“UBUNTU”: RICONCILIAZIONE E PERDONO PER UNA COMUNITÀ ARCOBALENO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“UBUNTU”: RICONCILIAZIONE E PERDONO PER UNA COMUNITÀ ARCOBALENO da IL MANIFESTO

Desmond Tutu, il Sudafrica perde la sua bussola morale

«Arch» della pace. Nazione arcobaleno, riconciliazione, diritti di tutti. Le mille battaglie e utopie di un arcivescovo che è stato la voce globale della lotta contro l’apartheid durante la prigionia di Nelson Mandela

Laura Burocco  CAPETOWN  28.12.2021

Il Sudafrica dice addio a uno degli ultimi sopravvissuti di una generazione di eroiche figure della lotta contro l’apartheid, artefici di quello che viene considerato il maggior lascito per le generazioni future dei born free, i nati dopo il 1994: un Sudafrica libero. E se Mandela viene riconosciuto come il più grande leader e statista del Sudafrica, Desmond Tutu ne ha rappresentato la sua bussola morale.

DURANTE LA PRIGIONIA di Mandela negli anni 80, Tutu è stata la voce globale della lotta contro l’apartheid. Come Mandela, fino alla sua morte si è impegnato nella costruzione di un Sudafrica non razziale, senza disuguaglianze economiche e povertà. Nel perseguire questo impegno non ha risparmiato critiche al governo di maggioranza nera dell’African National Congress (Anc), accusato di non fronteggiare questi squilibri estremi e i mali ereditati dell’apartheid.

 Dopo essere diventato il primo presidente nero del Sudafrica, Mandela aveva chiesto a lui di presiedere la Truth and Reconciliation Commission (Trc), la Commissione per la verità e la riconciliazione. Ruolo nel quale, come ha detto il presidente Ramaphosa, ha articolato in modo succinto «l’indignazione universale per le devastazioni dell’apartheid» dimostrando la profondità del significato di ubuntu, riconciliazione e perdono. Forse questo elemento pur rappresentando la forza di quella che Tutu nel 1994 – dopo la prima elezione democratica del Sudafrica – ha definito The Rainbow Nation, la società sudafricana multirazziale post-apartheid, dove bianchi, neri, coloured e indiani lavorano e vivono insieme come un popolo unito, è stato anche uno degli elementi più controversi attribuiti alla sua figura.

LA COMMISSIONE ha ricevuto critiche da ogni fronte. Per i bianchi sostenitori dell’apartheid ha rappresentato una caccia alle streghe mentre per molti sudafricani neri una amnistia ai crimini commessi. Se si considera l’apartheid un crimine contro l’umanità il fatto di trattare i suoi sostenitori e chi ha agito contro di esso con lo stesso metro di giudizio è difficile da accettare.

NEL SENTIMENTO DI LUTTO nazionale che segue la morte di una figura di tale grandezza, la maggior parte delle persone ne celebrano il lascito, ma ci sono anche molti sudafricani che lo interrogano. Per alcuni la transizione democratica si è trasformata nel cammino verso lo status quo neoliberista che definisce la storia Sudafrica post apartheid disilludendo la sua trasformazione in una reale democrazia multirazziale. Alcuni, specialmente tra i giovani ritengono che i rainbowists – sostenitori della Rainbow Nation– abbiano svenduto il Paese in nome del perdono e che una posizione critica debba invece essere mantenuta in relazione alla propaganda conciliatrice della Trc.

Eppure Tutu era convinto che «solo la verità, il riconoscimento di quello che è successo, la rabbia e il dolore, possono portare perdono e guarigione, e solo attraverso il perdono ti puoi liberare dall’oppressore». È la visione di un uomo di fede, che molti tra coloro che avevano sofferto l’oppressione dell’apartheid, difficilmente riescono a condividere.

TUTU HA ESTESO la sua caparbietà nella lotta contro l’apartheid a un sentimento di compassione per tutti coloro che avevano sofferto l’oppressione in Sudafrica. E per gli oppressi di tutto il mondo, a cominciare dal popolo palestinese sotto l’apartheid vigente in Israele.
In una società profondamente conservatrice e patriarcale come quella sudafricana Tutu si è sempre schierato a favore della comunità lgbt. Durante la presidenza di Thabo Mbeki, quando malgrado l’altissimo numero di contagi il governo aveva assunto una posizione negazionista sul diffondersi dell’Hiv, si è battuto a sostegno dei trattamenti antiretrovirali per tutte le persone malate.

