SVILUPPARE IL SOCIALISMO CON CARATTERISTICHE CINESI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
6747
post-template-default,single,single-post,postid-6747,single-format-standard,stockholm-core-2.2.0,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-7.9,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.6.0,vc_responsive

SVILUPPARE IL SOCIALISMO CON CARATTERISTICHE CINESI da IL MANIFESTO

Xi è storia e futuro: il Pcc consacra il leader senza rivali

Cina. La risoluzione finale del sesto plenum ipoteca il terzo mandato del presidente. Il pensiero politico di oggi legittimato al pari di quello di Mao e delle riforme di Deng. All’orizzonte nessuno sfidante

Alessandra Colarizi, Lorenzo Lamperti  12.11.2021

È una risoluzione sulla storia, ma si è scordata il passato. O almeno il passato che vuole dimenticare. Il sesto plenum del partito comunista cinese si è concluso con l’approvazione dell’atteso documento che eleva il presidente Xi Jinping allo status di Mao Zedong e Deng Xiaoping, ipotecandone di fatto il terzo mandato che verrà ufficializzato al ventesimo congresso che si svolgerà nella seconda metà del 2022.

Rispetto alle precedenti formulazioni, anziché imprimere una visione critica del passato, la leadership guidata da Xi non solo della storia esalta unicamente gli aspetti positivi – glissando sugli orrori della Rivoluzione culturale – ma ha anche l’ambizione di incarnarne la fase di massima fioritura: la Cina si è alzata in piedi con Mao, si è arricchita con Deng ma è sotto la guida di Xi che diventerà una grande potenza.

Un percorso che è presentato come continuo, logico, inevitabile. Naturale che gli snodi più controversi siano accuratamente evitati. Se nella risoluzione denghiana l’operato di Mao era stato valutato per il 70% positivo e per il 30% negativo, in quella di Xi l’unica percentuale possibile è quella piena.

Anche perché viene offerta «una periodizzazione della storia del partito in epoche che hanno affrontato ciascuna la propria missione primaria», scrive Joseph Torigian su Twitter. È dunque corretto che dalla rivoluzione di Mao si sia passati alle aperture di Deng fino a quello che Jean-Pierre Cabestan ha definito «melting post ideologico» di Xi.

La garanzia di stabilità, ricchezza e forza arriva dal marxismo con caratteristiche cinesi. «Il partito comunista e il popolo cinese dichiarano solennemente al mondo con lotta coraggiosa e tenace che il popolo cinese non è solo bravo a distruggere il vecchio mondo, ma anche capace di costruire un mondo nuovo. Solo il socialismo può salvare la Cina e solo il socialismo può portare sviluppo in Cina». Tra le righe viene riaffermata l’efficacia del sistema cinese che coniuga l’eredità politica marxista-leninista alle aperture economiche.

Un punto ripreso in una recente analisi del Global Times, che identificava la chiave del successo cinese nella capacità di non cedere al fascino dell’occidentalizzazione, al contrario dell’Unione Sovietica negli anni ’80. «L’intero partito deve aderire al materialismo storico e alla corretta visione della storia del partito per imparare dai secoli di lotta e dal successo del passato come continuare ad avere successo in futuro, in modo da portare avanti più fermamente e consapevolmente la nostra missione originale. I tempi sono i migliori per sostenere e sviluppare il socialismo con caratteristiche cinesi».

Chiaro riferimento alla crisi epidemica da cui la Cina è uscita (per ora) relativamente indenne mentre le potenze occidentali, Stati uniti in primis, attraversano una crisi identitaria tra difficoltà economiche e derive populiste.

Ma il documento sembra soprattutto legittimare nero su bianco l’eredità politica di Xi facendo esplicito riferimento ad alcune delle iniziative da lui introdotte: la «prosperità comune», concetto che introduce la necessità di ripartire più equamente le ricchezze tra la popolazione e appianare le diseguaglianze regionali, viene affiancata al «nuovo concetto di sviluppo» che presuppone la necessità di perseguire «autosufficienza scientifica e tecnologica» e un paradigma di sviluppo sostenibile e condivisibile con il resto del mondo.

Le scelte lessicali sembrano porre sullo stesso piano Mao e Xi. Quando si menzionano i pilastri da tenere al centro del Partito si citano il «pensiero» di Mao, la «teoria» di Deng e di nuovo il «pensiero» di Xi, mentre Jiang Zemin e Hu Jintao restano più sullo sfondo.

