Officina dei saperi | Ventimiglia: verso il 30 aprile. Articoli di Pepino, Revelli, Montanari
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Ventimiglia: verso il 30 aprile. Articoli di Pepino, Revelli, Montanari

Prima vittoria contro l’intolleranza

di Livio PEPINO e Marco REVELLI, da “il manifesto”, 25 aprile 2017

L’ordinanza del sindaco di Ventimiglia che vietava di «somministrare cibo ai migranti» è stata revocata! È un primo risultato (anche) del nostro appello alla mobilitazione nella città del ponente ligure il 30 aprile. Ed è una buona ragione per moltiplicare l’impegno e la pressione.

Ventimiglia non è il luogo di maggior pressione migratoria né quello in cui si sono verificati i più gravi episodi di intolleranza.

Ed è luogo in cui parte significativa dell’associazionismo laico e cattolico si sta impegnando al meglio per l’accoglienza. Ma è un simbolo di assoluta centralità. Per due motivi fondamentali.

Primo. Ventimiglia è un luogo di confine. Lì, come in altri confini d’Italia e d’Europa, emergono in modo più evidente gli egoismi e le contraddizioni del nostro sistema. I confini tornano ad essere muri. Elementi di divisione. Presìdi contro altre donne e altri uomini. E riemergono intolleranza, violenza, brutalità, rifiuto da parte delle istituzioni. Eppure sui confini si sono mossi, negli ultimi anni, migliaia di cittadini – pensiamo all’Austria, alla Germania, alla Svizzera… – che hanno sfidato le autorità e accompagnato i migranti in un transito che si voleva impedire. Proprio sui confini, dunque, si gioca la credibilità di chi sostiene di volere un’altra Europa, senza precisare quale. Oggi il discrimine è proprio sul tema dell’accoglienza. Senza demagogie. Sapendo che i problemi ci sono. Ma sapendo anche – e dicendolo forte – che essi vanno affrontati con umanità e lungimiranza, non esorcizzati e rimossi.

Secondo. Ventimiglia è un simbolo anche sotto un altro profilo. Perché lì c’è stata una delle più esplicite tra le ordinanze sindacali che vietano la solidarietà e prescrivono il rifiuto. Oggi quella ordinanza è stata revocata ma la cultura che l’ha ispirata resta pericolosamente viva, come si vede, per esempio, con la vergognosa criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie che cercano di salvare i naufraghi nel Mediterraneo. Con il decreto Minniti, poi, quella cultura diventa regola. Per difendere il «decoro» urbano e tutelare la «tranquillità» dei cittadini ogni prevaricazione diventa lecita. Fino a trasformare l’antico principio che impone di dar da mangiare a chi ha fame e di dare un tetto a chi non ce l’ha nel suo contrario.

Così l’intolleranza e il rifiuto non sono più solo situazioni di fatto. Diventano regole di diritto e si scrive una nuova pagina di un crescente «diritto del nemico». Con gli sviluppi che la storia insegna e che possiamo facilmente immaginare.

C’è quanto basta per essere in molti, ancora di più, a Ventimiglia il 30 aprile e per dare alla manifestazione un ulteriore significato.

***

Il 30 aprile a Ventimiglia per la solidarietà

di Tomaso MONTANARI*, da “il manifesto”, 26 aprile, 2017

A Ventimiglia il 30 aprile sarà come se tornasse tra noi Piero Calamandrei.
Difendendo Danilo Dolci, nel 1956, egli disse: «È, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle «leggi non scritte» che preannunciano l’avvenire. Nella traduzione di oggi, Danilo dice: «per noi la vera legge è la Costituzione democratica».

Il commissario Di Giorgi risponde: «per noi l’unica legge è il testo unico di pubblica sicurezza del tempo fascista». Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi «non scritte». (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni)».
Anche oggi – settant’anni dopo che la Costituzione è stata scritta – qualcuno può ancora essere incriminato perché ha applicato il suo articolo 2, quello in cui la Repubblica «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Avviene perché una procura ritiene sovraordinata alla Costituzione una ordinanza sindacale ovviamente incostituzionale. Ed è a questo punto che i cittadini italiani sono chiamati a muoversi, in prima persona.
Non è un problema solo italiano. E, come ha notato Jennifer Allsopp in Contesting Fraternité (uno studio dedicato allo stato dei migranti nella Francia di oggi dal Refugee Studies Centre dell’Università di Oxford nel 2012) l’unica soluzione è una mobilitazione civica che fornisca a chi si trova a processo per il ‘reato di solidarietà’ una efficace protezione legale. Dare protezione legale a chi dà cibo, cure, aiuto ai migranti.

La stessa protezione che dovremo garantire a chi incorrerà nei rigori dell’osceno Decreto Minniti, che usa il decoro delle nostre città storiche contro l’umanità dei loro cittadini, spezzando così un legame millenario, consacrato dalla Costituzione.

La manifestazione del 30 è un primo importantissimo passo, ma poi dovremo pensare a creare e a finanziare questa rete di protezione legale. Per sconfiggere Creonte in tribunale, oltre che nelle piazze e nelle coscienze.
* presidente di Libertà e Giustizia