UN MODELLO NON ESPORTABILE da IL MANIFESTO e PRESSENZA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN MODELLO NON ESPORTABILE da IL MANIFESTO e PRESSENZA

Il discorso di Xi, l’esaltazione di un «modello» non esportabile

Cina. Per dirla in modo tranchant, Xi Jinping ha specificato che la Cina vuole fare affari per migliorare la vita della propria popolazione, non realizzare i desideri di altri paesi sul proprio territorio e neanche conquistare e imporre il proprio modello ad altri paesi

Simone Pieranni  02.07.2021

Nel suo discorso in occasione del centenario del Partito comunista cinese, il presidente della Repubblica popolare Xi Jinping ha scelto la strada della retorica capace di fomentare l’identità nazionale, sia internamente, sia nella sua proiezione esterna. Sui media internazionali il secondo aspetto è quello che è stato più sottolineato, ma i riferimenti più specificamente interni rivestono una rilevanza particolare in questa fase della storia cinese.

Il Pcc arriva al centenario con l’obiettivo di avere eliminato la povertà nel paese (nonostante i dubbi al riguardo – espressi perfino tempo fa dal primo ministro di Pechino – rimane un elemento che propagandisticamente il Pcc utilizza come un dato acquisito) e la vittoria sul Covid, nuovo termometro della grande simbiosi tra la popolazione e il partito. All’interno di quel tacito patto tra Pcc e cittadini, si è anche incastonato il superamento del virus e con esso, al di là delle incertezze iniziali, la percezione che il Partito-Stato si sia mosso per garantire ai cittadini una risposta efficace sul tema sanitario, un campo nel quale non sempre la popolazione cinese si è sentita tutelata.

Come in altri discorsi precedenti, Xi Jinping ieri ha sottolineato dunque il ruolo del Pcc come «rappresentante» di tutti i cinesi. Può suonare strano alle nostre orecchie ma Xi Jinping, legando il destino del paese a quello del Partito, ha citato più volte la relazione di sangue tra socialismo e cinesi, ricordando i successi (senza citare ovviamente gli aspetti più controversi) del «modello» al quale Xi attribuisce una validità riconosciuta dai fatti: «il socialismo con caratteristiche cinesi», dice Xi Jinping, ha dimostrato di essere un sistema funzionale, capace di garantire benessere, sicurezza e difesa degli interessi nazionali.

Date queste premesse la parte del discorso riservata al resto del mondo non può che proseguire allargando il campo: il «modello cinese» funziona, dice Xi; perché dunque qualcuno vorrebbe cambiarlo adattandolo a valori che in Cina sono percepiti in modo diverso, è la domanda retorica sotto traccia di Xi. Il numero uno ha poi ricordato l’ascesa pacifica (un refrain di qualche anno fa, già utilizzata prima che Xi arrivasse al potere) del Paese a confermare che riguardo il «modello» non c’è alcuna volontà di esportarlo, né con le buone né con le cattive. Per dirla in modo tranchant, la Cina vuole fare affari per migliorare la vita della propria popolazione, non realizzare i desideri di altri paesi sul proprio territorio e neanche conquistare e imporre il proprio modello ad altri paesi.

Il terreno si è fatto più scivoloso quando Xi Jinping ha parlato di «riunificazione», alludendo a Taiwan. Mossa propagandistica a soddisfare i più nazionalisti o è davvero in agenda la riconquista dell’isola? Al momento non si può fare alcuna previsione. Il contraltare del discorso di Xi è la situazione politica che il segretario del Pcc ha creato, sotterrando ogni dibattito interno, annullando ogni critica anche velata al suo operato: si tratta di mortificare un dibattito che invece dovrebbe essere necessario affinché la Cina possa imparare anche a dialogare con l’Occidente in modo più limpido e meno burrascoso, senza consegnarsi mani e piedi a un leader che ha già dimostrato ampiamente di avere mire «eterne» e di mal digerire i critici.

Circondarsi di signorsì o di utili idioti come possiamo considerare molti dei «wolf warriors», i diplomatici che via tastiera regalano perle di ottusità diplomatica, non renderà più semplice una spiegazione di quello cui aspira la Cina, specie nei confronti degli Usa dove, analogamente, non sembra esserci granché voglia di un confronto vero, che non sia una lezione di democrazia da un pulpito che i cinesi non riconoscono più come degno.

