AMBIENTE, POLITICA E SOCIETÀ da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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AMBIENTE, POLITICA E SOCIETÀ da IL MANIFESTO

Se un fisico scrive alla politica indicando con garbo ciò che c’è da fare

Ambiente. “Il riscaldamento climatico. Lettera di un fisico alla politica” di Angelo Tartaglia per le Edizioni del Gruppo Abele. Un libro di grande pregio fin dalla sua finalità politica di fondo: mostrare, smontando una a una tutte le retoriche correnti, che oggi nulla si sta facendo in Italia e nel mondo per contrastare l’avanzare del riscaldamento globale

Piero Bevilacqua12.05.2020

Per chi segue la letteratura sul riscaldamento climatico è difficile trarre interesse da qualche nuovo testo che non riveli clamorose novità. Tuttavia, pur essendo privo di notizie eclatanti, il saggio di Angelo Tartaglia, Il riscaldamento climatico. Lettera di un fisico alla politica, (Edizioni Gruppo Abele. pp. 97, euro 7,99) si legge d’un fiato. E per più ragioni. A cominciare dalla tonalità media, cordiale, del ragionare – il saggio ha la forma di una missiva al presidente del Consiglio – per continuare con la nitidezza della scrittura, che non indulge nel tecnicismo o nell’ostentazione di oscure formule matematiche, per finire con la sua finalità politica di fondo: mostrare, smontando una a una tutte le retoriche correnti, che oggi nulla si sta facendo in Italia e nel mondo per contrastare l’avanzare del riscaldamento globale.

Tartaglia, non disdegna di spiegare al lettore anche le cose all’apparenza ovvie, ma che tali non sono, e che vanno chiarite, altrimenti non si comprende la gravità dei fenomeni. Il «problema – ricorda – non è il cambiamento in sé, ma la rapidità con cui avviene e di conseguenza la frequenza dei fenomeni “anomali” che lo accompagnano». E infatti l’opinione corrente si ferma all’innalzamento della temperatura media – che peraltro si svolge in modo disuguale nelle varie aree del pianeta – mentre minacciosi sono gli effetti collaterali: scioglimento dei ghiacciai, incremento imprevedibile della temperatura dei mari, loro innalzamento e sommersione delle aree costiere, alternanza caotica di siccità e inondazioni, shock imprevedibili ad animali e piante.

L’AUTORE CHIARISCE SUBITO, in modo lapidario quale sia la causa di tutto: «Tutti noi siamo parte di un sistema socioeconomico globale che per funzionare ha un grande bisogno di energia. Oggi, l’81% di quell’energia (aggiungendo le biomasse arriviamo al 91%) è ottenuto mediante processi di combustione». Dunque non è questo o quell’eccesso di sfruttamento o di economia estrattiva a generare il mutamento in atto, ma l’intero assetto mondiale della produzione e del consumo. E questo è necessario stabilirlo, perché l’opinione pubblica non venga ingannata dal ceto politico con i soliti pannicelli caldi di qualche pannello solare in più.

Per non lasciare alcuno scampo ai minimalisti, Tartaglia ricorda anche quello che avviene in settori in cui all’apparenza sono meno rilevanti i processi di combustione, ad esempio in un ambito vitale dell’economia planetaria, l’agricoltura: «la nostra agricoltura impostata su un sistematico uso di fertilizzanti chimici porta a una progressiva riduzione del contenuto organico nel suolo e il carbonio che non resta nel terreno si ritrova nell’atmosfera. Nelle grandi pianure americane lo spessore dello strato organico nel terreno si misurava, nell’800, in metri, oggi in centimetri. E qualcosa di simile avviene anche nella pianura padana». L’economia capitalistica brucia il patrimonio di biomasse accumulato in milioni di anni nel sottosuolo, altera il clima, ma libera anche CO2 dal suolo isterilendo lo strato da cui inizia la vita.

UN PREGIO DI QUESTO SAGGIO è l’intelligenza politica che sorregge ogni sua pagina e che lo rende particolarmente efficace. Non è solito trovare negli scritti degli scienziati (se è per questo anche degli storici, soprattutto italiani) il garbo, l’ironia, la costante attenzione alla comunicabilità del messaggio. Il tutto indirizzato a demolire uno dopo l’altro i pregiudizi e le menzogne con cui i poteri dominanti continuano a condurre l’economia globale. Tartaglia fa giustizia, con argomentazioni scientifiche, della superstizione secondo cui l’innovazione ci salverà. I limiti invalicabili della natura non consentono facili scorciatoie. Allo stesso tempo chiede al presidente del Consiglio, per esempio, di fronte alla imponente campagna mondiale di trivellazioni da parte dell’ Eni, industria di stato, che contributo si dia al contenimento dei gas serra. Quando secondo gli scienziati occorrerebbe che l’80% dei carburanti fossili rimanesse nel sottosuolo per conseguire gli obiettivi.

