“Abbiamo una banca”. La sinistra che gira le spalle ai più poveri
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“Abbiamo una banca”. La sinistra che gira le spalle ai più poveri

di Enzo SCANDURRA, da “il manifesto”, 2 febbraio 2019

Finiremo mai di stupirci di come le frottole, le giravolte del Ministro della Paura ricevano il consenso o la complicità, di tanta parte del popolo italiano? Magari tra qualche anno non sarà più così, come già capitato a Renzi, ma in questo momento storico il ministro può dire, negare, contraddirsi, perfino mascherarsi da Pulcinella, ma resta in cima alle classifiche degli uomini politici più acclamati. Tanto vale chiedersi perché, pur a fronte di tante balle, continua a riscuotere un tale successo.

Perché dovunque il vento della storia soffia a favore dei populisti, dei sovranisti, comunque a destra? Per colpa di Renzi che ha sbriciolato la sinistra? Per colpa della sinistra che ha finito con l’inseguire le sirene ingannevoli della globalizzazione e dello sviluppo?

I fatti del mondo ci dicono che la nostra civiltà, conquistata faticosamente (col sangue) nel corso dei secoli, è solo una crosta sottile pronta a sfaldarsi al primo richiamo della foresta. Non è una rendita acquisita per sempre, si può tornare indietro e la storia lo ha dimostrato diverse volte. Si può oltrepassare quella sottile zona grigia che ci separa dalla barbarie, regredendo giorno per giorno, perdendo di vista la natura, le nostre amicizie, ciò che indissolubilmente ci lega come specie che non ha a disposizione se non il mondo che abitiamo. Le parole conclusive di Levi ne I sommersi e i salvati ce lo insegnano ancora: «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo. Può accadere, e dappertutto».

Vi ricordate quel brano recitato da Ascanio Celestini che diceva « io non sono razzista…, però…», questa è stata la sinistra, un po’ snob, un po’ buonista, un po’ progressista, un po’ moderata. Però pronta a salvare i potenti, a perdonare i peccatori (immobiliaristi, banchieri, manager), fino ad essere circondata dall’indifferenza e perfino dall’ostilità della gente.

Non ha mai alzato la voce con i più forti, mai difeso abbastanza le ragioni dei più deboli.

Ha girato le spalle ai più umili e volto lo sguardo ai potenti (“abbiamo una banca!”). Ci ha insomma convinti che se anche questo mondo non era perfetto, non potevamo chiedere di più.

Il riformismo, sconfitto dalla storia (e ancora oggi invocato), è scaduto nel gioco al ribasso, convinti che noi eravamo i più furbi, i più colti, i più saggi e l’avremmo avuta vinta sui barbari che non capivano le nostre illuminate ragioni.

Salvini è mosso da un’antropologia feroce che conosce bene le debolezze dell’uomo, le sue fragilità, come il Grande Inquisitore di Dostoevskij che parla ai più (al popolo) un linguaggio capace di volgere a proprio favore la rabbia dei traditi. Il Grande Inquisitore non combatte la debolezza degli uomini, ma anzi la corteggia, la coltiva sapendo che essa si trasformerà nella sua arma più potente.

È ancora Primo Levi a ricordarci che la rottura della solidarietà tra prigionieri fa in modo che la ricerca della salvezza individuale nei lager (i salvati), si trasforma nel tradimento dei fratelli (i sommersi). Perché oltrepassata la sottile zona grigia si scopre che il male è dentro di noi e la politica servirebbe a far emergere la parte migliore contrastando quella peggiore sempre in agguato.

E anche gli ideali universalistici spesso sovrastano la dimensione quotidiana dell’uomo di strada che, seppure non ha il coraggio e la forza di rinnegarli, è pronto a salire sul carro di coloro che li combattono per un desiderio folle di rivincita, di contare, ammaliato dalle belle parole del “caporale Hitler”, egli stesso mosso da una volontà di riscatto rispetto alla cultura del suo tempo che lo vedeva un perdente.

Compito della sinistra sarebbe stato piuttosto far capire come la libertà, l’emancipazione e la conquista di una solidarietà non data in natura, è un percorso difficile che presuppone passo dopo passo il superamento del proprio egoismo proprietario. Ma farlo con l’esempio e non gridandolo al cielo o nei rituali dei convegni tra coloro che parlano la stessa incomprensibile lingua. L’assalto al cielo era questo semmai, spronare costantemente l’uomo a superare le proprie debolezze insieme agli altri, loro stessi deboli, senza perdere il sorriso.