TASSA DEL 15% È RIDICOLMENTE BASSA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TASSA DEL 15% È RIDICOLMENTE BASSA da IL MANIFESTO

Tassa del 15% sulle multinazionali: «È ridicolmente bassa, premiati gli autori degli abusi fiscali»

Pagherete poco e non nemmeno tutto. Dure le reazioni critiche all’accordo fiscale tra i paesi dominanti al G7 di Londra. Oxfam: «La maggioranza dei paesi non accetterà queste briciole». Tax Justice Network: «Il problema è la distribuzione dei proventi, ora rischia di essere iniqua». L’economista Gabriel Zucman, coordinatore dell’Osservatorio fiscale europeo: «Serve un’aliquota al 25%, il15% è un tasso ridicolmente basso.Negli anni Ottanta era al 50%»

Roberto Ciccarelli  06.06.2021

Gabriel Zucman, il coordinatore dell’osservatorio fiscale europeo presentato il primo giugno dalla Commissione Europea (Il Manifesto, 2 giugno) ritiene che un’imposta del 15% sui profitti delle grandi multinazionali a livello globale sia «un tasso ridicolmente basso» rispetto a quella che è stata storicamente la norma e a quella che è oggi la norma. A metà degli anni Ottanta, l’aliquota globale dell’imposta sulle società era del 50%. In quarant’anni siamo passati dal 50 al 22%. Oggi, tutti i paesi del G7 (Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) sono già molto al di sopra di questa soglia. La proposta dell’osservatorio è fissare un’aliquota del 25% che garantirebbe entrate per 170 miliardi di euro in più ogni anno solo a livello europeo. Servirebbe a rompere la spirale della concorrenza fiscale che caratterizza ha trasformato l’Ue in un casinò dove i governi irlandesi, olandesi, lussemburghesi o ciprioti permettono alle multinazionali di sfuggire a una tassazione equa.

SU QUESTA BASE è possibile comprendere le critiche che hanno accolto ieri l’intesa al G7 di Londra sulla tassa unica. L’aliquota del 15% , da considerare una soglia minima, non ha soddisfatto chi ha presente la storia recente di un sistema fiscale che arricchisce i vincitori dell’economia del mercato e impone salari pessimi e tasse stratosferiche sulle persone fisiche. Per Oxfam è più vicina alle aliquote vigenti nei paradisi fiscali come Irlanda, Svizzera o Singapore. Andrebbe alzata subito al 25%. «L’accordo non è equo. È un patto fiscale dall’alto verso il basso mediato da soli sette paesi e deciso prima dell’accordo globale atteso per quest’estate. Avvantaggerà in modo schiacciante i paesi ricchi e aumenterà la diseguaglianza. Miliardi di dollari di entrate persi nei paradisi fiscali ogni anno andrebbero ai paesi ricchi dove hanno sede la maggior parte delle grandi multinazionali come Amazon e Pfizer. Il G7 non può aspettarsi che la maggioranza dei paesi del mondo accetti le briciole dalla sua tavola».

L’ACCORDO di cui parla Oxfam è quello che il G20 dovrebbe raggiungere un accordo a luglio. A settembre l’Onu potrebbe iniziare i negoziati per formare un organismo intergovernativo che fissi le regole fiscali per tutti. Rispetto all’accordo di ieri esistono proposte più coraggiose avanzate dai paesi in via di sviluppo. L’ha presentata l’African Tax Administration Forum (Ataf), a nome di 38 paesi africani. Anche il G24 ha chiesto un sistema fiscale più equo.

LA PARTITA IN CORSO è iniziata nel 2019 e coinvolge 140 paesi Ocse che stanno trattando su un pacchetto di riforme fiscali. Oltre alla percentuale dell’aliquota, e il sistema di calcolo, il problema è anche quello della distribuzione delle entrate aggiuntive. La proposta Ocse al momento privilegia i paesi più ricchi dove le multinazionali hanno la loro sede. Questi paesi rappresentano il 45% del Pil lordo globale, anche se hanno solo il 10% della popolazione mondiale. Se redistribuiti solo al loro interno, ai G7 spetterebbe più del 60% delle entrate aggiuntive (altri parlano del 75%). Dunque non solo il piccolo club dei paesi ricchi è responsabile dei due terzi degli abusi fiscali commessi dagli anni Ottanta, ma godrebbe dell’aumento dei proventi. Invece i paesi a basso reddito perderebbero una quota significativa delle loro entrate fiscali e guadagnerebbero pochissimo dalla tassa minima.

IL GRUPPO di pressione di ricercatori e attivisti Tax Justice Network ha proposto il «Minimum Effective Tax Rate», un indice che permetterebbe di distribuire i proventi anche nei paesi dove si svolge l’attività economica reale delle multinazionali senza discriminare tra i paesi in cui hanno sede e quelli dove operano. L’India guadagnerebbe tre volte in più l’importo stimato dall’Ocse, quasi 13 miliardi di dollari. La Cina 32 miliardi di dollari. Il Brasile 10 miliardi di dollari contro 3 miliardi. Gli stessi paesi del G7 guadagnerebbero 250 miliardi di dollari invece di 170.

