THE SHOW MUST GO ON da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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THE SHOW MUST GO ON da IL MANIFESTO

Il cinismo del vertice e le ferite aperte del mondo

G20 e Afghanistan. La principale ferita che ci porta questo G-20, come del resto quelli che l’hanno preceduto, è l’assoluta mancanza di giustizia. Per essere tutti d’accordo bisogna che ognuno abbia la sua parte di sangue e di morti. Mai una volta che si senta qualcuno che difenda una causa giusta rispetto al destino dei popoli. Il G-20 è nei fatti una sfilata di conformisti privi di valori ma con una superlativa qualità: il cinismo

Alberto Negri  30.10.2021

Chi sono quelli del G-20 di Roma? Sono per gran parte coloro che intendevano esportare la democrazia in Afghanistan e poi hanno abbandonato gli afghani al loro destino e alla fame: a milioni, compresi migliaia di bambini, rischiano di morire, dicono le Nazioni unite, se non saranno assunte misure urgenti per aiutare il paese. Ma la nostra sola preoccupazione è stringere accordi con l’Iran e il Pakistan perché si occupino di “accoglierli” e fermare il loro viaggio verso ovest.

Quelli del G-20 sono quasi gli stessi che volevano liberare gli iracheni da Saddam Hussein e poi li hanno lasciati in mano al Califfato. Quindi hanno colpito Gheddafi, fino al sua fine orribile, lasciando che la Libia e l’intero Sahel scivolassero nel caos. Con la complicità dei turchi e delle monarchie del Golfo hanno scatenato migliaia di jihadisti in Siria per abbattere Assad, poi hanno fatto marcia indietro. Quindi si sono serviti dei curdi siriani contro l’Isis per lasciarli massacrare dalla Turchia nel Rojava.

La giustizia vera non ha diritto di cittadinanza al G-20, anche quando viene propugnata non solo dalle autocrazie ma anche dalle cosiddette democrazie liberali. Basta guardare cosa accade ai palestinesi sottoposti da Israele a un regime di apartheid: Israele ha appena approvato oltre 3mila nuove case per i coloni per impedire la nascita di uno Stato palestinese. Gli europei protestano, Washington fa finta di indignarsi ma nel concreto non accadrà nulla: Israele può fare quel che gli pare e ignorare tutte le risoluzioni Onu. Ci lamentiamo giustamente di autocrati come Putin, Xi Jinping, Erdogan, ma quale segnale invia l’Occidente a questi regimi? Non punisce mai Israele: non ci sono mai sanzioni, non c’è mai una presa di posizione tangibile che non vada oltre frasi di circostanza. È questo l’esempio di giustizia che diamo dalle nostre parti e poi la pretendiamo dagli altri? Non c’è neppure voglia di discuterne, visto che è saltato l’incontro Erdogan-Biden. La polvere della Nato si nasconde sotto il tappeto.

Il ritiro disastroso dall’Afghanistan, ignorando il destino di un popolo e la sua sopravvivenza, aveva già i suoi chiari precedenti. Non li vedeva soltanto chi non li voleva vedere. Ebbene questi killer di popoli e nazioni e si stringono oggi volentieri le mani, che sia in presenza oppure in video non fa gran differenza. La stringono pure a Mohammed bin Salman che come “principe del rinascimento arabo”, secondo le parole del senatore Renzi – ormai assunto stabilmente alla sua corte – ha fatto torturare, uccidere e smembrare a pezzi il giornalista Jamal Khashoggi. Lo stesso principe saudita che, secondo alcuni testimoni, avrebbe voluto ammazzare pur lo zio, il re Abdul Aziz. Insomma con lui è come andare a pranzo con Totò Riina.

Julian Assange, fondatore di Wikileaks, che ha rivelato i crimini delle guerre e alcune delle trame di Stati e servizi segreti occidentali e dei loro alleati, è invece sotto processo a Londra, dove forse vorrebbero che finisse velocemente i suoi giorni. Assente di rilievo nella congrega romana è Israele, che manda il Mossad in Iran e in giro per il mondo ad ammazzare chi gli pare senza che nessuno abbia niente da ridire. Ma forse al prossimo giro, se si allarga il Patto di Abramo, avremo al G-20 anche Israele che occupa illegalmente la terra dei palestinesi, abbandonati da tutti.