Ma dalla critica di Tartaglia esce a pezzi uno dei miti della nostra classe dirigente, priva di ogni visione e creatività: le grandi opere, che appaiono, dati alla mano, grandi divoratori di energia. Senza dire che il consumo di suolo continua in Italia al ritmo di 2metri quadrati al secondo (51 km2 nel 2108)

IN VERITÀ, tutto continua come prima. Eppure molte cose potrebbero essere realizzate per invertire la tendenza. Tartaglia non è avaro di consigli. Ma la logica dominante è riparare, quel che si rompe, non prevenire. Così, se non li fermiamo, la festa continuerà, salvo parentesi pandemiche, fino alla catastrofe.

Ambiente, le domande scomode di Michael Moore

Un documentario che divide. Planet of the humans, prodotto da Michael Moore, mette nel mirino la devastazione dell’ambiente e le contraddizioni dell’ambientalismo. Il film ha scatenato polemiche feroci, soprattutto nel mondo “green” degli Stati uniti. Come contributo al dibattito anche in Italia, pubblichiamo insieme due punti di vista diversi e argomentati, firmati da Luca Celada e Stella Levantesi

I POLLI DI RENZO E LA STUPIDITA’ UMANA

Giuseppe Merlino 22/09/2017

Nel terzo capitolo dei “Promessi sposi” del Manzoni leggiamo che Renzo si reca dal famoso avvocato Azzeccagarbugli per vedere di salvare il suo matrimonio portando con se quattro capponi da regalare all’illustre giurista.
Egli portava con una mano le povere bestie a testa in giù con le otto zampe ben legate.
Scrive il Manzoni : “Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.
Pur trovandosi in una condizione disperata, i quattro capponi continuavano a litigare ed a beccarsi tra di loro.

Questo episodio sembra ben rappresentare la condizione umana : siamo in sette miliardi “aggrappati” ad un sassolino che, a folle velocità, insieme ad una miriade di altri oggetti, ruota attorno ad una piccola stella, situata alla periferia di una galassia formata da centinaia di miliardi di stelle che è solo una dei miliardi di galassie che ci sono nell’Universo.
Su questo “sassolino” siamo come formiche impotenti di fronte ai fenomeni naturali : terremoti, alluvioni, eruzioni vulcaniche, uragani, fanno vittime a caso.
Siamo soggetti a malattie ed a sofferenze di ogni genere e, per tutti, alla fine giunge la morte.
Siamo dunque in una condizione disperata, proprio come i capponi di Renzo e, proprio come i capponi di Renzo che si beccano tra di loro, non troviamo di meglio da fare che “beccarci” fra di noi.
Nul corso della storia della civiltà umana, dalla preistoria fino ai nostri giorni, gli uomini non hanno trovato di meglio da fare che combattersi fra di loro.
Da sempre, la civiltà umana è stata caratterizzata da guerre, atrocità di ogni genere, crudeltà inenarrabili verso esseri umani ed animali.
In una situazione così precaria e drammatica nella quale ci troviamo, invece di essere solidali tra noi e con gli altri esseri viventi, nostri fratelli minori, continuiamo a comportarci come i capponi di Renzo.
E’ appena iniziato il terzo millennio dopo Cristo, ma nulla è cambiato : uomini bruciati vivi, decapitati, crocifissi, impiccati, sottoposti a torture atroci. Donne violentate. Guerre in ogni parte del mondo. Attentati che fanno centinaia di vittime innocenti. Bambini che muoiono o restano orrendamente mutilati. L’elenco sarebbe interminabile.
Sarà così per sempre ?
E’ vero che il mammifero primate homo ha potuto prendere il sopravvento su questo pianeta, e conseguentemente sviluppare la sua intelligenza, perchè è l’animale più feroce, ma proprio questa intelligenza acquisita dovrebbe contribuire un giorno a mitigare la sua violenza ed indurlo a riflettere.
Ma forse è ancora troppo presto.

NON VIENE MAI PRESA IN CONSIDERAZIONE L’IDEA DI DIROTTARE LE SPESE PER ARMAMENTI, 1912 MILIARDI DI $ NEL 2019, VERSO UNA RICERCA FINALIZZATA ALLA FUSIONE NUCLEARE

Luca Celada, Stella Levantesi12.05.2020

Planet of the humans, l’ultimo documentario prodotto da Michael Moore, mette nel mirino la devastazione dell’ambiente e le contraddizioni dell’ambientalismo.

