VOGLIO UN MONDO SENZA GUERRE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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VOGLIO UN MONDO SENZA GUERRE da IL MANIFESTO

Con Gino dalla parte del torto

In pace. Non c’è retorica che tenga nel ricordarlo come un protagonista – il protagonista – del pacifismo internazionale, quella «terza potenza mondiale» che alla fine fu ripetutamente sconfitta dalle tante, troppe guerre attivate ormai da scelte bipartisan in nome dell’”umanitario” e/o della “democrazia”.

Tommaso Di Francesco  14.08.2021

Gino, il compagno Gino Strada ci ha lasciato. È una morte pesante per il manifesto. Perché ovunque si sia mostrata in questi ultimi trenta anni una scellerata guerra promossa dall’Occidente, o direttamente o indirettamente, con le sue devastanti conseguenze, come la disperazione dei profughi in fuga dalle ultime macerie o la scia di sangue del terrorismo di ritorno, lì abbiamo sempre trovato Gino, perfino prima di noi, impegnato a dire no al nuovo, inutile spargimento di sangue. Come dimenticare poi che per alcuni anni insieme abbiamo promosso, con questo giornale, le nuove iniziative umanitarie da lui attivate nel grande serbatoio delle nostre ricchezze, il continente africano.

Non c’è retorica che tenga nel ricordarlo come un protagonista – il protagonista – del pacifismo internazionale, quella «terza potenza mondiale» che alla fine fu ripetutamente sconfitta dalle tante, troppe guerre attivate ormai da scelte bipartisan in nome dell’”umanitario” e/o della “democrazia”.

Lui l’alternativa alla guerra la costruiva umanitariamente ogni giorno sul campo con la pratica di Emergency, negli ospedali che il suo pacifismo attivo – non a chiacchiere – apriva, dove le armi non entravano e pronti ad accogliere tutte le vittime bisognose di cura e soccorsi, abolendo così la figura del nemico.

È sconvolgente che Gino Strada muoia nel momento in cui muore, un’altra volta, l’Afghanistan dopo venti anni di occupazione militare delle missioni Usa e Nato, rioccupato da quei talebani che la guerra del 2001 voleva sconfiggere e punire, come vendetta dell’11 settembre. Tra meno di un mese è il ventesimo anniversario di quella data che ha cambiato il mondo e gli Stati uniti a guida Biden riconoscono – indirettamente – che quel conflitto, che tanto sangue è costato soprattutto dei civili, è stato insensato. Un comportamento criminale che oscura ancora di più le nebbie già fitte delle Twin Towers distrutte. Ma naturalmente la logica del dominio non può perdere la faccia, tutto sembra preordinato e tutto va sacrificato: basta salvare l’ambasciata americana.

Sembra un film ma non lo è. Regna il caos ora in terra afghana, tra rovine, disperazione dei civili in fuga e massacri che si annunciano. Così l’addio di Gino appare come una nemesi: se ne va, dalla parte del torto proprio quando aveva ragione, proprio mentre la scena del disastro che ha denunciato mille e mille volte è illuminata nei suoi recessi più nascosti e mentre trionfano le sue parole di pace e di critica all’intervento armato.
Ora la morte di un uomo buono, giusto ma irriducibile, figlio di una generazione tutt’altro che sottomessa, ci lascia un testimone prezioso: quello di essere all’opposizione di ogni avventura militare.

Gino Strada lascia eredi non solo nelle nostre convinzioni profonde ma nel comportamento di tanti giovani ancorché nascosti nelle pieghe quotidiane della cronaca.

Chissà cosa pensa, mi sono chiesto, quando solo due settimane fa – mentre l’Amministrazione Usa avviava il ritiro delle truppe sul terreno – un tribunale americano si affrettava a condannare per tradimento a quattro anni di prigione Daniel Hale, giovane analista dell’intelligence dell’aviazione Usa che, contro tutto e tutti, ha avuto il coraggio di denunciare i crimini a distanza sui civili afghani dei bombardamenti fatti con i droni. Un fatto è certo, la missione di Gino Strada costruttore di pace non finirà con lui. E ci chiama a ruolo e a responsabilità.

