UN NONNO AL SERVIZIO DELLE ISTITUZIONI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN NONNO AL SERVIZIO DELLE ISTITUZIONI da IL MANIFESTO

Draghi compie la missione iniziata con il governo

Verso il Colle. Il percorso coerente dal Britannia negli anni ’90 (le privatizzazioni), a Trichet (l’austerità) al whatever it takes (l’euro) alla revisione del patto di stabilità (pandemia). Un semipresidenzialismo incardinato nella figura del Capo dello Stato è l’esito prevedibile della chiamata, 10 mesi fa, per organizzare la  maggioranza extralarge

Alfonso Gianni  24.12.2021

Alla fine il velo è caduto. Ma il re non è nudo. Anzi vestitissimo, con un abito double face. Da un lato Presidente del Consiglio in atto e Presidente della Repubblica in potenza. Dall’altro capo dello Stato in divenire e capo del Governo a proseguire, naturalmente interposta persona, ma solo per difetto di ubiquità.

Di questo si tratta, al di là delle compiacenti autoraffigurazioni – quasi un’icona natalizia – del nonno al servizio delle istituzioni.

Draghi non è parso affatto preoccupato del groviglio istituzionale che comporta l’inedito passaggio diretto da Palazzo Chigi al Quirinale, che affligge diversi commentatori. De minimis non curat praetor.

Draghi sa bene che la contesa del Colle si decide altrove rispetto alle sedi proprie del nostro paese. Fin dal momento della sua designazione a premier era chiaro che l’ex presidente della Bce non era il “pilota automatico”, ma piuttosto l’ingegnere che l’aveva progettato e costruito. Non era solo chiamato a gestire il flusso di denaro del Recovery Plan sospinto a quel ruolo della Unione europea, ma la impersonava direttamente.

Così è stato in tutti i momenti topici della storia della globalizzazione neoliberista e della Ue, lungo la quale Draghi ha ricoperto vari ruoli, a seconda dei diversi momenti e delle molteplici esigenze, secondo una linea dinamica, capace di interpretare e dirigere i cambiamenti e i momenti di svolta.

Fu così sul Britannia nel 1992 dove Draghi, nella veste di ministro del Tesoro italiano, per ridurre il debito spalancò la porta rovinosa delle privatizzazioni, ove l’Italia fu seconda solo all’Inghilterra della Thatcher.

Fu di nuovo protagonista, assieme a Trichet, nell’indicare al futuro governo Monti il da farsi per scardinare lo stato sociale.

Non ha perso l’occasione di infierire sulla Grecia come presidente della Bce e sempre in quel ruolo di dare vita con il celebre whatever it takes ad una politica espansiva, in parziale contraddizione con il rigorismo affamatore prima ampiamente applicato.

Non c’è quindi da stupirsi se il suo futuro è argomento di discussione quotidiano sulla stampa internazionale.

Mentre Salvini si appendeva al cellulare immaginandosi il mazziere (nel senso di chi dà le carte) della partita del Quirinale, Bill Emmot, che fu direttore dell’Economist dal 1993 al 2006, pigliava a schiaffi il suo ex settimanale dalle pagine del Financial Times, sostenendo che la collocazione, non ideale ma reale, di Draghi era stretta tra lo stare «sei mesi con le mani su un volante sempre più incontrollabile o sette anni a dirigere il traffico», non lasciando dubbi su quella che per lui era l’opzione migliore.

Del resto, proseguiva l’articolo di Emmot riguardo al nostro paese «di fronte a un panorama politico sempre più frammentato, i presidenti hanno usato i poteri conferiti dal ruolo in modo sempre più efficace. Gli ultimi due capi dello Stato hanno agito in un modo paragonabile a un mix di presidenti non esecutivi e di pontefici secolari». Per l’autorevole opinionista quindi era già stata tracciata la strada verso l’ibridazione tra la figura del Presidente della Repubblica e quella del Presidente del Consiglio.