Se sono poi questi i capi che tra qualche ora a Glasgow si dovranno occupare di ambiente e salvare il mondo dal riscaldamento globale stiamo freschi. Nella stanze dell’Eur dove si riuniscono c’è un’aria mefitica, che Draghi apra almeno una finestra se vuole respirare.

Che cosa si decide al G-20 di concreto, al di là dei comunicati ufficiali? Una certa spartizione del mondo secondo interessi economici (il G-20 nasce come forum finanziario) e linee di influenza per la verità sempre più mobili. Ma c’è anche una sommaria divisione del lavoro che tiene uniti i protagonisti del vertice di Roma. Usa e occidentali vendono armi ai loro satelliti, facendo finta di esportare la democrazia, Mosca può fare quello che vuole degli oppositori, Pechino – diventata per il suo peso economico, il vero nuovo nemico per il cattolico Biden – ha mano libera per far fuori chi gli pare, da chi dissente agli uiguiri dello Xinjiang, i principi del Golfo possono strangolare chiunque senza che nessuno abbia da eccepire, in cambio aspettiamo i loro investimenti in occidente per lo shopping di armi e di squadre di calcio. The show must go on.

La principale ferita che ci porta questo G-20, come del resto quelli che l’hanno preceduto, è l’assoluta mancanza di giustizia. Per essere tutti d’accordo bisogna che ognuno abbia la sua parte di sangue e di morti. Mai una volta che si senta qualcuno che difenda una causa giusta rispetto al destino dei popoli. Il G-20 è nei fatti una sfilata di conformisti privi di valori ma con una superlativa qualità: il cinismo.

Cinismo a dosi industriali per tutti, per le nazioni, per interi popoli, per singoli individui, per le generazioni presenti e future. Giulio Regeni è forse l’emblema di tutto questo. La storia del ricercatore italiano torturato e ucciso dagli scherani di Al Sisi, simbolo dei giovani che dovrebbero essere al centro di questo G-20 e delle trasformazioni, è ignorata: nessuno dei leader di questo consesso di ipocriti sa dire una parola che somigli anche lontanamente alla giustizia.

Un G20 in ritardo, trafelato e diviso alla rincorsa della pandemia

Il commento. Riproposte, allargate, le stesse linee di frattura della comunità internazionale: trovare un punto di intesa Usa – Cina e l’imprevedibile ruolo del Brasile, con Bolsonaro ora incriminato

Nicoletta Dentico  30.10.2021

Ci arriva con il fiato corto, il G20 a presidenza italiana, al summit dei capi di Stato e di governo che si tiene a Roma oggi 30 e domani 31 ottobre, alla Nuvola (quartiere Eur), tra chiusure del traffico e aperture di zone rosse. Ci arriva stremato dalle divisioni interne, imbrigliato nel tentativo affannoso di concordare un comunicato ufficiale, a poche ore dalla foto di gruppo che inaugura il vertice.
Ci arriva, una proposta dopo l’altra.

Con la disperazione della presidenza italiana che non sa più che cosa inventarsi per dar l’idea di aver lasciato un segno con qualche cosa di spendibile. Sono settimane incandescenti per la definizione dei futuri scenari della salute globale pandemica. La partita si gioca su più tavoli, soprattutto a Ginevra.

All’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), dove non si sono mai interrotti i negoziati per trovare una mediazione sulla proposta di sospensione dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS Waiver), in vista della dodicesima ministeriale di fine novembre. E all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), dove pure c’è una certa fibrillazione: da un paio di settimane si sono accesi i motori della diplomazia sulla proposta di un trattato pandemico, sospinto dall’Unione Europea, con l’intento di definire regole vincolanti per rispondere alle pandemie del futuro.

