UNA RIVOLUZIONE CULTURALE PER LA SANITÀ da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UNA RIVOLUZIONE CULTURALE PER LA SANITÀ da IL MANIFESTO

Silvio Garattini: «Alla nostra sanità serve una rivoluzione culturale»

Intervista. Prevenzione, cura sul territorio, vaccini: il fondatore e presidente dell’istituto “Mario Negri” riflette sul futuro della nostra saluteAndrea Capocci  28.04.2021

L’istituto di farmacologia “Mario Negri” è oggi uno dei centri di ricerca più autorevoli in ambito biomedico e farmacologico, con una particolare attenzione all’integrità delle ricerche, alla trasparenza e ai conflitti di interesse. Il “Mario Negri”, per esempio, non brevetta le sue scoperte pur di non mettere a rischio la propria indipendenza. «Lo facciamo soprattutto per essere liberi» spiega il “manifesto” dell’istituto. «Se invece l’obiettivo fosse il brevetto e il suo sfruttamento, sarebbe inevitabile orientarsi verso ricerche economicamente sfruttabili».

Questa interpretazione rigorosa della professione medica è dovuta in gran parte al fondatore, direttore e oggi presidente dell’istituto Silvio Garattini, classe 1928. Durante la pandemia, il bergamasco Garattini ha schierato la sua competenza a difesa della sanità pubblica. Tra i primi a denunciare i ritardi nei provvedimenti di Alzano e Nembro, ha promosso molti appelli a favore di una moratoria sui brevetti farmaceutici anti-Covid. Da qualche settimana è in libreria il suo ultimo libro, Il futuro della nostra salute. Il Servizio Sanitario Nazionale che dobbiamo sognare (San Paolo edizioni), una riflessione sul ruolo della sanità pubblica, ma anche una denuncia di chi vorrebbe trasformarla in un mercato. Una lettura utile per il governo, che pone la sanità tra i pilastri del piano nazionale di ripresa e resilienza.

Prof. Garattini, nel piano di Draghi si parla di una prossima riforma della prevenzione sanitaria. Ne condivide l’urgenza?

Nel mio libro racconto i benefici del servizio sanitario nazionale ma anche i suoi punti deboli. Una delle debolezze consiste nell’aver ignorato la prevenzione. C’è bisogno di una rivoluzione culturale per rimetterla in primo piano. Oltre il 50% delle malattie ce le procuriamo attraverso le abitudini di vita. Il 70% dei tumori è evitabile, ma di cancro muoiono 160 mila persone l’anno. Questo perché la prevenzione è in conflitto di interesse con il grande mercato della medicina. Difficilmente lo stato farà un’importante campagna contro il fumo, finché incassa 13 miliardi di euro l’anno di tasse sul tabacco. Se sparissero malattie croniche come diabete, insufficienze renali e altre patologie che dipendono in gran parte dallo stile di vita, il mercato dei farmaci diminuirebbe del 50%. Il servizio sanitario nazionale è un bene comune da proteggere, e tutto quello che grava su di esso non giova alla sua sostenibilità.

Il piano nazionale di ripresa e resilienza intende riformare la sanità territoriale, con la creazione delle “case della comunità”. È un’idea che la convince?

Non è più pensabile che un solo medico possa occuparsi di tutto ciò che serve al malato. Quindi sono a favorevole all’idea della casa della comunità: 6-8 medici che lavorano insieme tenendo aperto l’ambulatorio 7 giorni su 7. Aprire queste case significa organizzarle, con un sistema informatico, segreteria, psicologo, infermiera, apparecchiature diagnostiche. Ed è importante la telemedicina: andare dal medico non sempre è necessario e aiuta a tenere i collegamenti con gli ospedali. La casa della comunità deve essere un filtro importante per evitare l’affollamento nei pronto soccorso e negli ospedali, il cui ricorso dovrebbe limitarsi ai casi acuti.

Dovrebbe cambiare anche la figura del medico?

