VAGHE PROMESSE PER LA RIVOLUZIONE VERDE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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VAGHE PROMESSE PER LA RIVOLUZIONE VERDE da IL MANIFESTO

Le troppe zone grigie che ostacolano la rivoluzione verde

Clima. Timide misure dal G20 a Cop26. Anche dove si fa un passo avanti si rischia di farne due indietro. Così nel settore delle auto, dei chip, dell’agricoltura e dell’allevamento

Vincenzo Comito  10.11.2021

Anche senza ricorrere ai duri giudizi di Greta o ai più misurati editoriali del Financial Times appare evidente che gli accordi sul clima del G20 e del Cop26 si collocano molto al di qua di quello che sarebbe necessario per stare tranquilli.

Così è importante continuare a combattere. Anche cercando di sottolineare alcune tra le tante zone grigie rimaste almeno relativamente nell’ombra. Una di queste riguarda l’auto, tra i rari settori in cui sembra che le cose comincino a marciare nella giusta direzione. Le vendite di quelle elettriche stanno decollando e si prevede che già quest’anno se ne esiteranno nel mondo 4 milioni di esemplari e forse più, con un forte incremento rispetto al 2020.

Ma qualche problema sorge già se andiamo ad analizzare la composizione geografica di tali vendite: forse 2,5 milioni saranno collocate in Cina, 1,17 milioni in Europa, con gli Stati Uniti molto indietro. Ma si può argomentare che anche i paesi occidentali stanno ora crescendo, già oggi per l’Europa, mentre Biden annuncia miracoli per il 2030.

Secondo peraltro le previsioni della Morgan Stanley, riportate dal Financial Times, nel 2030 se ne dovrebbero produrre 36 milioni di unità e la loro quota di mercato si dovrebbe collocare al 40% del totale; ma purtroppo solo il 10% del parco circolante sarà allora costituito da vetture elettriche, mentre si registreranno ancora 1,5 miliardi di auto ad energia fossile, 150 milioni in più di quelle di oggi, con i relativi consumi di carburanti e le conseguenti emissioni.

L’altro settore in ombra è l’agricoltura e, connesso, l’allevamento. Appare sorprendente come gran parte dell’attenzione nel dibattito su come combattere la deriva ambientale si concentri su settori quali quello dell’energia e dei veicoli, mentre si parli molto poco dell’agricoltura e dell’allevamento.

Eppure, tali settori contribuiscono in maniera sostanziale al cambiamento climatico, con una percentuale di circa il 30%, secondo alcune stime, sul totale delle emissioni di gas serra (del 14,5% per il solo allevamento), ponendoli in primissima fila tra quelli da mettere sotto controllo. Le loro attività sono molto dannose per il clima, la nostra salute, l’ecosistema, secondo quanto anche sottolineato dalle Nazioni Unite.
L’agroalimentare nel suo complesso consuma il 70% delle risorse idriche del mondo (per produrre un chilo di carne ne servono 15.000 litri), mentre i pascoli e le colture dedicate all’alimentazione animale occupano i ¾ degli spazi agricoli mondiali, e mentre un terzo di tutti i raccolti vanno a finire nello stomaco degli animali.

A fronte di tale situazione appare persino inquietante la sostanziale mancanza di decisioni sull’argomento da parte dei governi e delle istituzioni internazionali. Anzi, quando si fa qualcosa, si opera di frequente in senso contrario a quanto necessario. Così, dei 540 miliardi di dollari forniti nel 2020 dalle fonti pubbliche al settore agricolo il 90% va alle attività inquinanti. Si può poi ricordare una relazione recente della Corte dei Conti europea, che riferisce come dei 100 miliardi di euro versati dalla Ue al settore nel periodo 2014-2020 per ridurre le emissioni nell’ambito della politica agricola comune non abbiano avuto il minimo risultato. E ci sono le premesse perché il gioco si ripeta con il nuovo piano 2021-2027.

Il problema delle carenze dell’intervento pubblico va attribuito per almeno una larga parte alla capacità di condizionamento delle decisioni politiche da parte delle molte lobbies della filiera. Va comunque segnalato che nelle ultime settimane si sono manifestati dei pur deboli segnali positivi, con paesi come l’Olanda e l’Irlanda che cominciano a muoversi, con il Parlamento europeo che vorrebbe porre qualche limite ai danni prodotti dal settore e con la dichiarazione di un certo numero di paesi, nell’ambito del Cop26, di voler limitare le emissioni di metano, dovute anche alle aree citate. Staremo a vedere.

