VIOLENZA CONTRO L’AMBIENTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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VIOLENZA CONTRO L’AMBIENTE da IL MANIFESTO

«I paesi ricchi adesso devono saldare il loro debito ecologico»

Intervista. l’economista ecologista catalano Joan Martinez Alier, insignito del premio Balzan 2020 per le sfide ambientali. «L’economia deve decrescere»

Daniela Passeri  25.11.2021

Per la «qualità del suo contributo alla fondazione dell’economia ecologica, la sua analisi pionieristica delle relazioni tra ambiente ed economia, il suo approccio interdisciplinare e il suo ruolo attivo nella promozione della giustizia ambientale» l’economista ecologista catalano Joan Martìnez Alier è stato insignito del premio Balzan 2020 per le sfide ambientali. Tra i fondatori dell’economia ecologica, l’autore de L’ecologia dei poveri e di fondamentali studi sulla giustizia ambientale, Martìnez Alier ha potuto ricevere il premio dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella – causa pandemia – solo la scorsa settimana a Roma all’Accademia dei Lincei, dove lo abbiamo incontrato.

Professor Martìnez Alier, su cosa vertono i suoi studi di economia ecologica e politica ecologica?

Noi guardiamo all’economia da un punto di vista fisico, studiamo i flussi di energia e di materia delle società, il metabolismo sociale, e guardiamo al valore dell’ambiente, non solo quello crematistico, cioè il valore monetario, ma anche quello culturale, ecologico e della sussistenza delle persone. Faccio un esempio: un’azienda che estrae carbone in India può dire che il valore monetario di quel carbone è superiore a quello del territorio (es, foreste, fiumi) e delle persone che ci abitano e ne traggono la loro sussistenza, che sono molto povere e vivono magari al di fuori dell’economia monetaria. Dunque, da una parte abbiamo carbone e denaro, dall’altra sussistenza e sostenibilità di un territorio, magari una foresta che esiste da molto tempo e la vita delle persone, la loro cultura. Come si possono confrontare? Non c’è un unico sistema di valutazione. L’ecologia economica ne è consapevole. Da questa riflessione deriva la nozione di scambio ecologico iniquo e di debito ecologico dei paesi del Nord del mondo nei confronti di quelli del Sud.

Durante le COP degli ultimi anni si è parlato di «loss and damage» (perdite e danni), senza arrivare ad un accordo. Crede che una compensazione dei paesi ricchi per i danni ambientali sia possibile?

Arrivare a compensare davvero sarebbe come riconoscere il debito ecologico, ma questo gli stati sviluppati non lo vogliono. La compensazione che hanno in mente è più simile ad un’elemosina, una mancia, o se vogliamo una tangente, per tenere buoni gli stati sottosviluppati. In ogni caso, sempre meglio che niente.

Quando le aziende si riferiscono ai danni ambientali li chiamano «esternalità». È questo uno modo per dare un valore ai danni procurati alla natura?

Le chiamano esternalità proprio perché non figurano nei bilanci aziendali. Alcuni economisti pensano che andrebbero inserite nei sistema dei prezzi e contabilizzate. Questo accade solo in alcuni casi: per esempio, in una causa giudiziaria in cui si deve misurare il danno ecologico causato da uno sversamento di inquinanti in un fiume. Però non è la regola. Nella realtà, le aziende non pagano mai per le esternalità. Alcune società non potrebbero nemmeno esistere se dovessero pagare le esternalità negative. Noi stiamo per pubblicare un articolo su Impregilo Salini, una multinazionale italiana delle costruzioni. Anche se nel 2020 ha cambiato nome in WeBuild, la responsabilità per i danni che ha arrecato non svanirà. In questo articolo c’è una lunga lista dei luoghi dove ha operato e una descrizione dei danni che mai ha pensato di riconoscere.

L’India, che può certamente vantare un credito ecologico nei confronti dell’Occidente, è stata accusata di aver indebolito l’accordo della Cop26 di Glasgow per non aver accettato di abbandonare l’uso del carbone. Per lei l’India è vittima o colpevole?

Vittima. Vittima del colonialismo, per le risorse sottratte dall’Inghilterra. Vittima anche del cambiamento climatico. Se i 7,5 miliardi di abitanti della terra avessero le emissioni pro-capite dell’India, non ci sarebbe l’effetto serra. L’India ha altri problemi: un’alta densità di popolazione, e una forma di colonialismo interno. Alcune regioni procurano bauxite, ferro, carbone al resto del paese a basso prezzo con danni per le comunità tribali, molto ingiusti. Dove questo accade sorgono movimenti di protesta per la difesa dei fiumi e delle foreste. A Glasgow l’India ha fatto bene a presentarsi come creditrice di un debito ecologico che nessuno vuole pagare, anche se non mi fido granché del premier Modi. Questo non toglie che debba lentamente abbandonare il carbone.

I paesi in via di sviluppo non devono fare gli stessi errori che abbiamo fatto noi.

