CAMBIO DI ROTTA. FINISCONO GLI ALIBI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CAMBIO DI ROTTA. FINISCONO GLI ALIBI da IL MANIFESTO

Un cambio di rotta nelle strategie economiche europee

Ue. Politiche protezionistiche e sanitarie anti Covid hanno reso evidente il peso delle dimensioni dei sistemi nazionali e delle istituzioni rispetto alle forze di mercato

Felice Roberto Pizzuti  22.07.2020

Ci sarà modo di approfondire l’accordo raggiunto dalla Commissione europea, ma se si astrae dalla teatralità delle trattative e si esaminano gli aspetti di fondo e di lungo periodo del risultato, l’aggettivo “storico” da molti usato non sembra fuori luogo. Rispetto all’iniziale proposta del Recovery Fund, sicuramente si poteva fare di più e ci sono stati anche dei passi indietro (ma anche miglioramenti, come la possibilità di usare i fondi per spese già fatte dal febbraio 2020); tuttavia se si confronta il nuovo clima dominante nelle istituzioni europee anche solo rispetto a quello precedente il Covid-19, il cambiamento intervenuto è di grande rilievo.

Se poi si estende il confronto a come l’Ue reagì alla crisi del 2008 e, in particolare, a come furono affrontate la situazione greca nel 2010 e le tensioni finanziarie del 2011 che misero in seria discussione la sopravvivenza dell’Unione (fu dirimente il whatever it takes di Draghi), trovano conferma le prime impressioni espresse subito dopo l’esplosione della pandemia ovvero che tra i suoi “effetti collaterali” vada inclusa anche l’affermazione di una maggiore consapevolezza della necessità di cambiare rotta nella costruzione europea e nelle strategie economiche.

Per decenni, il pensiero economico dominante aveva sostenuto l’ossimoro della “austerità espansiva” che aveva resistito anche alle smentite delle indagini empiriche, continuando a ostacolare le politiche di stimolo all’economia, sostenendo che esse frenerebbero i mercati e avrebbero effetti complessivamente restrittivi. La costruzione europea ha risentito particolarmente degli effetti controproducenti derivanti dall’ideologia neoliberista, dalla sua applicazione particolarmente ortodossa e dal prevalere di idiosincrasie nazionali rispetto alle esigenze dell’Unione.

Non è un caso che la crisi iniziata nel 2008 negli USA abbia esercitato i suoi effetti più deleteri in Europa, dove i minori tassi di crescita medi sono stati accompagnati dall’aumento delle distanze economico-sociali, determinando un esito opposto a quello proprio di un processo d’unificazione. Innestandosi nella crisi iniziata nel 2008 – mai effettivamente superata in Europa – la pandemia ha accelerato e imposto una revisione delle politiche economico-sociali che – per quanto ancora contrastata (ma da Paesi di peso minore e comunque non più dalla Germania) segna una evidente discontinuità rispetto all’idea di un’Europa guidata solo dai mercati.
La Corona-crisi ha evidenziato non solo le carenze dei sistemi economici (particolarmente in Europa) dal lato della domanda – alimentate dalla crescita delle diseguaglianze e dell’instabilità economico-sociale indotte dalla globalizzazione non governata – ma ha messo in luce nuovi problemi strutturali dal lato dell’offerta presenti nell’organizzazione produttiva.

La globalizzazione aveva spinto alla frammentazione e delocalizzazione dei processi produttivi su scala mondiale che ritrovavano unità tramite una accresciuta circolazione dei prodotti semilavorati. La chiusura delle frontiere imposta dal contrasto al virus ha generato effetti che si sono sommati a quelli delle politiche protezionistiche e dei nuovi equilibri geopolitici, evidenziando e ampliando la fragilità dell’assetto produttivo distribuito su scala globale.

Sia le politiche protezionistiche sia le politiche sanitarie anti Covid hanno poi reso evidente l’importanza delle dimensioni dei sistemi economici nazionali e del ruolo interattivo delle istituzioni rispetto alle forze di mercato. L’irrigidimento delle frontiere nazionali ha accentuato la condizione di inferiorità strutturale delle economie europee rispetto a quelle molto più grandi di Usa e Cina che nel confronto internazionale possono contare anche sul maggior peso delle loro istituzioni.

Dopo la crisi del 2008, l’azione più efficace a difesa della costruzione europea è stata svolta dalla Bce i cui acquisti di titoli pubblici, anche se sul mercato secondario, hanno di fatto sostenuto i bilanci pubblici dei paesi più a rischio rispetto alla speculazione internazionale. Ma la politica monetaria non è lo strumento più idoneo a rilanciare anche qualitativamente lo sviluppo e la sua equa distribuzione tra paesi e classi sociali.