Il fattore paura della Cina

13.05.2021 – Michael Wong – Rédaction Paris

L’America nei confronti della Cina: “Uno scontro tra civiltà”.

Hillary Clinton ha detto: “Non voglio che i miei nipoti vivano in un mondo dominato dai cinesi”.

Durante il suo mandato, il presidente Obama ha lanciato il “perno sull’Asia”, spostando il 60% della potenza navale degli Stati Uniti nelle basi che circondano la Cina, sviluppando il trattato di partenariato trans-pacifico specificamente per isolare a livello economico la Cina, rendendo la battaglia aria-mare la dottrina ufficiale degli Stati Uniti per contenere militarmente la Cina, e annunciando vigorosamente che il suo obiettivo era quello di contenere l’ascesa economica della Cina.

Non sorprende che la Cina abbia reagito con preoccupazione. La guerra fredda era finita da tempo, l’ascesa economica della Cina era pacifica, non aveva intenzioni aggressive verso gli Stati Uniti o chiunque altro, e prima del “perno sull’Asia” di Obama, le relazioni erano stabili e le tensioni basse, secondo la Cina. Tuttavia, questi argomenti della Cina sono stati respinti dalla leadership statunitense.

Nel gennaio 2018, l’amministrazione Trump ha rilasciato una nuova strategia di difesa nazionale che designava la Cina e la Russia come “potenze revisioniste” che devono essere contenute. Il segretario alla Difesa Jim Mattis ha dichiarato: “…la competizione tra grandi potenze, non il terrorismo, è ora l’obiettivo primario della sicurezza nazionale degli Stati Uniti.” Se si digita “Cina” e “minaccia esistenziale” adesso produce ben oltre sei milioni di risultati.

Nel 2019, l’amministrazione Trump si è ritirata dal trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (trattato INF), aprendo la porta agli Stati Uniti per sviluppare armi nucleari a raggio intermedio per contrastare i sistemi di armi anti-accesso/area denial (A2AD) che la Cina usa per difendere le sue coste. Ha inoltre iniziato una guerra commerciale con la Cina, arrestato il CFO della più grande azienda privata cinese, Meng Wanzhou di Huawei, iniziato la “Space Force”, un nuovo ramo dell’esercito statunitense, ed essenzialmente innescato una seconda guerra fredda con una nuova corsa ai missili, alla difesa missilistica e alle armi nucleari.

La potenza navale americana è in grado di tagliare le rotte commerciali vitali della Cina nel Mar Cinese Meridionale, e la Cina ha risposto costruendo la propria potenza navale e le basi insulari lì, e ne sono seguiti degli scontri. I negoziati con la Corea del Nord sono ricominciati e poi si sono fermati di nuovo. Anche le tensioni su Taiwan e le sanzioni preparate contro Hong Kong alzano il tiro. Gli strateghi statunitensi parlano di “scontro di civiltà”, “dominio a tutto spettro”, “guerre nucleari vincibili” e conflitto “in tutta la società”.

La Cina interpreta questo come l’intenzione di distruggerla completamente e si prepara a difendersi. Con l’escalation delle tensioni, una corsa agli armamenti, sia convenzionali che nucleari, sta accelerando in Asia. Il pericolo che una seconda guerra fredda esploda improvvisamente in un conflitto armato, forse addirittura in una guerra nucleare, cresce di giorno in giorno.

Quanto è reale il rischio di una guerra nucleare? Daniel Ellsberg, famoso per i “Pentagon Papers”, è un americano di primo piano con una profonda esperienza interna ai più alti livelli del sistema militare statunitense. Nel 2017 ha pubblicato il libro “The Doomsday Machine: Confessions of a Nuclear War Planner” (La macchina del giorno del giudizio: Confessioni di un pianificatore di guerra nucleare). In esso rivela che non solo era al corrente dei più alti livelli di pianificazione della guerra in Vietnam, ma anche dei più alti livelli di pianificazione della guerra nucleare. Ci porta dalle sale di pianificazione ai campi d’aviazione da cui i bombardieri sarebbero stati lanciati, per dettagliare quanto facilmente le cose potrebbero andare male, quanti scontri hanno avuto luogo durante la prima guerra fredda e quanto facilmente una seconda guerra fredda potrebbe finire in una catastrofe globale.