Il film, uscito il 22 aprile su YouTube alla vigilia della Giornata della Terra, ha scatenato polemiche feroci, soprattutto nel mondo “green” degli Stati uniti.

Le critiche, cavalcate dalla destra trumpista e negazionista dell’emergenza climatica, sono arrivate fino alla richiesta di censurare il film.

Il documentario di Jeff Gibbs (un collaboratore di Moore, che è solo produttore e distributore del film), è stato visto più di 7 milioni di volte ed è dichiaratamente controverso. Non a caso si è attirato le critiche di numi tutelari della sinistra di Oltreoceano come Naomi Klein, Michael Mann e Bill McKibben, organizzazioni come il Sierra club, videomaker ambientalisti come Josh Fox.

Come contributo al dibattito anche in Italia, pubblichiamo insieme qui due punti di vista diversi l’uno dall’altro, firmati da Luca Celada e Stella Levantesi.

La devastazione del pianeta non è come la Corazzata Potemkin per Fantozzi, per cui sì, il dibattito sì. Il sito del film, dove gli autori rispondono agli spettatori, è qui.

Buona lettura e perché no, buona visione. (matteo bartocci)
 

Scontro sul Pianeta degli umani

 
Luca Celada – Los Angeles

Il 22 aprile Michael Moore ha postato gratuitamente su Youtube Planet of the Humans.

Il film, diretto dal suo collaboratore Jeff Gibbs, era stato proiettato lo scorso luglio al Traverse City Film Festival, il festival che Moore organizza ogni estate in Michigan. Per raggiungere il massimo numero possibile di persone e alla luce del lockdown, i produttori hanno deciso di pubblicarlo gratuitamente sul canale Youtube di Moore nella cinquantesima ricorrenza della giornata della Terra.

In due settimane il film ha collezionato sette milioni di visioni suscitando enorme dibattito – e soprattutto una polemica feroce.

Fiumi di sdegno hanno riempito i canali social, molti hanno gridato allo scandalo e sono circolate petizioni contro il film – la più autorevole quella firmata dal climatologo Michael Mann della Pennsylvania University e Josh Fox, anche lui documentarista, nominato all’Oscar qualche anno fa per il bel Gasland sulle tecniche di terra bruciata (letteralmente) dell’industria del “fracking”.

Fox e Mann hanno chiesto (e brevemente ottenuto) l’oscuramento del film di Moore che contiene, a loro detta “lampanti falsità e disinformazione”.

Il portale Films For Action ha effettivamente rimosso Humans dalla pagina, suscitando a sua volta la reazione in una lettera aperta del PENN club, l’associazione degli autori, che ha  inveito contro la censura del documentario.

In seguito una sentenza di un tribunale ha imposto che il film fosse ripristinato e ha obbligato Mann al risarcimento delle spese processuali.

L’acrimonia provocata da Humans è singolare perché si tratta in gran parte di una guerra fratricida. Le critiche più veementi, infatti, sono pervenute soprattutto dal movimento ambientalista, che a sua volta è oggetto della analisi impietosa del film di Gibbs.

La tesi centrale del film è semplice: la soluzione puramente tecnologica della crisi ambientale planetaria è destinata a essere insufficiente se non si affronta la questione dei consumi, perché la crescita perpetua su un pianeta dalle risorse finite non è sostenibile.

Col suo film, Gibbs, ambientalista di lungo corso, narra “in soggettiva” questa presa di coscienza e la crisi di fede che questo gli provoca sui dogmi della riconversione energetica, che finisce di giudicare come una sorta di messianismo tecnologico.

Gibbs incontra numerosi esperti che gettano dubbi sull’efficacia delle “energie verdi”.

Si scaglia innanzitutto con le “biomasse’, la produzione di elettricità mediante termovalorizzatori che divorano foreste e scarti vegetali. Ammessa fra le modalità sostenibili da molte amministrazioni, la biomassa incassa sovvenzioni pubbliche e ha attirato investitori senza scrupoli. Una delle sequenze più efficaci del film trova che un impianto a biomassa certificato “verde” brucia di tutto compresi vecchi copertoni.

Usata come copertura politica (anche da esponenti ambientalisti come Bill McKibben – che di recente ha cambiato idea) la biomassa appare come una vera frode ai danni dell’ambiente (con effetti particolarmente drammatici sulle foreste amazzoniche truciolate in carburante).