TUTU HA FERMAMENTE CREDUTO nel progetto di costruzione nazionale e in una utopia che desse speranza ad un paese devastato non solo da anni di apartheid ma anche dalla estrema brutalità interna che ha caratterizzato gli anni immediatamente conseguenti la liberazione di Mandela nel 1990 e le prime elezioni democratiche in Sudafrica nel 1994.

La violenza di quegli anni metteva a forte rischio il complesso processo di transizione democratica. Quando, nel 1993, l’attivista nero Chris Hani fu assassinato da un estremista anticomunista con stretti legami con Arm, un’organizzazione neonazista paramilitare suprematista bianca, Tutu ha implorato la calma e nessuna vendetta. Seriamente preoccupato per l’evolversi della situazione chiese la fine della violenza in quanto, secondo le sue parole, «l’uccisione ucciderà il nuovo Sudafrica prima che abbia inizio». Fu proprio l’assassinio di Hani ha persuadere il Multi-Party Negotiating Forum sulla urgente necessità di fissare una data per le prime elezioni democratiche in Sudafrica. Elezioni che vedranno l’Anc e Mandela vincere con il 62.9% di voti.

DOPO PIÙ DI 25 ANNI dalla fine dell’apartheid, la violenta diseguaglianza nel paese dimostra come questa utopia sia molto distante dall’essere realizzata, e come le critiche che Desmond Tutu non ha mai risparmiato all’Anc siano fondate. I risultati di due anni della Commissione Zondo, un’inchiesta pubblica istituita nel gennaio 2018 dall’ex presidente Jacob Zuma per indagare sulle accuse di corruzione e frode nel settore pubblico in Sudafrica, dimostrano l’enorme distanza tra gli ideali che furono alla base del movimento di Black Liberation dell’Anc, e il sistema di corruzione e di interessi privati che caratterizzano la politica del partito oggi.

Ironicamente le indagini hanno portato alla reclusione dello stesso ex presidente a luglio di quest’anno, e a rivolte interne nel paese tragicamente comparate con la violenza dei primi anni novanta.

Desmond Tutu, «Ubuntu» o dell’amicizia fra i viventi

Il ricordo . La «sua» Commissione per la Riconciliazione e il Perdono, con le memorie di vittime e aguzzini, fu una rivoluzione religiosa ma anche antropologica e politica. Assicurava la pace

Laura Marchetti  28.12.2021

Ho avuto la fortuna di conoscere Desmond Tutu nel 2003, al Controvertice di Johannesburg organizzato dai Dannati della Terra in risposta al Vertice Mondiale che era stato invece organizzato, dai Padroni della Terra negli stessi giorni e in quella città. Ho anche avuto la fortuna di marciare, dietro di lui, il 31 agosto di quell’anno, da Alexandra, il quartiere orribilmente povero di Johannesburg, a Sandron, il quartiere orribilmente ricco, assieme a tutti i movimenti rurali e metropolitani che si opponevano alle privatizzazioni, agli sfratti, alla biopirateria, allo sfruttamento dell’acqua, dei semi, dei geni e a tutti gli «aiuti» che mascheravano un nuovo ecocolonialismo e un più aggressivo capitalismo.

HO AVUTO SOPRATTUTTO la fortuna di sentirlo parlare – circondato dagli Anziani Saggi e da Grandi Madri vestite di colori e di sole – di tutto il dolore del Sudafrica , dell’apartheid, del genocidio della sua gente, a cui contrapponeva una strana parola, che non esiste nella lingua italiana e che non esiste nemmeno nella nostra mente: Ubuntu, una parola splendida della lingua nguni-bantu che significa molte cose. Nella famiglia è la solidarietà e la prossimità di soccorso; nel villaggio è la cooperazione e il senso collettivo di appartenenza; nella nazione è lo spirito comunitario e il riconoscimento politico di essere intessuti in una Rete sociale e naturale nonché la consapevolezza , come dice un motto presente in almeno sei lingue sudafricane, che «motho ke motho ka motho yo mongue», ovvero che «una persona è una persona in quanto relazionata ad altre persone», nobile formulazione di interdipendenza umana che esprime l’essenza stessa di quel messaggio di amicizia su cui si è fondata la “Carta della Libertà” dell’African National Congress e poi la prima Costituzione libera sudafricana.

