SUPERIOR STABAT LUPUS….da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SUPERIOR STABAT LUPUS….da IL MANIFESTO

Bilancio della difesa, in pandemia il riarmo dell’Italia

Resilienza atlantica. Il ministro Guerini conferma un budget da 24 miliardi di euro e l’appartenenza del paese all’atlantismo della Nato. Sullo sfondo la presunta minaccia rappresentata da Russia e Cina, ma smentita dai numeri sull’incremento degli arsenali, e le alleanze militari con i regimi peggiori

Gregorio Piccin  17.03.2021

L’atlantismo va «rinforzato», ha dichiarato Draghi al vertice straordinario europeo tenutosi lo scorso 25-26 febbraio. La riconferma nella nuova compagine di governo di Lorenzo Guerini (Pd) al ministero della Difesa ha rappresentato senza dubbio una garanzia in questo senso.

Nel presentare il bilancio pluriennale del suo dicastero il ministro competente in «atlantismo rinforzato» ha chiarito che vi sarà «continuità, una naturale prosecuzione del lavoro iniziato con il precedente governo» e che «l’azione promotrice dell’Italia verso lo sviluppo e l’acquisizione di capacità militari europee, assolutamente necessarie, deve essere interpretata quale naturale e coerente azione di rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza, a conferma dell’indissolubilità del rapporto transatlantico».

No quindi alla «radicale» visione francese della cosiddetta «autonomia strategica» europea che Macron vorrebbe sganciare progressivamente dallo stretto legame atlantico mettendo sul piatto le proprie capacità nucleari e di proiezione di forza, «meglio impiegare i fondi nella ricerca e nello sviluppo e garantire il posizionamento strategico e la competitività dell’industria nazionale, nei principali consessi operativi europei», chiarisce Guerini.

Nel pieno di una crisi socio-sanitaria epocale l’Europa, e con essa I’Italia in prima fila, preme quindi l’acceleratore sul riarmo. Lo dimostrano gli stessi budget per la Difesa dei singoli Stati membri in decisa e disinvolta crescita e i vari fondi e programmi comunitari rivolti al sostegno dell’industria militare.

Il bilancio della Difesa italiano conferma il trend: 24,6 miliardi di euro (+1,6% rispetto allo scorso anno) con una particolare attenzione alla Funzione difesa che comprende principalmente gli investimenti in tecnologia. Tutto ciò senza considerare i dati definitivi che dovrebbero arrivare dal Mise (sempre rivolti all’industria) e dal Mef per ciò che riguarda il sostegno alle missioni internazionali.

Le analisi di scenario che dovrebbero giustificare questo riarmo hanno per fondamenta un grottesco capovolgimento della realtà: la nostra «sicurezza» sarebbe insidiata da Russia, Cina e da una generica «instabilità internazionale». Ma se questa instabilità internazionale, questa «guerra mondiale a pezzi» è nella maggior parte dei casi il risultato diretto o indiretto dello spregiudicato e aggressivo interventismo euroatlantico, basta un dato per spazzare via la narrazione tossica secondo la quale Europa e Stati uniti (più una variopinta gamma di alleati impresentabili), sarebbero minacciati dall’aggressività russa e cinese.

Il dato in questione ce lo fornisce uno studio pubblicato lo scorso dicembre dal Sipri di Stoccolma: il mercato mondiale di armi e sistemi d’arma nel 2019 (l’ammontare delle vendite delle industrie belliche) è controllato da multinazionali occidentali per l’80,4% mentre Russia e Cina si contendono il rimanente 19,6%. I ricercatori del Sipri sostengono inoltre che «le compagnie cinesi e quella russa comprese nello studio esprimono una presenza internazionale molto limitata».

Niente di paragonabile insomma con ciò che fa il blocco atlantico che coinvolge direttamente nella propria filiera industriale militare decine di Paesi in ogni continente. Chi minaccia chi?

Di certo questo dato non viene preso in considerazione da Guerini quando parla di «riqualificare il dibattito politico sulla Difesa» perché sarà invece necessaria «la riqualificazione della spesa, la certezza delle risorse finanziarie (…) in un’ottica di valorizzazione e sviluppo delle capacità tecnologiche e industriali nazionali, nonché di supporto all’export, in un trend di crescita graduale e strutturale degli investimenti».

È l’ennesimo assist all’industria bellica di bandiera, di cui il ministero della Difesa è diventato formalmente agente di commercio con la norma government to government introdotta dallo stesso ministro nei primi mesi di attività nel governo Conte bis.

Alessandro Profumo, ad di Leonardo, nel presentare lo scorso 9 marzo il bilancio 2020 della multinazionale che dirige, ringrazia implicitamente per ciò che è stato e che evidentemente sarà nonostante la crisi generalizzata: «I fondamentali di business e le prospettive di medio/lungo termine rimangono invariati (…) e Leonardo conferma la sua resilienza con una performance commerciale che si mantiene sugli stessi livelli dello scorso anno, beneficiando di ordini in ambito governativo/militare da parte dei clienti domestici».