Lo scetticismo si estende anche all’energia solare e all’eolico. Sostanzialmente Gibbs parla con molte persone (compresi venditori di pannelli) che ammettono che questi non sono un alternativa realistica per soppiantare carbone e petrolio.

Come i pannelli, le pale eoliche sono il terminale di una filiera industriale, estrattiva ed industriale di enorme impronta ecologica pur rimanendo insufficiente al fabbisogno.

Un esempio per tutti: il boom delle auto elettriche dipende ancora da quantità – industriali appunto – di elettricità generata da idrocaburi.

La parte del film su eolico e solare potrebbe di sicuro essere maggiormente approfondita e forse aggiornata (alcune delle sequenze risalgono a diversi anni fa), ma Planet of the humans non è un doc scientifico.

A Gibbs interessa porre una questione filosofica sui consumi di una sola specie che si è impadronita del pianeta (la nostra) e il cui successo biologico inizia a lambire evidenti limiti ambientali.

Quandanche le energie rinnovabili dovessero più che raddoppiare entro il 2050, secondo le attuali proiezioni costituirebbero comunque meno della metà di un fabbisogno globale che si prevede sarà anch’esso raddoppiato entro quell’anno.

Gibbs postula che di fronte a questa realtà l’ambientalismo mainstream offre una falsa religione fatta di soluzioni tecnologiche, spesso cooptate da grandi interessi energetici che usano la falsa promessa di salvaguardare tenori di vita e consumi insostenibili.

È questa l’eresia contro cui si sono scagliati esponenti del movimento ambientalista, come Fox in un feroce attacco pubblicato sulla testata della sinistra storica The Nation che ha accusato “l’ex idolo, Mike” di disfattismo.

Il movimento per l’ambiente, scrive Fox, ha fatto passi da gigante, ottenendo importanti risultati nella riconversione e la diffusione di una nuova mentalità. Grazie a leader come Naomi Klein, McKibben e Greta Thunberg (ma Fridays for Future non viene menzionata nel film) vere soluzioni per l’emancipazione dal petrolio sono ormai a portata di mano.

Politici come Bernie Sanders e Alexandra Ocasio Cortez hanno portato all’ordine del giorno programmi come il Green New Deal, e piattaforme simili si stanno diffondendo in molti paesi. Invece di celebrare questi risultati, attacca Fox, Moore e Gibbs tradiscono il movimento facendo il gioco dei petrolieri e seminando disperazione.

Ma reiterare i successi e la necessaria mobilitazione non cambia fondamentalmente il teorema di Gibbs.

Nel suo film in particolare fanno una magra figura esponenti “verdi” come Al Gore.

L’ex vicepresidente democratico è stata una figura fondamentale del moderno proseliltismo ambientalista grazie al suo film premio Oscar Una scomoda verità. Ma Gore è sempre stato esplicito fautore di una via capitalista alla riconversione. Specie nel sequel del 2017 (Una scomoda verità 2) sostiene che la soluzione sia soprattutto di riconverire il grande capitale al potenziale di nuovi guadagni “verdi”.

Gore stesso è titolare, col socio David Blood, di un fondo di investimenti “green”: Generation Investment Management. Nel 2013 Gore ha venduto Current Tv, poi diventata Al Jazeera America, alla dinastia petrolifera saudita, realizzando un profitto di 100 milioni di dollari.

La “contiguità” di certa leadership ambientalista con i grandi interessi del capitale mondiale non sembra una critica arbitraria o del tutto campata in aria.

Tuttavia Gibbs è stato accusato di essere un eco-nazista, promotore di soluzioni eugenetiche o genocide soprattutto per avere sollevato la questione dei consumi alimentati anche da una popolazione in continua crescita.

La reazione è quantomeno sproporzionata anche se in parte comprensibile. Né ha aiutato che a difesa di Moore siano accorsi, con strumentale sostegno, testate di estrema destra come la bannoniana Breitbart News.

Le domande poste da Gibbs però – per scomode che siano, sembrano quantomeno lecite, e forse necessarie.

“Siamo ambientalisti da una vita,” ha detto Moore, interpellato da The Hill. “Se non possiamo guardarci negli occhi e dirci ‘ehi, forse siamo sulla strada sbagliata’ questo è un problema. Dobbiamo poterne parlare”.

Secondo i critici come Fox, invece, il film sarebbe “eccessivamente apocalittico”, ed è difficile sostenere che non dipinga effettivamente un quadro desolato, tale forse da scoraggiare le mobilitazioni, come ad esempio quella del nascente movimento ambientalista giovanile.