Ma serve un salto in avanti.

Infatti ieri, sempre sul quotidiano finanziario inglese, compare un articolo a doppia firma, Macron e Draghi, dedicato alla necessità – ovvia ai più – di rivedere il patto europeo di stabilità a fronte di un debito cresciuto enormemente e una «ripresa» da favorire. In questo quadro va inserita anche la visita lampo del neocancelliere Olaf Scholz a Roma.

Ma l’autorevolezza di quest’ultimo, malgrado la vittoria elettorale, non è certo quella, o per i più ottimisti non lo è ancora, di cui godeva la Merkel. Gli va data una mano, anche per sottrarlo all’influenza nel neoministro delle finanze, il liberale Lindner la cui appartenenza alla fazione dei «falchi» contrari a qualsiasi ammorbidimento delle regole di Maastricht è fin troppo nota.

Ma l’asse Macron – Draghi acquisterebbe in credibilità se fosse meno asimmetrico rispetto ai ruoli e ai poteri dei due protagonisti. Per questo l’ascesa al Colle di Draghi, mantenendo una stretta supervisione sugli atti politici del governo, è già più che una dichiarazione di disponibilità, quanto un semipresidenzialismo di fatto incardinato nella nuova figura del Presidente della Repubblica.

Tutto ciò è contrario alla nostra Costituzione, la quale stabilisce che il capo dello Stato «non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Solo che le forze politiche non se ne curano. Pensano ad altro.

La destra esprime contrarietà perché si sente tagliata fuori dalla partita, il 5Stelle appare afono e il Pd non fa resistenza. Anzi, stando a un virgolettato, seppure anonimo, del Sole 24 Ore fa sapere che «il percorso di Draghi verso il Colle e la successione a palazzo Chigi devono procedere insieme», lasciando guidare il governo da un presunto tecnico, come Marta Cartabia o Daniele Franco.

Mentre i 51 progetti del Pnrr elogiati come un compito concluso da Draghi, sono in realtà deleghe al governo che verrà, ovvero tutti da definire per essere operativi. A questo ci ha portato la maggioranza extralarge: alla soglia della più grande e pericolosa controriforma istituzionale del paese.

Non è un destino baro, è una volontà politica cui ci si dovrebbe ribellare.

«Piano di ripresa e resilienza»: il pilota automatico è stato innescato

Draghi. Le consegne del governo: via libera al «decreto Recovery», oggi la manovra, ecco i 51 obiettivi del Piano di ripresa e resilienza e tutti gli altri 520 che condizioneranno l’azione di tutti i governi da oggi fino al 2026. E oltre

Roberto Ciccarelli  24.12.2021

Ultime consegne prima che Draghi faccia il salto verso il Quirinale o che il sistema postdemocratico costruito a sua immagine e i partiti agonizzanti precipitino nel caos della loro crisi permanente. Ieri il Senato ha votato la fiducia al governo sul decreto Recovery con 229 voti favorevoli e 28 contrari, nessun astenuto. Il provvedimento è una specie di decreto omnibus che contiene le «misure urgenti» per l’attuazione del cosiddetto «Piano nazionale di ripresa e resilienza» (Pnrr), norme sulla prevenzione delle infiltrazioni mafiose e, tra le molte cose, anche quelle sulla proroga dei «navigator» che, fino ad aprile 2022, lavoreranno ancora per l’Agenzia delle politiche attive del lavoro (Anpal), poi si vedrà. Dalle multe ai negozianti che non accetteranno bancomat o carta di credito dal 2023 all’imposizione del pensiero computazionale («coding») ai bambini a scuola (milestone, cioè «pietra miliare» nella neolingua governativa, della riforma neoliberale dell’istruzione). Ci sono anche le risorse ai Comuni per coprire le assunzioni o i poteri d’eccezione a commissari e governatori sulle «grandi opere».