Il comunicato afferma che con Xi Hong Kong è passata dal «caos alla governance», aggiungendo che Pechino è riuscita a «mantenere l’iniziativa e la capacità di guidare le relazioni tra le due sponde dello stretto» di Taiwan.

Come per le risoluzioni di Mao e Deng, l’ultima revisione della storia ha lo scopo di cementare la figura del leader in carica, stavolta però non si vedono all’orizzonte possibili sfidanti. Nessuno degli attuali membri del Comitato permanente del Politburo ha l’età o l’esperienza per poter ereditare la leadership in tempi brevi.

 

 

Tasse e paura, la classe media si allontana

Cina. Partito compatto intorno al presidente, ma fuori dalle stanze del potere la società inizia a distaccarsi dalla leadership: stanchezza per le politiche anti-Covid, timore di nuove imposte e le troppe legnate che il Pcc distribuisce ai “nemici”

Simone Pieranni  12.11.2021

Per una volta il Sesto Plenum del Partito comunista cinese, conclusosi ieri a Pechino, ha prodotto quanto si prevedeva: una consacrazione – se ancora ce ne fosse stato bisogno – di Xi e il suo corso avviato verso un terzo mandato.

È fuori dalle stanze segrete del Partito che le cose sembrano procedere in modo più critico. Forse anche per affrontare difficili battaglie sociali in casa, il Pcc ha da tempo deciso di seguire la strategia dell’uomo forte – ma non da solo – al comando.

Secondo alcuni osservatori questo processo sarebbe iniziato tra il 2008 e il 2011, in realtà, quando timori di rivoluzioni per procura e rischi di dover affrontare scelte importanti, imposero al Partito una strada precisa, fatta di leadership determinata e metodi bruschi. Per questa nuova era del Pcc venne scelto Xi, che ha poi dimostrato di saper ricoprire bene il ruolo affidatogli.

Il suo regno, secondo il sinologo Jeremie Barmé, potrebbe tuttavia essere definito un «periodo di transizione», ricordando quello vissuto dal Partito nel post 1989, fino alla spinta sulle riforme avviata poi nel 1992. La domanda da porsi è: arriverà mai, oggi, il 1992?

Perché fuori dall’autocelebrazione del Pcc, ovvero nella società cinese, sta succedendo quasi di tutto: il colosso dell’immobiliare Evergrande dichiarata fallita la sera prima dell’ultimo giorno di Plenum da una società di consulenza tedesca (allarme poi semi rientrato); l’editor in chief del Global Times, quotidiano in inglese del Pcc ultra nazionalista e solitamente impegnato in aspri scontri sui social contro Usa e Occidente, che posta su Weibo un commento nel quale si lamenta delle ingerenze del Partito sui media, aprendo un baratro di potenziali speculazioni, tanto più in epoca di Plenum.

Contemporaneamente la popolazione cinese sembra ormai esausta delle politiche per il Covid, preoccupata per la piega economica verso una crescita più bassa o un periodo di scarsità (come sottolineato da Damien Ma del Paulson Institute), spaventata dalla possibilità di dover ben presto pagare una tassa sulla casa, disorientata dalle legnate che il Partito distribuisce a destra e manca, provocando perdita di lavoro e reddito.

Mai come oggi il Pcc sembra essere separato dal corpo sociale, in particolare quello afferente alla classe media sulla cui crescita il Paese ha scommesso da tempo.

Ci si è chiesto a lungo quanto Xi Jinping sia saldo al comando o se possano esistere fronde contro la sua leadership, ma sembra più probabile che per lui i problemi non arriveranno dal Partito, concorde nella scelta di una torsione autoritaria per tempi potenzialmente delicati; i problemi potrebbero arrivare da tutti quanti sono stati bruciati dalla politica di Xi: imprenditori, classe media e funzionari di basso rango la cui carriera è stata investita dalle scelte personali, in materia di alleati fidati anche estranei ai percorsi classici, proprio di Xi Jinping.

Cominciano a essere tanti gli scontenti. Il Pcc di solito registra questi sentimenti, ma oggi appare quasi prigioniero della propria autoanalisi e alla ricerca di una giustificazione del suo ruolo predominante nella società cinese.