Tutti i sogni di un chirurgo di Milano

In pace. Se ne va a 73 anni Gino Strada, una vita contro i conflitti e le diseguaglianze. Partì dal Ruanda con 12 milioni di lire. In 26 anni ha curato 11 milioni di persone in 19 paesi. Non mero pacifismo ma lotta attiva alle ingiustizie. Fino all’impegno per un vaccino universale

Chiara Cruciati  14.08.2021

Quando Soran venne travolto dallo scoppio di una mina aveva dodici anni. Era il 1996. In ospedale arrivò in trattore. Fu ricoverato al Centro chirurgico di Emergency a Suleymaniya, nel Kurdistan iracheno, il primo aperto in Iraq. I medici gli amputarono una gamba, poi gli costruirono una protesi. Qualche anno fa ha fatto visita a Gino Strada: oggi Soran è un avvocato e ha due figlie. Il paziente di cui non si sarebbe mai dimenticato, così Strada lo aveva chiamato.

IN IRAQ EMERGENCY era arrivata appena un anno prima. C’è ancora: soltanto lì ha curato 1,6 milioni di persone. L’impatto di un’organizzazione non la dovrebbero dare solo i numeri. Ma quelli raccolti negli ultimi 26 anni da un chirurgo di Milano sono talmente smisurati da far pensare che davvero sia riuscito a fare guerra alla guerra.

Gino Strada se n’è andato ieri a 73 anni, in Normandia, accanto alla moglie Simonetta. La notizia l’ha data la famiglia, provocando un dolore vero, palpabile nella pioggia di messaggi che hanno invaso i social. Impossibile scorrerli tutti. C’è ovviamente quello della figlia Cecilia, ex presidente di Emergency.

Lo ha scritto dal Mediterraneo, a bordo della nave ResQ People: «Non ero con lui, ma di tutti i posti dove avrei potuto essere…beh ero qui con la ResQ-People saving people a salvare vite. È quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre». Poco dopo la nave avrebbe soccorso 85 migranti, portati da un barchino di legno.

Lo ha ricordato Emergency con la sua presidente Rossella Miccio: «Siamo frastornati e addolorati. È una perdita enorme per il mondo intero. Ha fatto di tutto per rendere migliore il mondo». E con lo staff, sparso per il pianeta: «A conoscerlo meglio si vedeva che sapeva sognare, divertirsi, inventare mille cose. Non riusciamo a pensare di stare senza di lui, la sua sola presenza bastava a farci sentire tutti più forti e meno soli».

QUANDO HA SOGNATO più forte, è nata Emergency. Nel 1994 in una serata milanese, a cena a casa con l’amatissima moglie Teresa Sarti, scomparsa nel 2009, e con l’amico Carlo Garbagnati. Cosa successe dopo quella sera lo raccontò Strada in un’intervista al Corriere, erano gli anni dei massacri ruandesi: «Ci fu una cena al Tempio d’Oro, in viale Monza. Raccogliemmo 12 milioni di lire, ma volevamo cominciare dal genocidio in Ruanda e non bastavano. Ne servivano 250. Per fortuna venni invitato da Costanzo e, puf, la tv è questa cosa qui: in un paio di mesi arrivarono 850 milioni».

Ventisei anni dopo Emergency ha offerto cure chirurgiche di alta qualità a oltre 11 milioni di persone in 19 paesi, gratis. Una persona al minuto, in Afghanistan, Algeria, Angola, Cambogia, Eritrea, Iraq, Libia, Nepal, Nicaragua, Palestina, Repubblica Centrafricana, Ruanda, Serbia, Sierra Leone, Sri Lanka, Sudan, Uganda, Yemen.

E in Italia, dove dal 2006 gestisce ambulatori da nord a sud, da Marghera a Castel Volturno, perché la sanità di qualità è diritto di tutte e tutti. Una mole di esperienza tale che dal 2015 Emergency ha uno status consultivo al Consiglio economico e sociale dell’Onu.

NATO NELL’OPERAIA Sesto San Giovanni il 21 aprile 1948, Gino Strada si è laureato in medicina e chirurgia alla Statale di Milano, per poi specializzarsi in chirurgia d’urgenza. Sono gli anni dell’impegno politico con il Movimento studentesco, insieme a Mario Capanna, Sergio Cofferati, Salvatore Toscano.

Per lui che veniva da una formazione cattolica, è l’ingresso nella sinistra marxista extraparlamentare. Negli anni successivi studia e lavora nelle università di Stanford e Pittsburgh, in Inghilterra e poi in Sudafrica a Città del Capo.

