UNA “COSTITUZIONE DELLA TERRA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UNA “COSTITUZIONE DELLA TERRA” da IL MANIFESTO

Nella «Giornata della Terra» la lezione della pandemia

Clima. Serve una «Costituzione che istituisca un demanio planetario con inventario non solo di diritti universali ma di beni comuni, inappropriabili da parte di nessuno

Raniero La Valle  22.04.2021

Non è una «giornata» che si può celebrare impunemente la «giornata della Terra» messa in calendario per oggi, 22 aprile. È infatti il secondo anno che cade in piena pandemia e non ci si può prendere cura della Terra senza far tesoro della lezione che ne è venuta: è sotto gli occhi di tutti come essa ci abbia preso di sorpresa e come sulla base delle risorse e delle culture disponibili non siamo minimamente in grado di reggere alla prova. Basta vedere le immagini della infinita distesa di morti malamente inumati nelle foreste a questo scopo disboscate del Brasile, per capire che senza una rivoluzione del sistema di governo e una conversione della maggioranza dei cuori la vita così com’è non può continuare sulla Terra.

La pandemia, concentrando su di sé tutta la cura del mondo, ha distolto l’attenzione da altre urgenze già presenti prima di essa e da questa aggravate. Basta pensare all’innalzamento delle acque a seguito della crisi climatica quando, come dice un documento “People and Oceans” delle Nazioni Unite, circa 145 milioni di persone vivono entro un metro sopra l’attuale livello del mare e quasi due terzi delle città del mondo, con una popolazione di oltre 5 milioni di abitanti, si trovano in aree soggette al rischio mentre quasi il 40% della popolazione mondiale vive entro 100 km da una costa. I movimenti migratori strutturali che ne deriveranno imporranno ben altre priorità alle politiche nazionali. E basta pensare al solo problema dello smaltimento delle acque contaminate dalle centrali nucleari sinistrate, come quella di Fukushima, che diventeranno inoffensive solo fra 24.000 anni, per comprendere la portata delle questioni da affrontare.

Si comprende allora lo sgomento del papa che nel messaggio di Pasqua ha definito come uno scandalo il rincrudirsi delle guerre e diffondersi delle armi nel confermato esercizio della lotta di tutti contro tutti. Ma non meno scandaloso è che mentre la ragione suggerirebbe l’immediata mondializzazione dei vaccini, enormi profitti derivanti dai loro brevetti e dall’esplodere delle tecnologie informatiche abbiano scavato nuovi abissi tra un pugno di ricchi e moltitudini di poveri, sottraendo immense risorse a bisogni vitali, nell’indiscussa obbedienza alla sovranità dei mercati.

Una risposta a queste sfide è la lotta per giungere all’adozione di una «Costituzione della Terra», come è concepita e promossa a partire dall’Italia da un movimento e una Scuola, di cui a suo tempo il manifesto ha dato notizia. Ora si è giunti al momento di cominciare a discuterne un progetto di base che sarà reso pubblico il prossimo 8 maggio in una apposita assemblea convocata per via telematica, a partire dalla Biblioteca Vallicelliana a Roma. A illustrarlo sarà Luigi Ferrajoli, che ne ha curato la stesura; si tratta di un testo aperto, in cui dovranno congiungersi il talento dei costituzionalisti, la logica dei filosofi del diritto e la poesia di uomini e donne concreti che vogliano farsi costituenti di un ordine di giustizia e pace sulla Terra.

Non si tratta solo di proclamare diritti e di porre vincoli e limiti ai poteri come fanno le Costituzioni degli Stati nazionali, si tratta anche di istituire nuovi ordinamenti che, nel pluralismo delle differenze, ne realizzino l’effettività e ne garantiscano il godimento. Si tratterà di una Costituzione ben altra rispetto a quelle vigenti, perché si tratta di dare risposte a «problemi sconosciuti ad altre età», per riprendere le parole con cui sognavano la nuova società gli spiriti grandi che già ne avevano concepito l’idea all’indomani della tragedia della seconda guerra mondiale, dopo i primi bagliori dell’arma nucleare e i sofferti genocidi, quando i popoli si riunirono a san Francisco e gettarono le basi del mondo nuovo di cui le Nazioni Unite furono l’embrione.

Ben al di là di quanto si fece allora si deve ora istituire un demanio planetario, fare un inventario non solo di diritti universali ma di beni comuni, inappropriabili da parte di nessuno, a cominciare dalle acque, dalle foreste, dalle rotte marine e spaziali, dalle medicine di base, stabilire un elenco di beni illeciti, fuori mercato, a cominciare dalle armi di offesa, abolire gli eserciti nazionali e stabilire la sola legittimità di una forza di polizia internazionale per la sicurezza e la pace, introdurre una fiscalità mondiale, debellare la fame omicida, tutelare lo storico patrimonio dei saperi e delle arti prodotto nei secoli.

