UN RECOVERY SENZA DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN RECOVERY SENZA DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO

Un Recovery senza democrazia: «Questa non è l’alternativa alla crisi»

Movimenti. La protesta a piazza Montecitorio del movimento “Per la società della cura”: «Il piano di ripresa e resilienza non cambia l’economia che ha prodotto la pandemia. Sono politiche economiche ispirate alle vecchie ricette di stimoli tipiche degli anni Novanta che non producono lavoro dignitoso né qualità della vita». Condanna dell’esautoramento del parlamento e della discussione pubblica sulle soluzioni contenute nel piano di oltre 330 pagine anche da parte dei deputati in piazzaRoberto Ciccarelli  27.04.2021

Davanti alla Camera che ha ricevuto il piano del secolo, quello di «ripresa e resilienza» solo dopo le 14 per votarlo senza conoscere la versione definitiva in serata, ieri si è radunato un puzzle di movimenti, associazioni e sindacati che anima la rete «Per una società della cura». Insieme hanno redatto il «Recovery PlaNet» alternativo a quello che il 30 aprile il governo invierà alla Commissione Europea. Prossimi appuntamenti: a Roma per il Global Health Summit del 21 maggio e il ventennale del G8 di Genova.

«QUESTO MODO di fare politica la dice lunga sulla concezione della democrazia di questo governo – sostiene Marco Bersani di Attac – Il piano insegue i miti della crescita competitività e concorrenza con il presidente del consiglio Mario Draghi che spinge alla sua attuazione senza una discussione pubblica perché sostiene che ogni ritardo provoca perdite di vite umane. Farei presente che le 116 mila vittime sono la conseguenza di un modello di sviluppo che ha provocato la pandemia del Covid e che potrebbe produrne altre se non lo si cambia. Nel Pnrr non c’è un’alternativa a questo modello».

«SI STANNO AFFRONTANDO i problemi del mondo del 2021 come le pandemie e l’emergenza climatica con le politiche economiche degli anni novanta – sostiene Monica Di Sisto di Fair Watch – Pensano che gli investimenti si traducano in punti di Pil da portare a Bruxelles come un trofeo. Ma gran parte di quelli prospettati nel piano rispondono a politiche di stimolo che rischiano di finire in nulla se il mercato interno e il tessuto sociale sono impoveriti come oggi. Gli incentivi non si traducono in lavoro dignitoso e qualità della vita. La storia dell’altra crisi dovrebbe averlo dimostrato. E invece si procede nello stesso modo, più di prima. Abbiamo votato un parlamento perché esami il piano, altrimenti parliamo di ristrutturazione autocratica del paese».

«QUELLA CHE SI VOTA in queste ore è una grande spartizione di risorse che quasi tutti i partiti stanno aspettando da mesi e li ha rapidamente convinti a imbarcarsi in un governo di destra-centro-sinistra, un’“ammucchiata” senza precedenti in Italia e in Europa- ha detto Piero Bernocchi (Cobas) – Senza un reddito di base, beni comuni come scuola e ricerca, trasporti e sanità sottratti al mercato non ci sarà nessuna transizione».

ANCHE SULLA SANITÀ è il piano è stato giudicato insufficiente. «La sofferenza usata per altre esigenze economiche per fare ripartire il modello di sviluppo che è alla base di queste pandemie – ha detto intervenendo online Vittorio Agnoletto di Medicina Democratica e della campagna “Nessun profitto sulla pandemia” – Abbiamo bisogno di cambiare il paradigma della sanità, di assumere medici e infermieri, una medicina territoriale, strutture ospedaliere intermedie, i Lea devono essere garantiti da un servizio pubblico e di un’azienda sanitaria pubblica a livello europeo. Altrimenti alla prossima pandemia rincorreremo le multinazionali per avere altri vaccini».

CRITICHE sono state rivolte da Rossella Muroni (Verdi) al la visione estrattivistica delle politiche energetiche, alla politica di transizione alle energie rinnovabili non democratica e non priva di problemi sull’idrogeno; sulle grandi opere e sui commissariamenti. «C’è un deficit di partecipazione democratica – ha detto in piazza Stefano Fassina (LeU) che ha votato la fiducia al governo -La storia non finisce oggi, le leggi delega passeranno in parlamento e i progetti vanno definiti, è importante continuare la mobilitazione». «Voterò contro questo scandalo – ha detto Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) in piazza- Il governo precedente è caduto perché aveva permesso la partecipazione al piano. Ora il Parlamento lo discute a scatola chiusa».

