ANCORA NON CI SIAMO! da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ANCORA NON CI SIAMO! da IL MANIFESTO

Rilancio del Paese, perché ancora non ci siamo

Giulio Marcon 08.07.2020

Con l’ultimo consiglio dei ministri il governo arricchisce di un nuovo capitolo la sua politica contro l’emergenza Covid 19: il Programma Nazionale di Riforma (Pnr), la terza parte del Def, posticipata da aprile a luglio per la crisi pandemica.

Il Pnr dovrebbe rappresentare un passaggio fondamentale verso la costruzione della strategia pubblica per rilanciare il paese e l’economia italiana.

Le informazioni fornite dal Pnr sono impressionanti: Pil a -8% nel 2020 (la Ue pronostica -11,2%), disoccupazione all’11,5%, calo dell’occupazione per Unità di Lavoro Equivalenti a -6,5%.

L’Istat ci dice che una azienda su tre potrebbe chiudere.

Un altro dato colpisce: dall’inizio della crisi sono stati già spesi per gli interventi d’emergenza (quasi tutti condivisibili e necessari) ben 179 miliardi, di cui due terzi sono andati in varie forme alle imprese.

Se a queste risorse aggiungiamo, da qui alla fine dell’anno, 172 miliardi del Recovery fund, 39 del Mes, 20 della prossima manovra di fine mese e, presumibilmente, 40 della prossima Legge di Bilancio, ci avviciniamo a quota 500 miliardi: una somma enorme con la quale si può veramente cambiare e rilanciare il paese.

Sarà così? Ancora non è possibile saperlo: tutto dipenderà dai piani che saranno allestiti a settembre (cosi si impegna il Pnr) per avere i 172 miliardi dall’Europa.

Nel frattempo il Pnr ci dice che gli investimenti pubblici salgono dal 2,4 al 3% del Pil (troppo poco), le spese per l’istruzione saliranno dello 0,4% (siamo ancora molto al di sotto della media europea per numero di laureati e riduzione della spesa scolastica), mentre migliori notizie si hanno sull’edilizia scolastica: sono stati già realizzati 6mila interventi in questi mesi e si prospetta un secondo intervento su altri 3mila plessi scolastici, per una spesa di oltre 3 miliardi di euro.

Per la sanità, ancora non c’è una stima complessiva e organica. Molti interventi (soprattutto nel campo della telemedicina, della teleassistenza, delle cartelle elettroniche), ma non troviamo investimenti adeguati sulla medicina territoriale e sulla prevenzione, mentre sempre il PNR ci informa che servirebbero 32 miliardi per adeguare le infrastrutture sanitarie pubbliche del nostro paese: ecco dove bisognerebbe investire.

Sul welfare la promessa di un Family Act e di un Assegno unico per la famiglia dovrà essere riempita di contenuti e misure concrete.

Sulla politica industriale, in particolare sull’industria dell’auto e la siderurgia, si scrivono cose condivisibili (l’impulso alla mobilità sostenibile e all’auto elettrica e alla siderurgia green), ma senza impegni concreti e dettagliati.

Mentre in Germania e in Francia i governi elaborano dei piani pubblici organici per il sostegno dell’automotive, il governo italiano lascia fare alle imprese, che fanno male. La 500 elettrica della Fca ancora deve essere lanciata sul mercato.

Sull’occupazione c’è poco, a parte gli interventi di protezione e tutela sociale, con la Cig e altre misure per il lavoro autonomo.

Nel Pnr viene ricordato che «tra il 2008 e il 2017 il blocco del turnover ha prodotto una riduzione pari al 5,6% del numero dei dipendenti pubblici», con effetti pesanti sulla sanità e l’istruzione. Non ci sono indicazioni su come colmare il gap.

Sulla riforma del fisco c’è solo l’impegno a farla, ma non si dice come: si legge solo che sarà un “fisco equo, semplice e trasparente”. Mancano i criteri di progressività (anzi si prefigura una riduzione delle aliquote) come ci richiama l’art. 53 della Costituzione.

I Sussidi ambientalmente dannosi (Sad) saranno solo «rivisti» e non cancellati o trasformati in Sussidi ambientalmente favorevoli (Saf).

Per converso, è positivo che le ultime 20 pagine del Pnr siano destinate a fare il punto della condizione del nostro paese rispetto alla realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals-SDGs): emergono molti ritardi del nostro paese sulla parità di genere e l’istruzione, e i dati sulla povertà e le diseguaglianze sono peggiori di molti altri paesi europei.

Sbilanciamoci, intervenendo agli Stati generali del governo ha riaffermato le proposte e l’impianto del documento In salute, giusta, sostenibile, l’Italia che vogliamo: serve una radicale svolta delle politiche pubbliche per il lavoro e il welfare, un nuovo modello di sviluppo sostenibile, la riduzione delle spese militari, la cancellazione delle grandi opere.

Molto di questo non c’è ancora nel Pnr, che pure rappresenta un passo in avanti nella costruzione di una strategia di rilancio del paese.