Non si tratta solo di ecologia, si tratta di far continuare la storia. Occorre non violentare la Terra, spremendone e dilapidandone le ricchezze, ma riconoscendola come un pianeta vivente, una perla dell’universo, casa comune degli esseri umani, delle piante e di una grande quantità di animali, sede di storia e di lavoro, del diritto e della scienza, di amori e di illimitate speranze, come dice l’ «incipit» di questa nuova Costituzione. Si tratta di istituire una «Federazione della Terra». Naturalmente si tratta solo dell’inizio di un cammino. Ma il futuro passa anche da qui.

 

L’ottimismo salva la terra

Anticipazioni. In esclusiva l’introduzione del volume «Scegliere il futuro» di Christiana Figueres e Tom Rivett-Carnac (edizioni Tlon), due artefici dell’Accordo di Parigi per il clima. «Fallire è impossibile»

Christiana Figueres, Tom Rivett-Carnac  22.04.2021

Dall’inizio di questo decennio abbiamo dovuto sopportare livelli di pressione senza precedenti. Che si tratti di solitudine, paura, dolore, eccitazione, speranza o gratitudine, abbiamo dovuto adattarci a uno stato di maggiore precarietà, con due realtà concorrenti che si contendono la nostra attenzione.

C’è l’implacabile esaurimento e degrado dei beni comuni globali – le foreste, gli oceani, i fiumi, il suolo e l’aria – che prosegue nonostante sappiamo bene quanto la nostra salute e il nostro benessere vi siano collegati. Stiamo assistendo alla continua rincorsa della crescita economica attraverso l’estrazione sfrenata e l’uso di combustibili fossili, anche se sappiamo che questo sta riscaldando il pianeta e spingendo al limite i sistemi terrestri che ci danno sostentamento.

Il decennio è iniziato in modo infausto, con la mortale pandemia di Covid-19, i lockdown e la chiusura di scuole e luoghi di lavoro, tutte circostanze che ci hanno temporaneamente distratto dalle sfide a lungo termine. Ma a ricordarci che queste sfide sono ancora qui è il fatto che, nonostante ci sia stata una marcata diminuzione delle emissioni di gas serra, il 2020 è stato l’anno più caldo nella storia del pianeta. Anche se molte persone rimangono inconsapevoli della portata e dell’intensità della distruzione in corso, e alcuni scelgono persino di ignorarla, ormai tutti cominciano a vederne le conseguenze.

Estinzioni di specie, tempeste, ondate di calore, siccità, incendi, le sofferenze umane e le perdite economiche che ne conseguono sono sempre più frequenti e si sommano a secoli di disuguaglianza e violazioni dei diritti umani, responsabili di disordini politici e sociali. Si può ragionare a compartimenti stagni, ma è tutto estremamente interconnesso.

NON POSSIAMO COPRIRCI le orecchie o distogliere lo sguardo da tutto questo dolore. O dal fatto che, continuando ad andare avanti come se nulla fosse, potremmo diventare gli artefici dell’estinzione della nostra stessa specie. Non abbiamo ancora unito adeguatamente i punti che collegano la distruzione degli habitat naturali in atto e la nostra capacità futura di assicurare salute e sicurezza a noi e alle nostre figlie e ai nostri figli, di garantirci il nutrimento, la possibilità di abitare le coste e mantenere le case intatte.

È UNA VERITA’ DIFFICILE da digerire ma è necessario farlo. In egual misura, dobbiamo rimanere coraggiosamente convinti di avere il potenziale per agire in maniera contraria, e che già stiamo iniziando a farlo. Una massiccia dose di risposte alla crisi climatica e globale sta cominciando a dispiegarsi nelle comunità, nelle città e persino tra i governi nazionali, stimolata da dati scientifici sempre più allarmanti e da individui di ogni estrazione sociale che chiedono a gran voce quei cambiamenti di cui abbiamo urgentemente bisogno.

COME DIMENTICARE UNA RAGAZZINA di dodici anni che marciava con i suoi amici a Washington DC alle 10 di un venerdì, tenendo in mano un cartello dipinto a mano con la Terra avvolta da fiamme rosse. A Londra manifestanti adulti vestiti di nero, con i caschi della polizia antisommossa, formavano una catena umana che bloccava il traffico a Piccadilly Circus, mentre altri incollavano le proprie mani al marciapiede davanti al quartier generale della British Petroleum. A Seoul le strade pullulavano di bambini delle scuole elementari che indossavano zaini multicolori e portavano striscioni con scritto climate strike. A Bangkok centinaia di giovani studenti e studentesse scendevano in strada. Con risolutezza e tristezza nel cuore, camminavano dietro alla loro leader ribelle, una ragazzina di undici anni che portava un cartello con la scritta: «Gli oceani si innalzano e noi ci ribelliamo con loro».

DALLA LOTTA per l’indipendenza in India al movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, la disobbedienza civile è stata spesso usata come strumento di protesta quando un’ingiustizia diventava intollerabile. Il dolore e lo strazio di questo momento, l’inaccettabile ingiustizia generazionale e la deplorevole mancanza di solidarietà con i più vulnerabili hanno già spalancato le porte della protesta. Questa protesta si sta spingendo verso nuovi livelli di azione e consapevolezza. Ciò, combinato con la rapida evoluzione economica che rende più attraenti le soluzioni ecologiche, dà ai governi una precisa indicazione su cui riflettere per attuare i cambiamenti politici e sistemici di cui abbiamo bisogno.