LIZ NELSON di Tax Justice Network ci permette di capire come la partita in corso non sia solo numerica, ma profondamente politica. «Potenze coloniali come il Regno Unito e l’Olanda – ha detto – sono state determinanti nello sviluppo di un sistema fiscale globale abusivo che oggi deruba i paesi a basso reddito – dove vive la metà della popolazione mondiale – di tasse equivalenti a più della metà dei loro bilanci di salute pubblica. Non dobbiamo dimenticare che furono i proprietari di schiavi ad essere compensati dall’impero quando la schiavitù fu abolita, invece degli schiavi stessi. Oggi non dobbiamo ripetere la storia e non dobbiamo premiare i peggiori autori di abusi fiscali globali».

La promessa del G7: almeno 15% di tasse sugli utili dei big tech

Pagherete poco. Il summit però non può imporre nulla agli Stati: prossima tappa per definire un accordo concreto sarà al G20 di Venezia a luglio

Anna Maria Merlo  06.06.2021

È la fine dei paradisi fiscali? Le grandi multinazionali del digitale, Amazon, Google, Facebook, pagheranno le tasse? È quello che hanno promesso ieri i ministri della Finanze del G7 – i sette paesi più industrializzati – riuniti a Lancaster House a Londra, dopo una discussione durata 48 ore, che apre la porta a un progetto di riforma della fiscalità mondiale.

Usa, Canada, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia si sono detti a favore di una tassa di «almeno del 15%» sugli utili delle multinazionali, applicata nei paesi dove questi benefici vengono realizzati, di modo che le grandi società non possano più sfuggirvi spostando i guadagni nei paesi a bassa fiscalità.

Il G7 non ha però poteri di imporre decisioni agli stati, la prossima tappa per definire un accordo più concreto sarà a Venezia, il 9 e 10 luglio, al G20, che rappresenta l’80% del pil mondiale. «Non penso che il G7 sia comunista – ha ironizzato Jan Brossat, portavoce del Pcf e assessore a Parigi – ma il buon senso è comunista».

LA CRISI DEL COVID, i deficit spettacolari degli stati per far fronte alle conseguenze della pandemia, hanno dato lo scossone finale in favore di una decisione in discussione da anni in sede Ocse, il forum con sede a Parigi che riunisce i trenta principali paesi a economia di mercato (75% del Prodotto interno lordo mondiale).

L’obiettivo è mettere fine allo scandalo che permette a società multinazionali di fare milioni di utili e di non pagare quasi nulla in tasse.

LA CHIAVE DELLA SVOLTA sta negli Usa e nella presidenza Biden, dal momento che il principale beneficiario della tassazione delle multinazionali statunitensi sarà Washington: finora, le discussioni all’Ocse su una tassa mondiale sulle società erano state bloccate da Trump contro le richieste dei grandi paesi europei (ma il vecchio continente ospita vari paradisi fiscali sul suo territorio). Janet Yellen, segretaria al Tesoro Usa, parla di «impegno senza precedenti».

Per Yellen, «questa tassa minima mondiale metterà fine alla corsa verso il basso della tassazione delle imprese e porterà giustizia per la classe media e i lavoratori negli Usa e nel mondo».
Il cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, ha definito «storico» l’accordo: «sono fiero che il G7 abbia dato prova di una direzione collettiva in questo periodo cruciale per la ripresa economica mondiale».

PER IL MINISTRO DELLE FINANZE tedesco, Olaf Scholz, è «una buonissima notizia per la giustizia e la solidarietà fiscale e una cattiva notizia per i paradisi fiscali del mondo intero. Le imprese non potranno più sottrarsi agli obblighi fiscali trasferendo con astuzia gli utili verso i paesi a bassa fiscalità». Bruno Le Maire, ministro francese delle Finanze, giudica che il G7 ha segnato «una tappa storica nella lotta contro l’evasione e l’ottimizzazione fiscale».

E aggiunge: è «un punto di partenza e nei prossimi mesi ci batteremo perché questo tasso di imposizione minimo sia il più alto possibile. La lotta continua al G20, all’Ocse, ma la tappa superata qui a Londra è storica».

Esponente di un governo che ha abbassato la tassa sulle società con lo scopo di attirare capitali, Le Maire difende ora tassi più alti del 15%, come del resto tutti gli europei, che hanno aliquote più alte rispetto agli Usa. In un primo tempo, il livello della tassa era evocato era stato il 21%.

Per Oxfam, «il 15% è troppo basso, farà poco per mettere fine a una pericolosa corsa verso il basso delle imposte sulle società e al vasto ricorso ai paradisi fiscali».

La discussione a Lancaster House è durata lunghe ore, perché gli Usa avrebbero voluto come primo passo l’abolizione delle tasse sul digitale, che alcuni paesi (Francia, Gran Bretagna ecc.) hanno imposto alle grandi multinazionali Usa, in attesa della conclusione delle discussioni all’Ocse.

In cambio, è stata adottata una strategia basata su due pilastri: oltre alla tassa di «almeno il 15%» sugli utili, le grandi multinazionali, che hanno margini superiori al 10%, pagheranno una tassa del 20% sui profitti (al di là di una soglia del 10%), nei paesi dove li hanno realizzati.

Nick Clegg di Facebook ha riconosciuto che la riforma «potrebbe significare che Facebook paghi più tasse e in vari luoghi», e con fair play ha auspicato che «la riforma fiscale internazionale riesca».