I significati perduti della lingua dei diritti

Tempi presenti. Intorno al libro «La sovranità del limite» di Alain Supiot, per Mimesis. Gli ultimi percorsi di ricerca sulle trasformazioni contemporanee del giuslavorista francese. Il lavoro è un concetto multiplo e polisemico, restituito dall’immagine di «homo faber», come costruttore non solo di opere ma dello stesso nostro apparato simbolicoGiuseppe Bronzini  27.04.2021

Il volume di Alain Supiot, dal titolo fortemente evocativo, La sovranità del limite. Giustizia, lavoro ed ambiente nell’orizzonte della mondializzazione (Mimesis, pp. 216, euro 18), raccoglie alcuni saggi pubblicati tra il 2000 e il 2019, tradotti e selezionati a cura di due allievi Andrea Allamprese e Luca D’ambrosio e ci offre una densa panoramica degli ultimi percorsi di ricerca di questo straordinario giuslavorista francese, certamente tra i più influenti nel dibattito contemporaneo sulle trasformazioni del lavoro e suoi destini.

SI TRATTA DI UNA RIFLESSIONE inquieta, che pur ricca di approfondimenti «tecnici», tende a porre al centro della trattazione i rapporti tra il diritto del lavoro e i temi più generali della giustizia e del governo della società, facendo del primo un case study su come il Diritto, unendo razionalità ed equità, potrebbe sviluppare l’autodeterminazione e la libertà dei singoli, in un rapporto virtuoso con le altre regole che disciplinano l’evoluzione sociale.

L’autore si spinge sistematicamente in campi di frontiera con la filosofia del diritto, l’economia, l’antropologia e la sociologia in una sorta di processo circolare nel quale le suggestioni di queste discipline si riflettono nell’esame delle tendenze in atto negli ordinamenti lavoristici e vengono poi nuovamente proiettate in una dimensione regolativa più generale, spesso a livello planetario.
Un doppio movimento che non dà mai nulla per scontato; anche le categorie basilari dei giuristi selezionano solo alcune aspetti del fenomeno «lavorativo», gli orientamenti pro-labour dovrebbero contemporaneamente proteggere le persone dalla forme più acute di sfruttamento, ma al tempo stesso rimettere in discussione quei sistemi di classificazione dell’attività umana che sono divenuti la fonte del reclutamento della cosiddetta «forza-lavoro» nella modernità, trovando schemi alternativi e comunque meno alienanti.

Il diritto del lavoro, alla Supiot, è quindi una disciplina eminentemente critica; essa non tralascia l’analisi propriamente giuridica, che – come diceva Hans Kelsen – non può che partire dalla ricostruzione delle norme in vigore e del loro rapporto con l’ordinamento giuridico nel suo complesso, ma il suo metodo sembra distinguersi per questa ricerca dei significati perduti dalla lingua stessa dei diritti, delle sconfitte «semantiche» che il garantismo sociale ha subito, pur di diventare effettivo e ben radicato a livello costituzionale.

IN SINTESI DUE SONO I TEMI che sembrano – alla luce della bella presentazione dei curatori e dell’impegnata post-fazione di Ota De Leonardis – centrali nel volume, così come in altro contributo di Supiot pubblicato di recente: Homo Faber: continuità e rotture (nel libro con Axel Honneth e Richard Sennett Perché lavoro? Narrative e diritti per lavoratrici e lavoratori nel XXI secolo, Feltrinelli, ripubblicato negli Annali della Fondazione a cura di Enzo Mingione).

Il primo concerne il privilegio accordato alla protezione del lavoro subordinato nei sistemi di tutela, soprattutto del novecento. Il secondo, il ridimensionamento dei modelli di stato sociale a favore di una egemone governance «attraverso i numeri» che tende a sopprimere le scelte democratiche sulla base degli imperativi della crescita economica che inibiscono la funzione essenziale del Diritto di modulare le relazioni sociali, di rappresentare un «limite» per l’agire umano, assumendo una certa idea regolativa di giustizia.

Sul primo tema Supiot ha sempre insistito, sin dalla sua Critique du droit du travail del 1994; il lavoro è un concetto multiplo e polisemico, restituito dall’immagine di homo faber, come costruttore non solo di opere ma dello stesso nostro apparato simbolico, che solo per effetto della rivoluzione industriale è stato confinato, in prevalenza, nella finzione contrattuale del lavoro come merce, come vendita dei propri servizi a tempo, in cambio di denaro.