INOLTRE, E’ INNEGABILE L’EFFETTO POSITIVO dello storico Accordo di Parigi, che tutti i governi del mondo hanno adottato all’unanimità nel dicembre 2015 e che la maggior parte ha ratificato in tempo record. L’accordo delinea una strategia unitaria per combattere il cambiamento climatico e oggi ogni grande potenza del mondo sta pianificando la transizione completa del proprio sistema energetico alle fonti rinnovabili. Potenze economiche come la Cina e gli Stati Uniti – il cui neoeletto presidente Biden nel suo primo giorno di mandato ha aderito nuovamente all’Accordo di Parigi e ha messo il clima al primo posto nell’agenda della sua amministrazione – si sono impegnate a raggiungere zero emissioni entro la metà del secolo, così come hanno fatto più di mille grandi imprese. Alcune compagnie e alcuni governi stanno pianificando di arrivarci ben prima del 2050, altri lo hanno già fatto. Le società petrolifere e del gas sono costrette a riconsiderare il loro futuro secondo tempistiche che prima erano inconcepibili, in parte a causa del crollo della domanda legato alla pandemia, ma anche perché le alternative stanno rapidamente diventando meno rischiose e sempre più competitive. Il denaro si sta spostando dagli investimenti ad alto contenuto di carbonio a quelli più sostenibili. Siamo sulla buona strada, anche se solo all’inizio, per trasformare completamente il modo in cui produciamo e consumiamo energia, e ciò sta a sua volta causando profondi cambiamenti nei nostri settori industriali, di trasporto e agricoli.

DATA LA PORTATA DELLA CRISI, molte persone ritengono che queste trasformazioni non siano abbastanza veloci e che la natura incrementale della definizione degli obiettivi sia tristemente inadeguata. Dopotutto, sappiamo della possibilità del cambiamento climatico almeno dagli anni Trenta e ne siamo certi dal 1960, quando il geochimico Charles Keeling ha misurato la Co2 nell’atmosfera terrestre e ne ha rilevato un aumento annuale.

MENTRE LA MAGGIOR PARTE DEI GOVERNI esitava, dietro le quinte gli ambientalisti e gli attivisti stavano lavorando duramente per porre le basi del cambiamento necessario, e oggi finalmente il terreno è abbastanza ricco da permettere un’esplosione esponenziale di attività che può spingere le soluzioni al ritmo di cui abbiamo bisogno. Il cambiamento avviene in genere gradualmente, e poi all’improvviso; e la parte «improvvisa» dell’azione per il clima sta finalmente iniziando a fiorire: è evidente nel dispiegarsi anticipato della più emozionante trasformazione economica che abbiamo mai visto nelle nostre vite.

QUESTE DUE REALTA’ OPPOSTE, con i loro rispettivi futuri potenziali, uno distopico e uno rigenerativo, hanno ora lo stesso slancio, anche se attualmente la maggior parte delle persone pensa che il primo sia più probabile. Se dovessimo visualizzare tali realtà come linee temporali su un grafico, crediamo che questo momento, l’inizio di questo decennio critico, sia finalmente il punto di svolta. Questo è il momento in cui lo slancio crescente per proteggere e ripristinare i nostri beni comuni supera finalmente la realtà caratterizzata dalla loro distruzione. Ed è la pura intensità delle due possibili traiettorie che lo rende eccitante e prezioso, sconcertante ed esaltante allo stesso tempo. Ora la nostra responsabilità è tracciare la traiettoria del futuro che vogliamo, e mai come adesso abbiamo il vento a favore. Abbiamo già ottenuto una serie di successi sociali e politici, possediamo la maggior parte, se non tutte, le tecnologie di cui avremo bisogno e il capitale necessario, e sappiamo quali sono le strategie politiche più efficaci. I cambiamenti che dobbiamo fare sono notevoli, ma siamo in grado di realizzarli.

SE POTESSIMO ANDARE NEL FUTURO e guardare indietro a questo decennio, come gli storici hanno fatto per esempio con il Rinascimento, l’Illuminismo o la Rivoluzione digitale, vedremmo che stiamo vivendo un vero punto di svolta: il punto in cui (costruendo sulle basi della ragione, della scienza, della tecnologia e della filosofia umanistica) abbiamo l’opportunità di abbracciare pienamente la nostra interdipendenza sia con tutta la natura che tra di noi, e cambiare intenzionalmente rotta.

QUESTO E’ IL MOMENTO IN CUI INIZIARE a far diminuire le emissioni di gas serra dell’attività umana, determinando una crescita di nuovi posti di lavoro e un miglioramento della nostra salute: avremo così una maggiore sicurezza energetica e alimentare, aria più pulita, biodiversità fiorente e prosperità umana. Questo è il momento di capire finalmente che amiamo davvero la vita, noi stessi e gli altri. Abbastanza da salvarci.

* Traduzione di Dorotea Theodoli