Per discutere la questione si terrà una sessione speciale della Assemblea mondiale della sanità a fine di novembre, di fatto in concomitanza con la sessione ministeriale dell’Omc. Si tratta di percorsi diplomatici ad alta intensità e interazione: analisti molto accreditati ritengono infatti che gli slanci della Ue a favore del trattato pandemico siano una poco convincente mossa diversiva rispetto alla sospensione della proprietà intellettuale che Bruxelles continua ostinatamente a bloccare all’Omc.

Molte aspettative erano state riposte sul G20 per dipanare la matassa delle questioni sanitarie più intrattabili legate a COVID-19: distribuzione dei vaccini e TRIPS Waiver in testa. Il G20 si presenta come un forum ristretto e dunque più agile, meno burocratico delle istituzioni internazionali in oggettivo affanno. La speranza era che, nella interazione tra pochi governi, si potessero recidere i nodi gordiani che dall’inizio della crisi pandemica mettono a dura prova il multilateralismo, impreparato ad affrontare l’arrivo del virus, e oggi incapace di trovare una convergenza almeno sul terreno dell’emergenza sanitaria.

Alla vigilia del Vertice del G20 di Roma possiamo dire che queste aspettative sono state largamente sopravvalutate. Il G20 ripropone al suo interno le stesse linee di frattura che insidiano la comunità internazionale in versione allargata, nella inevitabile difficoltà della presidenza italiana di identificare un punto di intesa tra Stati Uniti e Cina – quest’ultima parteciperà a Roma con il suo ministro degli esteri – e con il ruolo imprevedibile del Brasile, il cui presidente è sotto inchiesta per «crimini contro l’umanità» nella gestione della pandemia, che ha causato 600.000 morti

La crisi sanitaria persiste – SARS-CoV-2 insidia la Russia e i paesi dell’Europa orientale – e persiste anche l’apartheid dei vaccini. Anzi, si aggrava. Nel briefing di ieri la responsabile scientifica dell’Oms Soumya Swaminathan ha spiegato come il numero delle terze dosi somministrate nel mondo – circa un milione al giorno – sia tre volte superiore ai vaccini iniettati nei paesi a basso reddito (circa 330.000 dosi al giorno).

Su questo fronte, il vertice del G20 intende ribadire l’obiettivo, già sancito dall’Oms e dai ministri del G20 salute a settembre, di vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro la fine del 2021 e conseguire il 70% di immunizzazione entro la metà del 2022. Per come stanno le cose, con solo il 9% delle donazioni del G7 erogate (stando ai dati della scorsa settimana) e solo 406 milioni di vaccini distribuiti da COVAX a 144 paesi (al 25 ottobre), la dichiarazione ha tutti i tratti della presa in giro.

La presidenza italiana del G20, con prodigo impegno, aveva estratto dal cilindro la proposta di un Global Health and Finance Board come strumento per affrontare la crisi. L’idea, promossa da Mario Monti (in veste di presidente della Commissione paneuropea su salute e sviluppo sostenibile), rispondeva all’esigenza di produrre «un urgente cambiamento della governance globale della salute», nelle parole di Monti, con la stesura di un trattato internazionale sulle pandemie, il rafforzamento delle partnership tra pubblico e privato nei sistemi sanitari nazionali, e un programma di vaccinazione globale.

Il Global Health and Financial Board aveva l’obiettivo di mobilitare i fondi tra gli Stati parte per finanziare la risposta alla diffusione di nuovi contagi attraverso, anche, un sistema di tassazione globale per la salute. La nozione di questo Board, che ha suscitato estrema preoccupazione fra gli esponenti del C20 (la società civile impegnata con il G20) per il rischio di fagocitazione del ruolo dell’Oms, si è incagliata nella opposizione di Cina, Brasile e Russia. Mentre scriviamo, gli sherpa lavorano a una versione più leggera. Una workforce: tanto per gradire.
C’è molta confusione sotto questo cielo, insomma. E nei prossimi due giorni, la Nuvola non riuscirà ad avvolgere e coprire i «bla bla bla» della comunità internazionale sulle vie d’uscita dalla pandemia.