Il post Covid è una grande occasione di ripartenza economico-sociale che chiama in causa la capacità di progettazione e realizzazione di investimenti produttivi e di assetti istituzionali sociali e politici adeguati. La politica deve allentare il suo ancoraggio nazionale e favorire la sovranità delle istituzioni comunitarie; non è più accettabile il dumping fiscale (più o meno calvinista); la logica intergovernativa deve cedere il passo al rafforzamento delle istituzioni direttamente rappresentative dei cittadini europei. Non sono suggerimenti originali; la novità consisterebbe nel rendersi conto più diffusamente che realizzarli è anche conveniente.

Arrivano i soldi, finiscono gli alibi

Compromesso storico. Sulle spalle del sistema-paese (che non c’è) cade da domani la responsabilità di cambiare profondamente la società italiana. Pur con le insidie contingenti (il freno al finanziamento che può essere ritirato su richiesta di un governo) e le trappole strategiche (la spada di Damocle del fiscal compact). Ad essere richiamata in campo adesso è la politica con progetti, visioni, scelte, priorità

Norma Rangeri 22.07.2020

Magari il commissario Paolo Gentiloni esagera quando dice che, dopo l’euro, siamo di fronte al passaggio «più rilevante nella storia della comunità europea». Ma di certo il presidente del consiglio Conte, ieri mattina sceso dall’aereo e ricevuto al Quirinale da Mattarella, se non la guerra, ha però vinto la prima, campale battaglia. Dimostrandosi un coriaceo mediatore, qualità del resto ampiamente sperimentata nel suo ruolo di capo equilibrista dell’inedita maggioranza che lo sostiene.

Politicamente, guardando al cortile di casa, la missione compiuta al tavolo europeo rafforza il governo e divide le opposizioni di centrodestra.

L’intesa raggiunta a Bruxelles tra i 27 è storica nel senso che ribalta la filosofia dell’austerity perché, per la prima volta dai tempi di Maastricht, si approva l’emissione di un debito comune europeo, con i deficit dei paesi che si gonfiano come neppure il vecchio lord Keynes avrebbe immaginato.

Storica non fosse altro perché lo è la fase mondiale, con una guerra, una grande guerra, con i suoi 600mila morti e il crollo delle economie globali, già devastate dalla grande crisi del 2008.

L’Italia ne ha rappresentato l’epicentro in Europa, con le sue decine di migliaia di vittime e l’economia a picco. E per questo proprio è risultata la maggiore beneficiaria del Next generation Eu, spuntando 36-38 miliardi in più dell’annunciato prestito (praticamente un Mes, sarà un caso o forse no).

Lo scontro, durissimo, tra l’Europa del Nord e quella del Sud, avvalora il risultato generale della lunga maratona bruxellese, dove a guidare le danze sono stati i leader liberal-popolari: da Merkel a Macron, da von der Leyen a Michel, con le socialdemocrazie assenti (a parte lo spagnolo Sanchez e la giovane premier finlandese schierata però sull’altro fronte a sostegno degli «avari»). Assenti perché da tempo inesistenti nello scenario terremotato del Vecchio Continente.

Dunque arrivano i soldi, e di conseguenza finiscono gli alibi. Sulle spalle del sistema-paese (che non c’è) cade da domani la responsabilità di cambiare profondamente la società italiana. Pur con le insidie contingenti (il freno al finanziamento che può essere ritirato su richiesta di un governo) e le trappole strategiche (la spada di Damocle del fiscal compact). Ad essere richiamata in campo adesso è la politica con progetti, visioni, scelte, priorità.

I ragazzi potranno avere un presente e un futuro nella scuola e nella società? L’ascensore sociale ricomincerà a muoversi contro le disuguaglianze che fanno dell’Italia la maglia nera nelle classifiche? Le tasse le pagheranno sempre i soliti noti? Il neoliberismo finirà nella vetrina del modernariato? I favori si trasformeranno in diritti? Le donne potranno lavorare e fare i figli, o non farli, come preferiscono? Gli anziani potranno sperare di avere una buona e gratuita assistenza senza finire la vita in un lurido cronicario? I malati gravi potranno sperare di ricevere un esame diagnostico senza cominciare a morire in una lista dei dimenticati? E come riusciremo a toglierci di dosso l’immagine di quelli che i fondi strutturali non sono mai riusciti a spenderli? Il tempo delle risposte è arrivato.

Naturalmente la valanga di miliardi non è la bacchetta magica che d’incanto rivoluzionerà un paese fermo da più di vent’anni, ma offre, questo sì, la concreta possibilità di fare investimenti sui terreni essenziali della ricostruzione, del resto indicati, e per fortuna, dalla stessa Commissione europea.

Probabilmente hanno ragione quegli economisti che valutano l’accordo raggiunto più per il valore simbolico che per il reale peso del Recovery fund (per via delle lentezze, dei piccoli passi che lo accompagneranno, dei freni più o meno light, dei tagli previsti alle altre voci del Bilancio europeo).

Ma forse mai come in questa epoca di post-pandemia, mai come in questo 2020 di sofferenze e di precari equilibri mondiali, i simboli, cioè il modo più forte di comunicare un’idea, sono stati così importanti.