Apocalittici però sono oggi anche gli scenari dipinti dai dati scientifici – ed è legittimo, forse necessario, come rilevano alcuni attivisti e pensatori (come Roger Allan e Franco Bifo Berardi), considerare l’estinzione un orizzonte quantomeno filosofico del presente.

Se dobbiamo parlare di scomode verità sembrerebbe giusto anche fare le domande scomode.

Da Moore un film falso e molto pericoloso

Stella Levantesi, Roma

Il film di Jeff Gibbs, “fotografo, attivista, avventuriero e narratore”, è un pugno nello stomaco contro ambientalisti ed energie rinnovabili. Specifico che questa non vuole essere una recensione. Lascio le recensioni a chi, meglio di me, può farle.

La premessa su cui si basa il documentario è che le energie rinnovabili non sono poi tanto meglio dei combustibili fossili e i gruppi ambientalisti non sono poi tanto meglio dei magnati del petrolio, anzi, sono peggio perché sono falsi, ipocriti e corrotti dal mondo corporate statunitense.

In sostanza la tesi del documentario è una narrazione molto simile a quella di coloro che in ambito politico vogliono alzare polveroni provocatori e poco costruttivi: siamo tutti corrotti, sporchi e motivati esclusivamente dal profitto. Ah, e tutti nascondiamo qualcosa. Soprattutto gli “ambientalisti sinistroidi” che finora hanno fatto finta di essere “puri”.

Siamo sull’orlo dell’estinzione ma continuano a nutrirci di illusioni sotto forma di panelli solari e impianti eolici e macchina elettriche. Dico illusioni perché, secondo la logica del film, le rinnovabili non potranno mai davvero sostituire i combustibili fossili. Infatti, il film sostiene che per creare gli impianti di rinnovabili servono proprio i combustibili fossili.

Moore è un provocatore e non dovrebbe sconvolgerci il fatto che nel bel mezzo della pandemia di coronavirus abbia distribuito un film che fa scoppiare l’unica bolla di speranza per il futuro della vita umana sulla terra.

Il documentario va oltre una semplice critica del movimento ambientalista e delle rinnovabili e, per questo, ha creato molte polemiche. Tenta e riesce, con successo, aggiungerei, di mettere in cattiva luce l’industria di fonti rinnovabili e alcuni nomi del mondo ambientalista, tra cui Al Gore e Bill McKibben, autore del primo libro sul cambiamento climatico nel 1989 e fondatore dell’organizzazione per il clima 350.org.

Dopo un’ora e quaranta di questo documentario, chiunque sarebbe convinto che il mondo ambientalista ci ha voluto fregare con falsi miti su come le fonti rinnovabili salveranno il mondo.

Ma questo film è pericoloso, non perché attacca le fonti rinnovabili tout court ma perché lo fa attraverso un taglia e cuci di informazioni, fatti e opinioni estremamente fuorvianti e, in alcuni punti del film, profondamente scorretti.

Il pericolo è questo: il film è credibile. E perciò pericoloso. Vedere che un documentario sull’ambiente sostenuto da un regista come Moore utilizza la disinformazione per portare avanti la propria narrazione è inquietante, soprattutto in un momento in cui la stessa dinamica continua a ripresentarsi anche in risposta al coronavirus.

Basta leggere il sotto testo, però, e le cose cambiano parecchio.

Campanello d’allarme numero uno, che suona più forte di tutti: il documentario è stato apprezzato, elogiato e lodato dai negazionisti climatici. E per negazionisti climatici non si intendono il cittadino confuso e disinformato che crede che il cambiamento climatico sia una bufala, ma i negazionisti delle industrie dei combustibili fossili che per decenni hanno portato avanti campagne di manipolazione e disinformazione per convincere il pubblico che il cambiamento climatico non esiste. E quando questo non è stato più possibile perché gli impatti del climate change cominciavano a essere visibili a tutti, l’hanno fatto per convincere il pubblico che la crisi climatica, in realtà, non è colpa dell’uomo oppure che non è poi così grave.

Le industrie di combustibili fossili, appoggiate da think tank libertari, politici repubblicani, ultra conservatori e populisti, e dalle piattaforme mediatiche della destra, hanno, per anni, finanziato con miliardi di dollari le campagne di negazionismo sul cambiamento climatico con un unico scopo. Quello del profitto. L’obiettivo è mantenere il loro business as usual.

Seminare dubbio, fare confusione, manipolare, ingannare, disinformare sono stati i pilastri della campagna di negazione climatica.