NEL LINGUAGGIO di Tutu, Ubuntu però significava soprattutto il principio etico della riconciliazione e del perdono, un principio inderogabile di «umanità verso gli altri» scaturito dal legame religioso di dono reciproco e benevolenza che lega ontologicamente l’intera Umanità. Lo aveva fatto valere nella Commissione per la Verità e la Riconciliazione, istituita nel 1995 dal Parlamento sudafricano e dal Presidente Nelson Mandela, con «lo scopo di ricercare la verità, attraverso l’analisi e la comprensione degli avvenimenti del passato in relazione alle cause e alle circostanze nelle quali gravi violazioni dei diritti umani hanno avuto luogo e in modo da impedire il ripetersi delle sofferenze e delle ingiustizie dell’apartheid», nonché «di promuovere l’unità e la conciliazione morale in nome del benessere di molti cittadini del Sudafrica e della pace».

LA COMMSSIONE LAVORÒ per tre anni. Nel Rapporto finale, consegnato da Tutu a Mandela dopo pubbliche audizioni in tutto il Paese, raccogliendo confessioni, testimonianze, lamenti dei sopravvissuti e delle vittime , il quadro di violenza dell’apartheid era agghiacciante. Nessuna pietà sembrava possibile di fronte al resoconto delle torture, degli omicidi, degli stupri, delle menomazioni fisiche e psicologiche commesse sulla popolazione nera non solo da privati cittadini, ma da tutto l’apparato istituzionale e civile degli «afrikaners» – dall’ex Presidente Botha, all’ex Ministro della difesa Malan, nonché dal Consiglio di Sicurezza dello Stato, dai Servizi Segreti e dalla Polizia sudafricana. Eppure anche di fronte a tutto questo, Tutu pronunciò questa strana parola: Ubuntu, perdono, riconciliazione e perdono.

Agli occhi stupiti del mondo, la Commissione divenne così uno strano tribunale, incomprensibile entro i canoni della giustizia occidentale. Non poteva condannare ma poteva solo assolvere, però dopo aver accertato la verità. I torturatori, gli assassini, gli stupratori dovevano cioè confessare pubblicamente i crimini commessi dal 1961 al 1994, dopo di chè venivano amnistiati.

UNA COSA APPUNTO incomprensibile – come si vede nei bei film di Boorman, di Roodt , di Suleman – che aveva come fine uscire dal codice della violenza e dalla spirale della vendetta e soprattutto, ridare dignità alle vittime. «Ogni volta – scriveva Tutu nella Relazione finale – ogni volta la gente ha implorato di conoscere cosa è successo al proprio padre, alla madre, alla sorella, al fratello, alla figlia e al figlio. Sapere dove tutti sono seppelliti. E ogni volta la Commissione ha scoperto aggressioni, torture, assassini….ogni volta ha dovuto ferire le vittime…ma si è trattato di un male necessario perché ha obbligato i sudafricani ad affrontare una realtà che avevano scelto di ignorare , facendo finta di non vedere.

La Commissione cioè ha imposto la verità, senza censure e senza rimozioni». La verità – la forza della verità, come diceva Gandhi da analoghe posizioni non violente – vale per le vittime più della vendetta. Se i torturatori non si fossero fatti avanti per dirla, i crimini sarebbero caduti nel silenzio mentre la dimenticanza sarebbe caduta sulle vittime , sulle loro storie, sui loro nomi (la Commissione scelse infatti di pubblicare tutti i nomi delle vittime e non solo dei torturatori).

DESMOND TUTU, premio Nobel per la Pace, scelse cioè di dare alle vittime una riparazione simbolica, la stessa che dovremmo offrire oggi alle vittime dei naufragi, alle loro storie, ai loro nomi. Inoltre rese possibile la costruzione della nuova nazione colpendo al cuore l’ideologia dell’apartheid. L’apartheid aveva impostato il suo sistema di discriminazione sull’ideologia dello «sviluppo separato», ovvero sulla accentuazione e l’irrigidimento delle differenze etniche, razziali, culturali, presupposte come «ontologiche» e addirittura fondate sulla differenza che Dio, nell’atto della creazione, volle dare alle razze. Dire invece che la nuova nazione doveva saper rispettare le differenze all’interno di un più alto concetto di Umanità, all’interno dell’Ubuntu, significava invece fare una rivoluzione e non solo sul piano religioso, ma antropologico e politico.

Perdonare significava quindi reintrecciare i vissuti e riconciliarsi un modo per assicurare ai diversi l’amicizia e la pace in nome di una memoria comune, un passato comune, una pietà comune. Perché, come disse ancora Tutu in quel memorabile seminario di lotta e di speranza, «dove una memoria comune è assente, dove gli uomini non sono più partecipi di uno stesso passato, non ci può essere alcuna effettiva comunità, non ci può essere Ubuntu». La richiesta di perdono era quindi una richiesta di vita, una promessa di cambiamento. Non era, concluse Tutu, «un voler girare le spalle alla belva, ma un sacro dire ‘mai più’».

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