Anti-Fascist Handbook, la coalizione si afferma soprattutto dopo il 2016 e sale all’attenzione dell’opinione pubblica con i fatti di Charlottesville del 2017. La strategia comune di questi gruppi è soprattutto una: resistere fisicamente ai militanti fascisti. Impedire loro di riunirsi, anche usando gli strumenti della violenza. Non lasciare quindi allo Stato il diritto di silenziare il fascismo, ma riportarlo nelle mani del popolo. Gli “antifa”, termine appunto molto generico che in realtà non definisce nulla, sono comparsi in molte delle manifestazioni anti-razziste per George Floyd. Le loro istanze si sono mescolate a quelle degli altri dimostranti, in un movimento di protesta che, come abbiamo visto, contiene molte cose, intenti, progetti, visioni.