Se ad oggi non esistono ancora politiche efficaci che combattono il cambiamento climatico a livello globale è soprattutto per queste campagne.

Proviamo a fare nomi e cognomi.

Il libertario Heartland Institute, con sede negli Stati Uniti, che ospita “contro-vertici” a fianco delle conferenze sul clima delle Nazioni Unite e che è finanziato dagli interessi dei combustibili fossili, tra cui la ExxonMobil, si è affrettato a mandare in onda un podcast dedicato al documentario di Moore.

ExxonSecrets di Greenpeace riferisce che il solo Heartland Institute ha ricevuto 676,500 dollari dalla ExxonMobil dal 1998.

L’istituto è stato tra i primi a fare pressione su Donald Trump per far uscire gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi.

Heartland è affiliato all’istituto di ricerca austriaco Austrian Economic Centre che, a sua volta, è affiliato con il partito di destra tedesco Afd, il quale sostiene che il cambiamento climatico è una bufala.

A maggio del 2019, il quotidiano tedesco Der Spiegel, ha riferito che l’Afd ha lavorato a stretto contatto con EIKE (European Institute for Climate and Energy).

Sul suo sito web, questo gruppo sostiene che la politica climatica è un ‘pretesto’ per i leader affinché possano ‘controllare l’economia e la popolazione’ e ‘gravare sulle persone con le tasse’ – si legge su Der Spiegel. EIKE fomenta l’odio contro le manifestazioni dei Fridays for Future e contro Greta Thunberg, che alcuni membri di EIKE chiamano “sgualdrina della protezione del clima”.

Heartland Institute e EIKE hanno entrambi ricevuto finanziamenti significativi sia dall’industria petrolifera (oltre 500.000 dollari ciascuno dalla ExxonMobil) che da fondazioni di destra come la Mercer e la Koch Family Foundation.

A lodare il documentario di Moore è stato anche il sito di notizie americano di estrema destra Breitbart news.

Breitbart è cofondato dalla famiglia Mercer, che finanzia i think tank conservatori incluso  Heartland Institute, ed è stata anche il principale investitore di Cambridge Analytica, compagnia costretta a chiudere le operazioni a causa dello scandalo con Facebook.

Altro cofondatore di Breitbart è Steve Bannon, il braccio destro di Trump ed ex-manager Goldman Sachs che attraverso la sua piattaforma mediatica ha promosso razzismo, islamofobia, suprematismo bianco, misoginia e per quanto riguarda il clima, aperto negazionismo.

La macchina di Bannon produce e diffonde teorie di cospirazione e notizie false, spesso create da siti neonazisti e di suprematisti bianchi.

“Fox News riprendeva [le notizie false] per usarle come «argomenti di dibattito», il presidente le rilanciava e i suoi seguaci se le bevevano”, scrive il giornalista Paul Mason a proposito delle fake news promosse da Breitbart nel suo libro Un futuro migliore. Così, hanno creato “una catena di montaggio efficiente per la produzione di bugie altamente mirate”.

Trovare i negazionisti è facile perché sono tutti legati tra loro, di solito tramite transazioni di denaro e finanziamenti. Una volta che ne individui uno, li hai individuati tutti.

I negazionisti hanno creato una vera e propria setta che come una gang di quartiere minaccia ed estorce – solo che ha molti più soldi, molto più potere e agisce con molta più malafede.

È ovvio, quindi, che i negazionisti non aspettavano altro che un film come quello di Moore. Questa volta, non si sono nemmeno dovuti sforzare per manipolare la realtà a loro vantaggio; Moore e Gibbs hanno fatto il lavoro sporco e hanno offerto loro l’alibi ideale.

Il documentario Planet of the Humans è un assist alla macchina della negazione climatica e ambientale, un assist che potrebbe rivelarsi fondamentale nel campionato tra negazionismo e lotta ai cambiamenti climatici.

Josh Fox, il regista del documentario anti-fracking, Gasland, ha cofirmato una lettera insieme ad altri, tra cui lo scienziato del clima Michael Mann che ha studiato e ideato il famoso grafico della “mazza da hockey” (hockey stick), prova fondamentale del riscaldamento globale antropico per la scienza climatica poiché il grafico illustra un picco di temperatura nel ventesimo secolo, dopo 900 anni di clima stabile.

La lettera dice che il film di Moore “spaccia argomenti dell’industria dei combustibili fossili in realtà già sfatati” e “ignora gli ultimi dieci anni di policy e planning delle energie rinnovabili sottoposta a peer-review”. Secondo Mann il film include “varie distorsioni, mezze verità e bugie” e che i filmmaker “hanno fatto un grave disservizio a noi e al pianeta nel promuovere i luoghi comuni degli ‘inattivisti’ del cambiamento climatico”.