Infine i chip. I semiconduttori sono essenziali per ridurre i danni ambientali ed essi sono incorporati in tutti i prodotti relativi. Ma, purtroppo, la loro produzione ha a sua volta un forte impatto sui livelli di inquinamento; essa richiede grandi quantità di energia e di acqua, mentre produce un rilevante volume di rifiuti tossici. Una ricerca del 2020 di Harvard ha mostrato come il settore pesi per la gran parte delle emissioni di CO2 del settore elettronico. L’impresa più importante, la taiwanese Tsmc, ha emesso 15 milioni di tonnellate di anidride carbonica nel 2020, superando, secondo Bloomberg, quelle della General Motors. Le altre due aziende più importanti, la coreana Samsung e l’americana Intel, non sono da meno. Ora tali gruppi promettono di intervenire sul problema. Chissà.

Il quadro appare molto espressivo delle difficoltà di arrivare ad una soluzione delle gravi questioni in atto. Ci troviamo il più delle volte di fronte a vaghe promesse.

Performance climatica, l’Italia scende al 30° posto

Assalto al cielo. Il mondo dopo l’accordo di Parigi

Luca Martinelli  10.11.2021

Così non va. L’Italia fa un altro passo indietro nella classifica dei Paesi in lotta contro la crisi climatica: ieri è stato presentato il «Climate Change Performance Index 2022», il rapporto annuale di Germanwatch, Can e NewClimate Institute sulla performance climatica dei principali paesi del pianeta – realizzato in collaborazione con Legambiente per l’Italia – e il nostro Paese ha fatto uno scivolone all’indietro di tre posizioni, finendo quest’anno al 30°posto in graduatoria. Questo «risultato» è stato raggiunto per il rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili (34° posto della classifica specifica) e per una politica climatica nazionale ancora inadeguata a fronteggiare l’emergenza climatica. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec) consente infatti entro il 2030 un taglio delle emissioni di appena il 37% rispetto al 1990.

L’ITALIA È IN CATTIVA compagnia: nel rapporto, che prende in considerazione la performance climatica di 60 Paesi, più l’Unione Europea nel suo complesso, quelli che insieme rappresentano il 92% delle emissioni globali, la Cina, che è il maggiore responsabile delle emissioni globali, scivola di quattro posizioni al 37° posto. Nonostante il grande sviluppo delle rinnovabili, le sue emissioni continuano a crescere per il forte ricorso al carbone e la scarsa efficienza energetica del suo sistema produttivo. Ancora più indietro si piazzano gli Stati Uniti, secondo emettitore globale, che troviamo al 55° posto (anche se qui c’è stato un passo in avanti di sei pozioni rispetto allo scorso anno, grazie alla nuova politica climatica ed energetica avviata dall’Amministrazione Biden). Tra gli altri Paesi del G20, solo Regno Unito, India, Germania e Francia si posizionano nella parte alta della classifica.

ANCHE L’UE scivola di sei posizioni al 22° posto, soprattutto per Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, in fondo alla classifica. L’indice che misura la performance ha come parametri di riferimento gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030. Il Ccpi si basa per il 40% sul trend delle emissioni e per il 60% in parti uguali su sviluppo delle rinnovabili, efficienza energetica e politica climatica. Anche quest’anno le prime tre posizioni della classifica non sono state attribuite: nessuno sta fronteggiando l’emergenza climatica per contenere il surriscaldamento del Pianeta entro la soglia critica di 1.5°C. In testa troviamo i Paesi scandinavi, che guidano la corsa verso zero emissioni: Danimarca, Svezia e Norvegia si posizionano dal quarto al sesto posto. In fondo alla classifica ci sono Arabia Saudita, Canada, Australia e Russia.

«IL PEGGIORAMENTO in classifica dell’Italia – dichiara Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo di Legambiente – ci conferma l’urgenza di una drastica inversione di rotta. Si deve aggiornare al più presto il Pniec per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti, di almeno il 65% entro il 2030».

COME A SOTTOLINEARE l’esigenza di questo «aggiornamento», ieri la Camera dei Deputati ha ospitato la conferenza stampa di presentazione della petizione «Il nucleare non sia incluso nelle rinnovabili!», promossa da Osservatorio per la Transizione Ecologica-Pnrr (Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, LaudatoSì e NOstra!) e da FacciamoECO, componente politica del gruppo misto rappresentato dall’onorevole Rossella Muroni. Pubblicata sulla piattaforma Change.org, è indirizzata al ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Il messaggio è semplice: «Il nucleare e il gas non sono fonti energetiche rinnovabili e come tali vanno mantenute fuori dalla tassonomia verde europea», il riconoscimento green che garantirebbe importanti finanziamenti sia pubblici che privati al settore.