Una resilienza «dorata» e atlantica, quella di cui parla Profumo e garantita da porte girevoli, generali dei servizi segreti posti alla presidenza dell’industria, export blindato dal ministero competente e da alleanze strategiche con i peggiori regimi, ricerca finanziata con denaro pubblico, commesse assicurate da una belligeranza permanente, ma soprattutto sigillata da un parlamento trasversalmente muto.

Al mercato delle armi il Golfo compra, Israele testa e vende

Guerre future. Il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) riferisce di un eccezionale aumento dell’importazioni di armi di ogni genere da parte di alcuni paesi arabi e di tre industrie belliche israeliane tra i leader mondiali del settoreMichele Giorgio  17.03.2021

Le vendite di armi si assestano in varie regioni del mondo ma vanno sempre più forte in Medio Oriente dove sono aumentate del 25% negli ultimi quattro anni. E le esportazioni israeliane, pur rappresentando «solo» il 3% del totale globale tra il 2016 e il 2020, sono cresciute del 59% negli ultimi cinque anni. Inoltre tre giganti delle industrie militari dello Stato ebraico – Elbit Systems, IAI e Rafael Advanced Defense Systems – sono tra i leader mondiali del settore. Arabia Saudita, Qatar ed Egitto guidano la classifica dei paesi arabi che hanno aumentato l’importazione di aerei da combattimento, carri armati, sistemi missilistici. Doha addirittura fa segnare un + 361%. A riferirlo è lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) nel rapporto che ha presentato lunedì che stima i volumi di trasferimenti di grandi armamenti e non il valore delle transazioni finanziarie.

Gli ultimi dati del Sipri sul commercio delle armi che sottrae ogni anno centinaia di miliardi di dollari al welfare, sanità, scuole e università in tutto il mondo, giunge mentre il Medio oriente vive un’altra delle sue fasi critiche. Il confronto tra Israele e Iran è sempre più aperto e Tel Aviv non fa mistero dei suoi piani di attacco alle centrali nucleari iraniane se gli Usa non confermerà la linea del pugno di ferro contro Tehran adottata da Donald Trump. In questi ultimi giorni è stato dato un particolare risalto ai «traguardi» della tecnologia militare israeliana. Ieri è stato annunciato l’ulteriore sviluppo del sistema anti-razzo «Iron Dome» anche contro i droni che segue il test positivo del nuovo mortaio noto come «Iron Sting». Quest’ultimo è destinato in particolare a colpire obiettivi nelle aree urbane con, affermano fonti ufficiali israeliane, «minimi danni collaterali» (i civili ammazzati) grazie all’impiego di munizioni guidate da laser e Gps. Secondo il ministro della difesa israeliano, Benny Gantz, l’industria militare nazionale è in grado di fornire alle forze armate «mezzi più letali, accurati ed efficaci». Dietro l’«Iron Sting» c’è la Elbit Systems che conquista anno dopo anno importanti fette di mercato anche in Europa. Le industrie militari israeliane hanno fatto grandi passi avanti anche in India e in altri paesi. Arriva da Israele il 69% delle importazioni di armi dell’Azerbaigian che lo scorso anno ha combattuto una guerra sanguinosa contro l’Armenia in cui i droni killer israeliani hanno avuto un ruolo chiave.

Comprano ogni anno armi per molte decine di miliardi di dollari le monarchie del Golfo. La prima è sempre quella saudita ma anche gli Emirati fanno la loro parte. Abu Dhabi attende solo il via libera di Joe Biden per l’acquisto, definito con la passata Amministrazione Usa, di 50 caccia F-35 di quinta generazione. In Nordafrica a recitare la parte del leone è l’Egitto che ha aumentato le sue importazioni di armi del 136% tra il 2011-15 e il 2016-20. La Turchia di Erdogan ora compra molto di meno, si è messa in proprio e sta sviluppando rapidamente la sua produzione militare, in particolare di droni che hanno già dimostrato la loro letale efficacia nel conflitto siriano e, come quelli israeliani, nella guerra tra Azerbaigian e Armenia. Si affida, a causa dell’embargo, quasi esclusivamente alle sue industrie militari anche l’Iran che in segreto fornisce ai ribelli yemeniti Houthi missili e droni per attaccare l’Arabia Saudita oltre ad assicurare i rifornimenti per l’arsenale del movimento sciita libanese Hezbollah.

Vendono sempre più armi le potenze occidentali, in calo Cina e Russia. Pechino, quinta al mondo al mondo dal 2016-20, ha visto diminuire le sue esportazioni di armi del 7,8% tra il 2011-15 e il 2016-20. L’Italia è scesa al decimo posto della classifica mondiale ma è il secondo paese esportatore verso la Turchia e il terzo verso il Pakistan e Israele, tutti e tre coinvolti in conflitti armati. Senza dimenticare le vendite di armi italiane all’Egitto, tra cui di recente una fregata, nonostante la ferma opposizione della società civile per l’assassinio di Giulio Regeni. Tra i cinque big che da soli assorbono il 76% del mercato – Stati Uniti, Russia, Francia, Germania e Cina – Parigi è quella che ha registrato il maggior incremento (+44%).