E questo ci porta al secondo campanello d’allarme: i dati e le informazioni utilizzate nel film sono obsoleti. Risalgono a molti anni fa, ma nel frattempo sono stati fatti moltissimi progressi per quanto riguarda l’efficienza delle fonti rinnovabili.

Il film sostiene che si usano più combustibili fossili per la produzione di infrastrutture per le energie rinnovabili di quanti se ne possano “risparmiare”.

Questo è falso.

Uno studio del 2017 su Nature Energy ha scoperto che, se si considera la produzione e la costruzione, l’impronta di carbonio dell’energia solare, eolica e nucleare è circa 20 volte minore di quella del carbone e del gas naturale, anche quando quest’ultimo include una costosa tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio. Mentre l’energia prodotta durante il funzionamento di un pannello solare e di una turbina eolica è, rispettivamente, 26 e 44 volte maggiore dell’energia necessaria per costruirli e installarli.

Ci sono molti studi che giungono a conclusioni simili. È vero che l’impronta di carbonio delle energie rinnovabili non è pari a zero –  nessuna tecnologia è perfetta da questo punto di vista – ma il film in qualche modo omette il fatto che l’impronta di carbonio delle rinnovabili è molto più bassa rispetto ai combustibili fossili, suggerendo invece falsamente e con nessuna prova a sostegno, che le energie rinnovabili sono altrettanto negative.

Dana Nuccitelli, scienziato ambientale e esperto di valutazione del rischio che per anni ha scritto di ambiente e negazionismo, ha detto che l’argomentazione principale del film è paragonabile a dire che “poiché la frutta contiene zucchero, mangiare fragole non è più sano che mangiare una cheesecake”.

In un’altra scena del documentario, Gibbs si reca in uno stabilimento della General Motors a Lansing, in Michigan, nel 2010. Dieci anni fa.

All’epoca GM presentava il suo nuovo veicolo ibrido elettrico Chevy Volt. Gibbs intervista un rappresentante del fornitore locale di energia elettrica, il quale dice che il 95% della loro fornitura energetica è generata bruciando carbone, e che l’energia per caricare i veicoli elettrici dell’impianto GM non proviene da fonti rinnovabili.

La discussione sui veicoli elettrici nel film si conclude qui. Gli spettatori sono lasciati a supporre che, poiché queste auto vengono caricate bruciando carbone, è tutta una truffa.

La scena è estremamente convincente; se non lo fosse, non ci sarebbe la necessità di fare chiarezza.

Secondo Nuccitelli, a causa dell’alta efficienza dei motori elettrici, un’auto elettrica caricata interamente a carbone produce comunque meno inquinamento da carbonio di un’auto con motore a combustione interna (ma ne produce più di un ibrido). In breve, i veicoli elettrici sono un miglioramento rispetto alle auto a benzina, e la loro impronta di carbonio continuerà a ridursi man mano che le energie rinnovabili si espanderanno per fornire una maggiore quantità di energia elettrica.

Il film, poi, dedica una mezz’ora buona alla pratica di bruciare alberi per creare energia.

Si tratta della biomassa come fonte energetica, la quale comprende anche la combustione di rifiuti di legno, spazzatura e biocarburanti.

Nel film viene fatto di un filo d’erba un fascio e la biomassa viene accorpata assieme all’energia solare ed eolica, come se avessero lo stesso impatto e implicassero la stessa tipologia di problemi.

Secondo la Energy Information Administration (EIA), l’anno scorso solo l’1% dell’elettricità degli Stati Uniti è stata generata dalla combustione di legna, ma nel film viene fatto passare il messaggio contrario, ovvero che la biomassa negli USA è estremamente diffusa.

In Europa è una questione diversa, la biomassa rappresenta circa il 5% della produzione di elettricità, infatti viene incentivata perché l’Unione Europea considera la combustione del legno neutra dal punto di vista del carbonio e può quindi essere utilizzata per raggiungere gli obiettivi climatici.

Siccome si possono piantare nuovi alberi in sostituzione di quelli rimossi, l’UE parte dal presupposto che il legno bruciato sarebbe comunque decaduto e avrebbe comunque rilasciato il carbonio immagazzinato.