Certo. C’è stato un periodo in cui non c’era consapevolezza, ma almeno dall’Earth Summit di Rio De Janeiro del 1992, nessuno può dire di non sapere. Da allora ci sono Paesi che hanno molto aumentato le loro emissioni. Anche l’Africa è un continente verso il quale abbiamo un gran debito ecologico, anche più dell’India. L’Africa dovrebbe reclamarlo molto di più. Non si tratta solo di chiedere compensazioni, ma che il Nord del mondo ammetta le sue colpe e decida di comportarsi in modo diverso. Come ha fatto la Germania dopo la seconda Guerra mondiale: ha riconosciuto la colpa e cambiato il sistema educativo. Pensi che in Spagna c’è una destra che ancora va fiera della scoperta dell’America e mai si è interrogata sul genocidio dei popoli indigeni. Il problema è che siamo indottrinati nella cosiddetta civilizzazione europea. Quando a Gandhi chiesero cosa pensasse della civilizzazione europea, lui rispose: sì, sarebbe un’ottima idea.

Una transizione ecologica è possibile?

Una transizione ecologica deve avvenire. Avete mai pubblicato sul manifesto la curva di Keeling, quella che mostra l’andamento delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera? Come la curva pandemica, va resa piatta se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta. Non è possibile vivere in un mondo con 8/10°C in più. L’Artico fonderebbe, e così l’Antartide. Il mondo deve cambiare il sistema energetico e lasciare i combustibili fossili sotto terra: alcuni movimenti come Oilwatch in Nigeria o Acción Ecológica in Ecuador lo chiedono dagli anni Novanta con lo slogan leave oil in the soil.

Crede che le fonti di energia rinnovabile risolveranno la crisi climatica o creeranno nuovi conflitti di tipo estrattivo?

Per ridurre della metà le emissioni dai combustibili fossili entro il 2050 non possiamo non aspettarci una decrescita dell’economia, forse non in proporzione, ma in una certa misura, nei Paesi ricchi, perché la crescita economica è legata ai flussi di energia e di materiali. Finora non abbiamo assistito ad alcuna de-materializzazione dell’economia, né ad un calo dei consumi di energia e neppure alla trasformazione dell’economia da lineare a circolare. Dunque, le nuove energie, incluso il nucleare se Macron vince, useranno altre materie, dal legno di balsa per le pale eoliche, al litio per le batterie su cui già sono sorti conflitti.

Quindi la decrescita è una necessità?

Pensare che la decarbonizzazione avvenga senza effetti sull’economia è assurdo. L’economia deve decrescere nei paesi ricchi e in una certa misura sostituire i sistemi energetici. Fortunatamente la popolazione non crescerà ancora per molto. Le proiezioni oggi dicono che il picco sarà nel 2060.

Cosa pensa della nozione di sviluppo sostenibile?

Una formula per nascondere la realtà. In spagnolo la chiamerei una giaculatoria, come dire ora pro nobis.

Lei ha annunciato che investirà la somma del premio Balzan per la ricerca per incrementare l’Atlante della giustizia ambientale (ejatlas.org) che ha creato 10 anni fa. A cosa serve questo strumento?

Nell’Atlante abbiamo mappato e descritto circa 3.500 casi di conflitti ambientali che nascono là dove l’economia industriale, nella versione capitalistica come in quella cinese, si spinge ai limiti della terra cercando sempre nuove merci. Non so dire se questi conflitti saranno efficaci per cambiare il sistema. Ma almeno l’Atlante li rende visibili anche agli uomini ricchi che non sanno quasi nulla di quello che accade nel mondo reale e contribuisce, io spero, a portare l’ecologia politica al centro del dibattito politico.

Ora che tutti riconoscono la necessità della decarbonizzazione e i rischi associati ai cambiamenti climatici, su quali altri versanti dovrà impegnarsi l’universo ambientalista?

Ci sono tante altre questioni, come la perdita di biodiversità, per esempio. L’Ipbes, che lavora come l’Ipcc, ma per la biodiversità, sta facendo un buon lavoro. Stanno lasciando da parte l’idea di attribuire un valore monetario ai servizi ambientali, parlando invece di contribuiti della natura al benessere. L’idea di attribuire un valore monetario ai servizi ecosistemici, quelli che la natura ci fornisce gratuitamente, doveva servire, nelle intenzioni di chi ha fatto questi calcoli, a dimostrare quanto fosse importante la salvaguardia di tali ecosistemi, in modo che lo capissero anche i ministri. Ma se i ministri capiscono solo il valore monetario, io dico: cambiamo i ministri! Sono 7 i planetary boundaries (limiti planetari) che sono stati violati e identificano altrettanti problemi ambientali di portata globale, il clima è solo uno di questi. Ci sono anche la gestione delle acque dolci, la deforestazione, l’acidificazione degli oceani, l’alterazione del ciclo del fosforo. Di quest’ultimo, chi ne parla? Eppure è alla radice del conflitto nel Sahara occidentale.