Il nucleare NON è “impensabile”, perché ci sono persone ai più alti livelli che ci pensano ogni giorno, fanno piani e contropiani dettagliati, tengono armi sempre pronte, e sviluppano armi e sistemi di difesa nuovi e molto più complessi mentre parliamo. La maggiore complessità aumenta il rischio di guerra per errori di calcolo o incidenti; ci sono molte più cose che possono andare storte. Inoltre, qualsiasi attacco nucleare in grado di sconfiggere la Cina o l’America scatenerebbe anche un inverno nucleare (anche se l’avversario non contrattaccasse), che porrebbe fine all’umanità indipendentemente da altri impatti nucleari. Eppure c’è un forte consenso bipartitico per un’altra guerra fredda, questa volta contro la Cina.

Come siamo arrivati a questo stato di cose?

Il fattore paura

Qual è la causa principale dell’attuale “scontro di civiltà”? La risposta è semplice come la dichiarazione originale di Hillary Clinton: “Non voglio che i miei nipoti vivano in un mondo dominato dai cinesi”.

Graham Allison, ex sottosegretario alla difesa degli Stati Uniti e decano fondatore della Harvard Kennedy School, lo ha detto in modo succinto nel titolo del suo libro del 2017, Destined For War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap? Tucidide era uno storico greco ed ex generale che osservò la catastrofica guerra del Peloponneso che devastò l’antica Grecia 2500 anni fa e dichiarò: “Fu l’ascesa di Atene e la paura che infuse a Sparta a rendere inevitabile la guerra”. Allison esamina sedici casi negli ultimi cinquecento anni in cui una potenza emergente è stata vista come minacciosa da una potenza consolidata, e nota che dodici di questi rivali sono finiti in guerre devastanti. Egli spiega come la nostra attuale situazione con la Cina sia analoga a queste situazioni passate.

Ma la guerra con la Cina è inevitabile? No. Dodici dei sedici casi del libro di Graham Allison sono finiti in guerre devastanti. Ma quattro casi no. Quindi le difficoltà sono grandi, ma la pace è possibile. Come possiamo ottenere la pace?  In primo luogo, dobbiamo affrontare la nostra paura e comprendere appieno sia noi stessi che la Cina.

Comprendere la Cina

Cominciamo con i fatti più fondamentali della storia cinese. La Cina è una civiltà vecchia 5.000 anni, che è sopravvissuta mentre gli antichi imperi degli egiziani, dei greci, dei romani, dei bizantini, degli europei dell’era coloniale e altri andavano e venivano. Come ha fatto la Cina a sopravvivere per cinquemila anni quando tante altre potenze non ci sono riuscite?

La risposta si trova negli elementi fondamentali del pensiero cinese, la cui base si trova nelle tre principali scuole di pensiero tradizionale della Cina: Confucianesimo, Taoismo e Buddismo. Tutte queste scuole di pensiero insegnano una visione olistica del mondo che include il pensiero a lungo termine e il bilanciamento dei vari aspetti, la “via di mezzo” tra gli estremi. Gli studenti di Tai Chi e di altre arti marziali cinesi conoscono il concetto di Yin e Yang, l’esistenza intrinseca di aspetti opposti in tutto ciò che costituisce la realtà: uomini e donne, notte e giorno, alto e basso, ecc., e la necessità di bilanciare aspetti apparentemente opposti in modo che lavorino insieme armoniosamente e si completino a vicenda piuttosto che scontrarsi in modo distruttivo.

Storicamente, la Cina ha considerato la visione a lungo termine e l’equilibrio di vari aspetti in tutti i settori, compresi lo stato e gli affari esteri. Così, quando la Cina era forte, assicurava i suoi confini e gli affari interni, ma non si è lanciata in campagne di conquista mondiale come facevano altri imperi. Per esempio, mille anni fa, durante la dinastia Song, la Cina sviluppò la polvere da sparo, quattrocento anni prima di chiunque altro, e sapeva come usarla in guerra. La Cina era una grande nazione con una civiltà avanzata, buone risorse naturali, una grande popolazione e il monopolio della polvere da sparo. Tuttavia, non si impegnò in alcun tentativo di conquistare il mondo, a differenza dell’Occidente quando sviluppò la polvere da sparo centinaia di anni dopo e andò a conquistare gran parte del mondo durante il periodo coloniale. Perché la Cina non l’ha fatto? Perché vedeva la conquista del mondo come una palese sovraestensione che alla fine avrebbe portato alla sua stessa caduta. Mille anni dopo, i resti degli imperi passati e il fallimento di molte ex potenze coloniali dimostrano la saggezza della strategia cinese.