Nel futuro che immagino, il medico non dovrà solo prescrivere farmaci, ma anche trattamenti non farmacologici: stili di vita, pediatria scolastica, tutto questo fa parte della medicina del territorio. Ma occorre che i medici di medicina generale siano dipendenti del servizio sanitario nazionale, non liberi professionisti. E anche la pratica dell’intramoenia deve finire. Saltare le lunghe liste d’attesa grazie alle proprie disponibilità economiche non è accettabile. Chi lavora nel settore pubblico deve limitarsi al servizio pubblico.

Di quali altri interventi ha bisogno la nostra sanità?

Dobbiamo sottrarre il servizio sanitario nazionale alle regole della Pubblica amministrazione: leggi, circolari, decreti imbrigliano il servizio, che non è abbastanza flessibile né tempestivo. Meglio fare i controlli necessari a posteriori, sui risultati: un medico va valutato sul tempo atteso prima di occuparsi di un infarto, sul numero di fumatori che è riuscito a far smettere o degli obesi convinti a curarsi. Inoltre, manca una “scuola superiore di sanità”: oggi i dirigenti derivano dall’appartenenza politica. Invece serve una cultura comune che rispecchi i principi fondamentali del servizio sanitario nazionale. Infine, serve un’attività di ricerca indipendente, che si occupi dei temi che non rientrano tra le priorità dell’industria. Faccio alcuni esempi: per la maggioranza dei farmaci oggi non sappiamo nemmeno se hanno gli stessi benefici per uomini e donne. Oppure non ne conosciamo il dosaggio ottimale negli anziani, di solito esclusi dai test. C’è molto da fare in termini di studi clinici controllati per fornire agli ammalati il servizio migliore, e non quello più vantaggioso per l’industria.

Oggi però l’industria farmaceutica detta le regole, a partire dalla disponibilità dei vaccini. Come si aumenta la capacità di produrli?

Insieme a Medici Senza Frontiere avevamo invitato i governi a prenotare i vaccini già il 4 aprile del 2020. Spiegando che bisognava pensare a vaccinare tutti, anche nei paesi a basso reddito. Non si tratta di beneficenza, è nostro interesse: se non vacciniamo tutti, le varianti torneranno, saranno insensibili ai vaccini e ci costringeranno a ricominciare da capo. Per questo dobbiamo produrre vaccini noi stessi, e se necessario istituire licenze obbligatorie (cioè i permessi di non rispettare i brevetti in caso di emergenze sanitarie, un diritto riconosciuto anche dal Wto, ndr). Di fronte a 3 milioni di morti dobbiamo rispettare i brevetti? Dobbiamo produrre i vaccini per metterli a disposizione degli altri. In Italia però non possiamo istituire le licenze obbligatorie nemmeno se volessimo, perché ci vuole una legge che affermi questo diritto, e noi non ce l’abbiamo. In Parlamento giacciono proposte in questo senso dell’ex-ministra della salute Giulia Grillo, ma è un problema da risolvere a livello europeo.

Lei ha criticato il green pass, il passaporto per chi, come lei, è vaccinato. Perché?

Ritengo che sia discriminatorio finché non siano vaccinati tutti. Perché chi ha quarant’anni non può muoversi mentre altri sì? E poi sono critico perché pone la vaccinazione allo stesso livello del tampone negativo, che al massimo vale per la giornata. Vaccino e tampone negativo non possono essere messi sullo stesso piano di sicurezza.

C’è chi pensa che anche i vaccini non siano abbastanza sicuri ed efficaci. Le agenzie regolatorie hanno fatto bene il loro lavoro?

Considerando il contesto, tutto sommato i vaccini hanno superato le tappe fondamentali di valutazione in modo adeguato. Ne abbiamo avuto la prova sul campo, da Israele al Regno Unito. Il problema non è l’autorità regolatoria, che anche sulla sicurezza del vaccino AstraZeneca ha detto cose vere. Il problema è che poi i governi, a casa loro, fanno quel che vogliono, e da qui nasce la confusione. Se certe scelte non vengono spiegate, non bisogna meravigliarsi se poi la gente ha dubbi.