SEMPRE AL SENATO, tra ieri notte e stamattina, sarà votata la prima, e probabilmente ultima, legge di bilancio da 32 miliardi di euro fatta dal governo Draghi nel cui bilancio va ascritto anche uno sciopero generale indetto da Cgil e Uil che sembra essere passato come l’acqua sotto i ponti di un sistema in ansia per la propria auto-riproduzione e non interessato al problema dei salari, dei redditi, delle pensioni e della criticata riforma dell’Irpef di cui molti hanno denunciato la natura regressiva, mentre il governo si è affannato a dimostrare gli effetti virtuosi.

TRA UN VOTO e l’altro, ieri pomeriggio a palazzo Chigi, c’è stata una «cabina di regia» sul «Pnrr da cui sono uscite le bozze della prima relazione sullo stato di attuazione del programma economico. Il «Pnrr» è considerato dalla tecnocrazia politica e dall’attuale maggioranza Frankenstein che regge il governo Draghi come la manna dal cielo che salverà un’economia dopo l’attuale rimbalzo (+6,2%) seguito al colossale tonfo del Pil causato dalla pandemia del Covid (-8,9%). Dopo tutti sperano che i 235 miliardi di euro complessivi, tra «Pnrr» e altri fondi, possano rilanciare entro il 2026 il totem della «crescita» e il greenwashing eco-digitale evitando di tornare alla stagnazione dello zero virgola del Pil, quella del 2019.

DRAGHI ha ribadito ieri la legge del pilota automatico, di cui è interprete e incarnazione. Così pensa di accendere la luce in fondo al tunnel: vincolare il paese alle scadenze dei progetti e degli obiettivi stabiliti dalla Commissione Europea, e recepiti con entusiasmo, da tutte le forze politiche, comprese quelle che hanno fatto carriera e ricevuto milioni di voti criticando aspramente il potere che oggi invece sostengono.

«È UN’OCCASIONE unica per cambiare percezione dell’Italia nel mondo» ha detto Draghi aprendo la cabina di regia sul «Recovery Plan». Il problema più gravoso resta «la scarsa capacità di spendere le risorse disponibili» che rischia di compromettere ciò che oggi viene dato per scontato, ovvero la possibilità di rispettare il ritmo delle scadenze indicate dal «Piano» scritto dal governo e accolto sostanzialmente da Bruxelles che li verificherà e poi erogherà le tranche dei finanziamenti previsti.

QUELLI che un tempo erano chiamati i «compiti a casa» per i primi mesi sono stati fatti. Cinquantuno obiettivi sono stati raggiunti per presentare la domanda di pagamento della prima rata di rimborso pari a 24,1 miliardi di euro si è letto nella prima relazione al parlamento sull’attuazione del «Pnrr». Ma non è certo finita. Nel 2022 il prossimo governo dovrà raggiungere 102 obiettivi per ottenere un’altra tranche da 40 miliardi di euro. da qui al 2026 i fondi sono suddivisi in 10 rate: per vedersi staccare tutti gli assegni l’Italia dovrà realizzare in tutto 520 «obiettivi».

SOLO nel secondo trimestre 2022 sono previste la riforma della carriera degli insegnanti (30 giugno); la delega per la riforma del codice degli appalti pubblici (30 giugno); l’istituzione di un sistema di formazione di qualità per le scuole (31 dicembre); l’istituzione di un sistema di certificazione della parità di genere e dei relativi meccanismi di incentivazione per le imprese (31 dicembre); la legge annuale sulla concorrenza 2021 (31 dicembre). Ogni governo, fino al 2026, sarà vincolato e condizionato al vortice di queste scadenze. Pena la perdita dei finanziamenti sui quali è stato costruito il consenso. Questo «vale anche e soprattutto – ha sottolineato Draghi – per gli investimenti, che sono finalizzati al raggiungimento di risultati». Il pilota automatico è innescato.

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