Dati alla mano, ecco perché siamo proiettati verso la nostra estinzione

 

Miriam Carraretto  25.11.2021

Il nostro pianeta ha 4,6 miliardi di anni, l’homo sapiens è comparso circa 200 mila anni fa. Se in una scala immaginaria riducessimo questi 4,6 miliardi a 46 anni, è come se noi umani fossimo apparsi solo 17 ore fa e la rivoluzione industriale fosse iniziata da 4 minuti. Eppure, in questo brevissimo tempo, saremmo riusciti a spazzare via più del 50% degli ecosistemi, lasciando intatto solo il 2-3% di quelli originari. E dire che gli umani sono lo 0,02% degli esseri viventi sulla Terra: il 90% è costituito da piante.

IL NOSTRO DESTINO E’ DECISO? Pare di sì: siamo proiettati verso l’estinzione, la prima che origina da una causa non naturale. Lo sappiamo, ma non basta. Per fissarlo nella mente possiamo segnarci questa serie numerica, perché probabilmente è la più importante al mondo, come hanno detto Boynd e Golan, i creatori dell’installazione Climate Clock a Manhattan: 7 anni, 102 giorni, 14 ore, 20 minuti e 35 secondi. Questo è il tempo che ci resta prima del punto di non ritorno, prima di una catastrofe climatica irreversibile (anzi ce ne resta meno, perché da quella installazione è già passato un anno).

LA DOMANDA A QUESTO punto è: quanto costa arginare la crisi climatica? La risposta è impietosa: 50 mila miliardi di euro. Ma, dall’altra parte, il costo dell’inazione sarebbe letale.

LE PRIME 100 PAGINE di Non siamo tutti sulla stessa barca (Slow Food Editore), con la prefazione di Luigi Ciotti, sono la sintesi perfetta per chi abbia bisogno di capire, dati alla mano, la portata della distruzione ambientale e climatica che abbiamo generato, e quali scenari futuri – a brevissimo – ci attendono. La firma è del giovanissimo Giorgio Brizio, 19 anni, studente universitario eppure già conosciutissimo: «Attivista per i diritti, nell’epoca dei rovesci» si definisce, volto ormai storico del Fridays For Future italiano che segue Greta Thunberg.

LE RESTANTI 300 PAGINE del libro sono una scossa elettrica continua, che ci invita ad agire subito. Il mare e l’acqua sono il fil rouge di questa potente testimonianza. Secondo un rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre, in tutto il mondo, solo nella prima metà del 2019, circa 7 milioni di persone sono fuggite da una regione all’altra del proprio Paese a causa di alluvioni (nelle Filippine, in Etiopia e in Bolivia), o cicloni (India e in Africa orientale).

L’AFRICA NE ESCE MUTILATA: tra il 40 e il 60% degli scontri armati interni degli ultimi 60 anni sono riconducibili alle risorse naturali; 15 milioni di africani sono rimasti sfollati solo nel 2015. Se le temperature aumenteranno come previsto, assisteremo entro il 2030 a un aumento del 54% del rischio di scontri armati, con 393 mila morti in conflitto. Negli ultimi dieci anni, i disastri naturali hanno colpito in tutto il mondo 1,7 miliardi di persone e ne hanno uccise 700 mila. Dal 2008, in media 26,4 milioni di persone l’anno sono state spinte a migrare da calamità naturali. Catastrofi che hanno causato più di 100 miliardi di dollari di perdite l’anno, cifra che raddoppierà entro il 2030.

SECONDO LE STIME di Banca Mondiale, Oim e Unhcr, 143 milioni di persone sono destinate a diventare migranti climatici. Le aree più esposte sono quelle del cosiddetto Global South: in primis, Sud ed Est Asia, Delta del Nilo, Africa occidentale e subsahariana. Ma attenzione: quella che arriva a noi, in Europa, è solo il 2% della migrazione mondiale. Pochi sanno che in Africa buona parte della migrazione è verso sud, non verso nord. Ad accogliere il maggior numero di profughi sono Uganda, Sudan, Pakistan, Libano e Turchia. In Europa, il primo Paese è la Germania. Neanche paragonabile la nostra Italia.

MA MENTRE TRA IL 2017 e il 2018 gli sbarchi sono diminuiti dell’80%, la mortalità è raddoppiata. A settembre 2018, quasi il 20% di chi è partito è morto. Perché? Perché quasi nessuno presta più soccorso. Con programmi scellerati, l’Europa riporta indietro tutti: Mare Nostrum, Frontex, Triton, Themis hanno condannato a morte migliaia di uomini, donne e bambini. Le navi umanitarie sono diventate gli occhi del mare, scrive Brizio. Che fissano nella memoria atrocità indicibili. La crisi climatica, lato suo, non è cieca, e anzi si abbatte feroce là dove la fragilità sociale è più ampia. «Non siamo tutti sulla stessa barca, piuttosto siamo tutti nella stessa tempesta. Non siamo tutti sulla stessa barca, ma possiamo costruirla».
(I diritti d’autore del libro vengono devoluti a Mediterranea e ResQ, che salvano vite nel Mediterraneo).