La «missione salute» è sul territorio, ma deve fare i conti con le Regioni

Recovery Plan. Circa 20 i miliardi sommando i vari fondi: promesse più assunzioni e terapie intensive. Dopo l’esperienza della pandemia si punta molto sulla prevenzione e interdipendenzaAndrea Capocci  28.04.2021

Dei quasi 240 miliardi totali da spendere in 5 anni, al capitolo sanitario ne sono riservati circa 20, provenienti dai fondi europei Recovery and resilience facility e React-Eu più stanziamenti ricavati nelle finanze pubbliche. A sua volta, la «missione Salute» si divide in due componenti. La prima riguarda finanziamenti e riforme a favore della sanità territoriale (9 miliardi). I restanti 11 miliardi saranno destinati al rafforzamento delle attività di innovazione e ricerca svolte da ospedali e centri di ricerca nel campo biomedico.
Andiamo con ordine. La sanità territoriale è il settore che si è dimostrato più fragile all’arrivo della pandemia, dunque era prevedibile che il governo volesse metterci mano. Il Pnrr prevede azioni sul piano normativo. Un decreto previsto già per il 2021 introdurrà nuovi standard «strutturali, organizzativi e tecnologici omogenei» per uniformare servizi molto diseguali tra le regioni. Un’altra riforma riguarderà il settore della prevenzione, da ristrutturare «in linea con l’approccio One Health», cioè «una sola salute»: gli spillover virali dei pipistrelli mostrano la necessità di occuparsi della salute umana, degli ecosistemi e del clima come unico sistema interdipendente.
Dal punto di vista degli investimenti sul territorio, il piano prevede la creazione di 1.288 «case della comunità» sul modello emiliano: saranno piccole strutture in cui l’assistito troverà il medico di base (associato a colleghi in modo da garantire la continuità del servizio sette giorni su sette), l’infermiere per piccoli interventi ambulatoriali, l’assistenza psicologica e quella sociale, con le attrezzature per la diagnostica di base. L’obiettivo è archiviare il modello attuale dello studio medico individuale aperto poche ore al giorno, in cui recarsi soprattutto per le ricette e al massimo una visita sommaria, impraticabile in tempo di pandemia.
A fianco alle «case», il Pnrr prevede la creazione di 381 ospedali di comunità, centri clinici con 20-40 posti letto a gestione infermieristica per degenze e interventi terapeutici a bassa intensità che non richiedono un ricovero ospedaliero. Per garantire la prossimità assistenziale, il governo punta a rendere l’abitazione stessa «il primo luogo di cura», sfruttando al massimo la «telemedicina» (cioè il monitoraggio telematico dell’assistito da parte del medico) e la creazione di «centrali operative territoriali» presso ogni Asl da cui gestire servizi domiciliari, assistenza ospedaliera e la rete di emergenza-urgenza.
L’innovazione della rete ospedaliera riguarderà l’aggiornamento delle attrezzature, il rafforzamento delle misure antisismiche e la creazione di 3.500 letti di terapia intensiva supplementari, che farà salire la dotazione a 14 posti letto ogni centomila abitanti (circa una volta e mezza quella precedente alla pandemia). Per la formazione dei nuovi medici, previste 2.700 borse di studio aggiuntive per i corsi specialistici per i medici di medicina generale e 4.200 contratti in più per la formazione specialistica. Negli ospedali sarà incentivata l’attività di ricerca traslazionale, mirata cioè allo sviluppo di prototipi di possibile applicazione clinica.
Le ambizioni del piano dovranno confrontarsi con la difficoltà di intervenire su 20 servizi sanitari regionali distinti, alcuni delle quali (quello lombardo in primis) già in corso di riforma. Alcune misure, poi, sono già legge da anni. Le case della comunità, pur con altri nomi, erano presenti nella legge Balduzzi del 2012 ma sono rimaste in gran parte sulla carta: stavolta serviranno incentivi più incisivi per spingere i medici di base ad associarsi. A meno di non optare per una loro internalizzazione nel servizio sanitario nazionale, visto che oggi sono liberi professionisti in convenzione.\