IN QUESTA COMPRAVENDITA, costitutiva delle relazioni capitalistiche, si perde la dimensione contenutistica del lavoro che viene a essere disumanizzato in cambio di una protezione «esterna» di tipo quantitativo, non qualitativo (ad es. salari, protezione dal rischio della disoccupazione, etc.). La «subordinazione» è un presupposto della tutela dei diritti sociali, ma al costo di far operare le persone come le macchine, secondo calcoli che sono estranei a ogni rivendicazione sui prodotti del lavoro e sul modo in cui vengono realizzati.

UNA CERTA ATTENZIONE per il «contenuto» dell’attività svolta residua nel marginale mondo del lavoro autonomo, che però, sino a oggi, è rimasto sostanzialmente privo di quasi tutte le tutele tipiche del lavoro dipendente. Si tratta di una posizione molto vicina a una certa tradizione di pensiero critico che da Marx in poi sottolinea nel contratto di lavoro dipendente, anche se addolcito dalla protezioni del welfare state, persistenti tratti «quasi-servili»: «con la rinuncia all’ideale civico di autonomia nel lavoro per identificare la giustizia sociale con la tematica della distribuzione delle ricchezze prodotte, con la liberazione dal bisogno» (Homo faber).

In La sovranità del limite, l’autore richiama la nota ricerca diretta nel 1999 per conto delle istituzioni europee con la proposta di un riassemblaggio dei sistemi di tutela attorno a un «diritto comune del lavoro» applicabile a tutte le tipologie (compreso quello indipendente), cui affiancare protezioni più specifiche per singole attività contrattuali, si da indirizzare diritti, principi e garanzie alla tutela della persona stessa garantendo a ognuno uno statuto professionale permanente nel tempo, oltre le singole vicende lavorative.

LA POSSIBILITÀ di autodeterminazione per il singolo di «quanto e come» lavorare diventa il punto determinante di questa proposta di riscrittura anche attraverso l’erogazione di «diritti sociali di prelievo» (tra i quali va senz’altro aggiunto un reddito di base), che consentano il più possibile la libertà di scrivere la propria biografia lavorativa componendo nei passaggi salienti.
Negli ultimi anni questa riflessione appare ulteriormente radicalizzata nella constatazione che la logica del profitto, della crescita quantitativa orientata alla mera accumulazione (favorita anche dal processo di mercificazione della forza lavoro) sembra aver rotto gli argini imposti dal gioco democratico e dai contrappesi sindacali, generando una cultura insofferente di ogni limite, non solo di rispetto delle persone, ma anche dell’ambiente in cui si opera, con le conseguenze distruttive della cosiddetta «globalizzazione».

A essa si oppone una diversa prospettiva connessa al ripristino dei legami di solidarietà, nell’alternativa di una «mondializzazione», un programma di rinnovamento dei meccanismi giuridici emancipatori che privilegia tre ambiti: la responsabilità giuridica delle imprese anche per le loro filiere produttive, un regime del lavoro realmente umano (che revochi la meccanizzazione integrale del lavoro invertendo le attuali tendenze operanti nei settori digitalizzati) e infine la trasmissione alla future generazioni di un «mondo abitabile». Tre percorsi che ricostruiscano una sovranità dei «limiti umani, ecologici e culturali che la globalizzazione ha condannato all’oblio, ma senza i quali l’intera umanità sarà condannata – nel giro di qualche decennio e con effetti catastrofici – a scontrarsi con i limiti biofisici del pianeta» (Presentazione del volume).

RIMANE CERTAMENTE aperta la questione politico-costituzionale delle sedi in cui questo «contropiano» potrebbe diventare effettivo: mentre negli scritti di fine millennio l’Ue è vista come un terreno avanzato di sperimentazione e di riprogettazione dei sistemi lavoristici (il che sembrerebbe implicare l’apertura a un federalismo continentale favorevole alle differenze dei territori e delle culture) in quelli più recenti le politiche di austerity o alcune decisioni della Corte di giustizia sul bilanciamento tra diritti sociali e libertà economiche sono oggetto di censure molto aspre.

Tuttavia, nelle brevi note di Introduzione all’edizione italiana, si allude a un «ruolo dell’Unione ripensata e rifondata» come volano dell’istituzionalizzazione di una certa solidarietà tra le nazioni anche nella prospettiva di un rilancio delle organizzazioni internazionali nate nel dopoguerra, da riformare e da armare giuridicamente per essere all’altezza della loro missione. Un progetto che ci sfida, un libro prezioso.