Ci sono però ancora troppi punti interrogativi e pagine da scrivere, mentre per alcuni settori le misure sono troppo modeste (investimenti pubblici, istruzione, sanità, eccetera) e devono essere notevolmente rafforzate. Poco c’è sulla politica industriale e sulla strategia dell’intervento pubblico.

C’è ancora molto da fare: sicuramente l’autunno rappresenterà un appuntamento decisivo per fare del rilancio del paese qualcosa di più di una promessa.

La corsa ai vecchi cantieri che ricalca la legge Lunardi

Italia veloce. L’approvazione “salvo intese” del “decreto semplificazioni” rischia di riprodurre gli errori del passato, trascurando le esigenze di uno sviluppo sostenibile e green della mobilità e dello spazio urbano

Edoardo Zanchini* 08.07.2020

Un elenco lunghissimo di opere definite prioritarie, commissari per sbloccarle, riduzione delle gare e dei pareri ambientali, tanti chilometri di asfalto e pochi di ferro nelle aree urbane. Come venti anni fa, solo che questa volta non si chiama Legge Obiettivo, e Silvio Berlusconi è all’opposizione di un Governo con il Pd e il Movimento Cinque Stelle.

Il panico per la crisi economica e la fretta di sbloccare qualche cantiere, sta producendo conseguenze inimmaginabili. Qual è il senso politico di stravolgere il Codice degli appalti approvato quando Graziano Delrio era al Ministero delle infrastrutture, per tornare a ricette per aggirare le gare come ai tempi di Lunardi e che avevano portato ad arresti per corruzione, ritardi e spreco di denaro pubblico? Nessuno.

E davvero non si comprende come queste ricette possano contribuire a rilanciare il Paese. Nel Piano #Italiaveloce della ministra De Micheli sono previsti circa 3mila chilometri di nuove strade e autostrade: pedemontane in Veneto e Lombardia, Val d’Astico, Tibre, autostrada Cispadana, Pontina, Gronda di Genova, solo per citare le più note. Tutte opere che risalgono ai tempi della Legge Obiettivo, oramai inutili e che potrebbero essere sostituite da alternative ben più sostenibili, ma costosissime a beneficio dei soli concessionari. Soprattutto mancano proprio le opere più urgenti ai tempi del Covid, quelle che riguardano le aree urbane.

Dobbiamo augurarci che questa ennesima approvazione «salvo intese» porti a un risveglio politico nella maggioranza, perché se il nostro Paese è in crisi lo deve proprio alle scelte sbagliate realizzate negli ultimi venti anni. Se le città italiane vivono una condizione ambientale e sociale così difficile la ragione è in una mobilità dove a prevalere sono gli spostamenti in automobile. I ritardi sono storici ma nel frattempo si è continuato nella stessa direzione, visto che dal 2010 ad oggi sono stati inaugurati 275 km di autostrade, 1543 di strade nazionali a fronte di 70 chilometri di metropolitane e 34 km di tram. Mentre si parla di cura del ferro per le città nel 2019 non è stato inaugurato neanche un chilometro di metropolitane.

E ancora, la tesi per cui occorre affidare gli appalti senza gara e stravolgere il codice appalti, perché non starebbe funzionando e rallenta i cantieri, è falsa. Basta leggere le analisi del Cresme sulle gare d’appalto in corso o ascoltare le richieste di costruttori e Sindacati per capire che in realtà il Governo sta seguendo altri interessi, ossia di chi punta a ottenere appalti senza gare e controlli. Ma in una crisi drammatica come quella che stiamo vivendo non è accettabile che si rinunci a correggere le cose che non funzionano – che pure ci sono nelle stazioni appaltanti, nei tempi delle procedure, nelle valutazioni ambientali – abdicando all’idea che l’unica strada per uscire dalla crisi sia questa. Anche perché stavolta un’alternativa credibile esiste, ed è quella di puntare sulle città come cuore del rilancio del Paese.

L’elenco è già negli uffici della ministra De Micheli, sono gli interventi che i Comuni hanno previsto nei Piani urbani della mobilità sostenibile. L’obiettivo è di raddoppiare entro il 2030 i chilometri di piste ciclabili, di realizzare 330 km di tram e 154 km di metropolitane. Inutile aggiungere che queste opere non sono prioritarie e in larga parte non hanno finanziamenti. L’altre grande limite di questo progetto del Governo riguarda il Sud, dove si annuncia l’ennesimo elenco di cantieri ma nulla è previsto per far tornare i treni a circolare. Quando il problema oggi è che tra Bari e Napoli, tra Reggio Calabria e Taranto, tra Potenza e Lecce i treni sono scomparsi.

A proposito di ricette per il rilancio, quei treni che mancano si potrebbero produrre nelle fabbriche dell’ex Ansaldo a Napoli e Reggio Calabria, con l’acciaio proveniente da Taranto. L’augurio è che si apra un dibattito politico vero sulle idee per far ripartire il Paese, magari puntando ad aprire milioni di cantieri, grandi e piccoli, in ogni Comune e su cui costruire l’ossatura della proposta italiana per il green deal da finanziare con risorse europee.

* vicepresidente di Legambiente