Nuccitelli sostiene che ci sono numerosi problemi con questi presupposti, uno dei quali è inevitabile: il tempo. Bruciare alberi è quasi neutro dal punto di vista del carbonio “una volta che un albero in sostituzione cresce fino a raggiungere una maturità sufficiente a recuperare il carbonio perduto, ma ciò richiede molti decenni. Nel frattempo, il carbonio rilasciato nell’atmosfera accelera la crisi climatica in un momento in cui la riduzione delle emissioni è sempre più urgente”.

Ecco perché gli scienziati del clima chiedono sempre più ai politici di smettere di espandere questa pratica. E così ha fatto anche il fondatore di 350.org, Bill McKibben, dal 2016, nonostante venga rappresentato nel film come un malvagio sostenitore del disboscamento delle foreste da bruciare per ottenere energia.

Come Fox News o altre piattaforme di propaganda, il film presenta una prospettiva di parte attraverso voci individuate e scelte con cura.

Il film, dice Nuccitelli, applica un test di purezza ambientale che può sembrare convincente per gli spettatori che non hanno esperienza in materia. Nel film, prosegue, ogni tecnologia imperfetta – quindi ogni tecnologia in assoluto – viene considerata negativa. Questo è un chiaro esempio del fatto che “il perfetto è il nemico del buono”. In realtà, “questo film è il nemico dell’ultima migliore possibilità dell’umanità di salvare se stessa e innumerevoli altre specie dal cambiamento climatico incontrollato attraverso una transizione verso tecnologie più pulite”.

Ed è questo il punto. Al momento, non ci sono alternative.

Secondo il film la soluzione alla crisi climatica è il controllo della popolazione. I commenti al documentario sul controllo della popolazione sono stati molto controversi e, in alcuni casi, questa “soluzione” è stata paragonata alle argomentazioni fatte da ecofascisti, come l’uomo armato che nel 2019 a El Paso, in Texas, ha ucciso 23 persone e ferito altre 23 e che, nel suo manifesto, ha scritto: “Se riusciamo a liberarci di un numero sufficiente di persone, allora il nostro stile di vita può essere più sostenibile”.

Questa conclusione non risponde però a una domanda fondamentale: come può il controllo della popolazione risolvere il problema dell’influenza totale dell’industria dei fossili sulla politica?

Il film ha fatto un ottimo lavoro nel creare un nuovo e ulteriore capro espiatorio per salvare la faccia alle industrie dei combustibili fossili che, da decenni, si stanno mangiando il nostro futuro.

I filmmaker stravolgono i fatti di base, ingannando il pubblico su chi è responsabile della crisi climatica. Siamo abituati alle campagne di disinformazione sulla scienza del clima da parte dei sostenitori delle energie fossili, ma da parte di un regista come Moore? È difficile capire le sue motivazioni.

I suoi film precedenti, come il famoso Bowling for Columbine, erano incentrati sulla responsabilizzazione delle aziende. Più recentemente, poi, Moore ha appoggiato Bernie Sanders, la cui campagna è incentrata su un ambizioso obiettivo di energia rinnovabile al 100%.

L’elemento più subdolo di questo film è che arriva in un momento in cui il movimento dei giovani per il clima stava prendendo piede con vigore.

Piuttosto che sostenere il lavoro di movimenti come il Sunrise Movement, Fridays for Future,  Zero Hour o 350.org, il film mette a repentaglio i risultati di questi attivisti, seminando più confusione e dubbi che altro.

L’ultima cosa di cui la lotta al cambiamento climatico aveva bisogno era quella di creare ulteriori divisioni e di fare gioco ai negazionisti e alle industrie di combustibili fossili. In un certo senso si potrebbe dire che il film di Moore è una nuova forma di negazionismo, più velata e per questo ancora più pericolosa.

Un altro problema è che non importa quante volte verrà corretta la disinformazione contenuta nel film di Moore.

Il documentario funziona perché, pur destabilizzando, offre una valvola di sfogo, come fece all’epoca il Movimento 5 Stelle. Finalmente qualcuno svela quanto siano sporche le mani di tutti.

La narrazione diventa subito politica: gli errori a sinistra sono imperdonabili, quelli a destra, trascurabili. È il paradigma che ha declinato gli ultimi anni di politica, a partire da Trump.

Siamo nel pieno dell’era della post-verità. Non importa quali sono i fatti, importa come vengono raccontate le cose. Se è convincente, se ho un motivo per crederci, se crederci mi beneficia, è fatta. Non importa quanto sia falso o manipolatorio. Vale per il clima, vale per il coronavirus.

Ricominciamo a distinguere le menzogne dai fatti. Se non ridiamo valore ai fatti e alla scienza, il mondo continuerà ad essere in balìa di ecofascisti, populisti, sovranisti e negazionisti.