Comprendere noi stessi

Consapevolmente o inconsapevolmente, gli Stati Uniti sono caduti nel vuoto lasciato dalle ex potenze coloniali in declino, e sono ora sopraffatti. Inoltre, gli Stati Uniti sono caduti nella trappola millenaria di credere che l’unico modo per mantenere la sicurezza e la prosperità sia mantenere o addirittura espandere uno status quo ormai insostenibile. Ma continuare a farlo significa subire inevitabilmente lo stesso destino di ogni altro impero storico che ha tentato di farlo: declino e fallimento.

La Cina è sopravvissuta per cinquemila anni proprio perché ha capito i limiti naturali del potere e ha sempre evitato di oltrepassare se stessa. La Cina moderna farà esattamente quello che ha sempre fatto nell’antico passato; assicurare i propri confini e affari interni, e prosperare commerciando con il resto del mondo attraverso la “Nuova Via della Seta”, la “Belt and Road Initiative”.

Per gran parte dei tempi antichi, il mondo era diviso in molti Stati di diverse dimensioni, con molteplici centri di potere, e nessuno stato dominava il mondo intero. Questo è infatti lo stato naturale del mondo. Affinché un solo stato possa dominare il mondo intero, è necessario uno sforzo straordinario da parte di quello stato, che finirebbe per esaurire le sue risorse e la sua popolazione. Questo è, infatti, esattamente dove si trovano oggi gli Stati Uniti.

Ma invece di aggiustare realisticamente la propria posizione, i nostri leader a Washington stanno raddoppiando i loro sforzi per cercare non solo di mantenere, ma anche di espandere il nostro dominio sul mondo attraverso guerre senza fine per rovesciare i governi con cui non siamo d’accordo e dettare agli altri governi (anche ai nostri alleati) cosa possono e non possono fare. Come abbiamo visto in Medio Oriente e altrove, questo fallisce.

Perché viene fatto?  Alcuni in America dicono che “se non lo facciamo prima noi a loro, saranno loro a farlo a noi”. In altre parole, credono consciamente o inconsciamente nel “gioco a somma zero”: o sei il conquistatore o sei il conquistato. La storia della civiltà occidentale, dai tanti piccoli regni d’Europa nel Medioevo in lotta tra loro, al periodo coloniale e al “grande gioco delle nazioni”, alle due guerre mondiali e alla guerra fredda, rafforza questa visione del mondo e i cosiddetti “realisti a muso duro”. La paura di Hillary Clinton che la Cina domini l’America è un classico esempio.

Comprendere la realtà globale

Ma questo era il punto di vista di tutti gli imperi falliti del passato, che salivano a un grande potere, lo mantenevano per poche centinaia di anni, e poi sparivano nella storia. Questa non è la storia della Cina, una civiltà che è rimasta semplicemente nei suoi limiti naturali, non ha cercato di dominare il mondo e non è mai morta.

La Cina comprende i limiti del potere e la necessità di cooperare con altre nazioni – specialmente altre nazioni potenti – per mantenere la propria pace, sicurezza e prosperità. Questo è ciò che la Cina ha sempre fatto in passato e che farà oggi. Ecco perché Xi Jinping e altri leader cinesi parlano di un “mondo multipolare” e dell’umanità come “una comunità dal destino comune”. Capiscono che nessuna nazione – né l’America né la Cina – può dominare il mondo e che o si vive tutti insieme o si muore tutti insieme.

L’America può prendere spunto dalla Cina, riequilibrare se stessa e il proprio paese, ritirarsi da guerre senza fine, lavorare in modo cooperativo con il resto del mondo, accettare i limiti non solo dei nostri poteri ma di tutte le nazioni e lavorare attraverso le Nazioni Unite e con altre nazioni per i bisogni e benefici reciproci. Con una visione a lungo termine e in equilibrio su vari aspetti e nelle sue politiche, può sopravvivere nel lontano futuro non come il dominatore del mondo, ma come uno dei principali paesi permanenti. La vera “dura realtà” è questa: la Cina ha bisogno di noi, e noi abbiamo bisogno della Cina. La Cina lo sa. La domanda è: noi lo sappiamo?

La pace, la sopravvivenza a lungo termine, la prosperità e un ruolo continuo nella leadership globale sono alla nostra portata. Prendiamoli.

Di Michael Wong per Pivot to Peace