LE PRIME ESPERIENZE umanitarie sono con la Croce Rossa tra Africa e Asia. Poi il genocidio in Ruanda cambia la prospettiva: l’associazione ristruttura e riapre i reparti di chirurgia e di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Kingali. Di lì a poco Emergency arriva in Iraq (1995) e in Afghanistan (1998), poco tempo prima della cosiddetta guerra al terrore lanciata da George W. Bush e dalla «coalizione dei volenterosi» dopo l’11 settembre. Conflitti barbari contro due popolazioni civili, centinaia di migliaia di morti, due Stati falliti le cui macerie non sono mai state portate via.

Solo ieri La Stampa pubblicava l’ultimo articolo di Strada, scritto mentre i Talebani proseguono senza ostacolo alcuno nella loro tetra avanzata, dopo il ritiro delle truppe occidentali. Ogni città conquistata, un nugolo di sfollati: «Ho vissuto in Afghanistan sette anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza mentre il paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi».

ALL’EPOCA, tra il 2001 e il 2003, Emergency fu in prima linea nel movimento contro la guerra. Con una posizione ben più complessa del mero pacifismo, una posizione attiva, politica, che aveva al centro la guerra alla guerra ma anche alle diseguaglianze sociali. Strada lo ripeteva sempre, «non sono un pacifista, sono contro la guerra».

La combatteva: negli ospedali, nei cortei, nelle campagne per la messa al bando delle mine anti-uomo, nelle critiche durissime a ogni governo italiano e alle politiche bipartisan di aumento costante delle spese militari. La giacca non se l’è fatta tirare mai, nemmeno dal secondo posto alle Quirinarie dei 5Stelle: quando formarono il governo con la Lega, la definì «una banda dove una metà sono fascisti e l’altra coglioni».

E COMBATTEVA le ingiustizie sociali ed economiche: con Libera dell’amico Don Luigi Ciotti («Un lottatore, un uomo che ha vissuto non solo per sé ma per gli altri», ha detto ieri) e con Alex Zanotelli e don Gallo, lui ateo convinto; accanto alla Fiom per i diritti del lavoro partita dalla Fiat di Pomigliano e proseguita con l’esperienza della Coalizione sociale di Maurizio Landini («Si vantava di avere in tasca solo due tessere: quella dell’Anpi e quella onoraria della Fiom», il ricordo del segretario della Cgil); con il lancio del “Manifesto per una medicina basata sui diritti umani” che insieme a undici paesi africani ha portato alla nascita dell’Anme (la Rete sanitaria d’eccellenza in Africa) e con un ospedale in Uganda disegnato da Renzo Piano perché «lo volevo scandalosamente bello».

Gli ultimi mesi lo hanno visto impegnato sul fronte anti-Covid, sempre su due piani, sanitario e politico. Vicino a diventare commissario straordinario della Calabria nonostante gli strali del presidente della Regione Spirlì («Strada? Incontro tutti tranne il demonio»), nel novembre 2020 ha virato sull’intervento di Emergency all’ospedale San Giovanni di Dio di Crotone per aumentare posti letto e personale: una tensostruttura, la gestione del reparto Covid2 e della subintensiva e la pressione per riaprire i tanti ospedali pubblici chiusi e porre un freno «ai viaggi della speranza di tanti calabresi».

IN PIENA PANDEMIA Strada ha battuto la strada della centralità del vaccino. Lo ha fatto aggredendo le diseguaglianze globali nell’accesso allo strumento di uscita dalla crisi. In un articolo per L’Espresso dello scorso febbraio chiedeva la cancellazione dei brevetti e la messa a disposizione delle dosi ai paesi poveri citando l’«apartheid vaccinale» coniata dall’economista indiana Gosh.

«Un’equa distribuzione dei vaccini è una questione di rispetto dei diritti umani e anche di lungimiranza. Se le vaccinazioni non procederanno speditamente e diffusamente ovunque, rischieremo che da qualche parte del mondo si sviluppino altre mutazioni del virus».

Una vita piena, che il premio Nobel alternativo, il Right Livelihood Award, vinto nel 2015 ha solo fotografato. A ridarla indietro sono undici milioni di pazienti e un avvocato iracheno.