STORIA: RACCONTARE I FATTI 1 da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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STORIA: RACCONTARE I FATTI 1 da IL MANIFESTO

Steinmeier, quando l’Urss salvò il mondo

Memoria d’Europa. Il discorso tenuto 80 anni dopo dal Presidente della Repubblica Federale Tedesca Frank Walter Steinmeier, presso il museo russo-tedesco di Karlshorst a Berlino, ha segnato un passaggio eterodosso sia rispetto alle tendenze storico-populiste che hanno caratterizzato gli ultimi due decenni del discorso pubblico sul passato sia rispetto alla stretta attualità politica, tanto da suscitare le ire dell’ambasciatore ucraino a Berlino, Andrij Melnyk, che ha rifiutato di partecipare alla cerimonia perché, a suo dire, troppo centrata sulla storia dell’Urss

Davide Conti  25.06.2021

Il 22 giugno 1941 l’operazione «Barbarossa» dava inizio all’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Wehrmacht, il punto di svolta della catastrofe che la guerra nazifascista al mondo rappresentò negli anni 1939-1945. Il discorso tenuto 80 anni dopo dal Presidente della Repubblica Federale Tedesca Frank Walter Steinmeier, presso il museo russo-tedesco di Karlshorst a Berlino, ha segnato un passaggio eterodosso sia rispetto alle tendenze storico-populiste che hanno caratterizzato gli ultimi due decenni del discorso pubblico sul passato sia rispetto alla stretta attualità politica, tanto da suscitare le ire dell’ambasciatore ucraino a Berlino, Andrij Melnyk, che ha rifiutato di partecipare alla cerimonia perché, a suo dire, troppo centrata sulla storia dell’Urss.

Il Presidente tedesco, nell’edificio che fu il quartier generale sovietico dove la Germania firmò la resa l’8 maggio 1945, muove il suo discorso dal racconto del veterano russo, Boris Popov: «la guerra di cui parla Popov -scandisce Steinmeier- è iniziata due anni prima con l’invasione tedesca della Polonia». Non è un’affermazione scontata visto che il 19 settembre 2019 il Parlamento europeo ha votato una risoluzione sulla memoria storica che equipara nazismo e comunismo come regimi «totalitari» ed assegna, contro ogni senso della storia, le responsabilità dell’inizio della Seconda guerra mondiale tanto alla Germania quanto all’Urss.

La dimensione della «guerra totale» sistematizzata come modus operandi dal nazismo manifestò la natura intrinsecamente politico-ideologica di un conflitto nuovo «da un lato- scrive Eric Hobsbawn- i discendenti dell’illuminismo e delle grandi rivoluzioni compresa, ovviamente, la Rivoluzione russa; dall’altro i suoi oppositori. Progresso contro reazione».

In questo portato storico-valoriale Steinmeier colloca il carattere dell’invasione tedesca «fin dal primo giorno guidata dall’antisemitismo e dall’antibolscevismo, dalla follia razziale contro i popoli slavi e asiatici dell’Urss». La distruzione di città e villaggi, la deportazione e lo sterminio di centinaia di migliaia di persone, le fosse comuni e la morte di 27 milioni di cittadini sovietici non rappresentarono soltanto una spietata misura della guerra ma l’applicazione del principio della «inimicizia assoluta» (definita da Carl Schmitt) e della «disumanizzazione dell’altro». Eppure «questi milioni -continua il presidente tedesco- non sono così profondamente impressi nella nostra memoria comune come richiedono la loro sofferenza e la nostra responsabilità».

I conti con la storia sono un processo collettivo complesso che informa il profilo delle società contemporanee non esaurendosi nemmeno in un Paese che ha sì celebrato il processo di Norimberga ma che registrò una forte continuità dello Stato nella transizione dal Terzo Reich alla democrazia. La rielaborazione del passato interroga la misura del presente; spiega da dove veniamo ma anche il percorso che ci ha portati ad essere ciò che siamo; si rinnova nella trasmissione del sapere alle nuove generazioni sempre più lontane anagraficamente da quei fatti eppure ad essi vincolate da una radice d’origine.

La Resistenza del popolo sovietico salvò il mondo dal regresso di civiltà del nazifascismo, facendosi carico di quella barbarie e combattendo una guerra assoluta impressa nell’immaginario collettivo dall’assedio di Leningrado e dalla vittoria di Stalingrado che portò l’Armata Rossa a Berlino.

«Quella guerra criminale di aggressione indossava l’uniforme della Wehrmacht» ha detto Steinmeier. Su questo punto ci permettiamo di correggerlo. In Russia c’erano anche le uniformi del regio esercito italiano e delle camice nere al fianco dei nazisti. Al termine del conflitto il governo di Mosca consegnò una prima lista di criminali di guerra italiani (12 nominativi) che avrebbero dovuto rispondere delle violenze contro civili, partigiani e soldati sovietici.

Le ragioni della Guerra Fredda e la nuova collocazione «atlantica» dell’Italia nella divisione bipolare del mondo permisero l’impunità per i crimini compiuti nella guerra fascista (così come accadde per i Balcani e l’Africa) dai militari inquadrati nel Csir e nell’Armir.

Da questo vulnus emersero da un lato il mito degli «italiani brava gente» e dall’altro la narrazione dell’invasione dell’Urss raccontata nell’unica dimensione del tragico «ritorno a casa» dopo la rotta del fronte militare.
Espedienti narrativi usati ancora oggi dalla retorica celebrativa nazionalista per sottrarsi a quei conti con la storia che aiuterebbero non poco il nostro Paese ad orientare il senso del presente e cogliere, come ha fatto la Germania, «il senso di Liberazione di quella sconfitta» stringendosi attorno alla grande eredità dell’antifascismo come fattore dell’identità europea.

In attesa di vedere, un giorno, un Presidente della nostra Repubblica nata dalla Resistenza inchinarsi, come ha fatto Steinmeier, di fronte a donne e uomini che hanno combattuto contro la Germania nazista e l’Italia fascista nelle file dell’Armata Rossa.

Steinmeier, storico discorso contro «la barbarie nazista»

Germania. Prima volta di un capo di Stato tedesco nel luogo dove la Germania firmò la capitolazione

Sebastiano Canetta  BERLINO  24.06.2021

Si inchina di fronte ai 27 milioni di morti provocati dalla «barbarie nazista» indelebile nella coscienza collettiva tedesca. Ricorda il coraggio dei soldati dell’Armata Rossa – dai russi agli ucraini, dai bielorussi ai georgiani, fino ai kazachi – pronti a dare la vita per sconfiggere «il peggior regime che abbia mai devastato il pianeta».

E SOPRATTUTTO PARLA, per la prima volta, dietro al leggio dell’ex quartier generale sovietico a Berlino-Karlshorst, esattamente l’edificio in cui la Germania firmò la capitolazione l’8 maggio 1945. Non era mai successo a un capo di Stato tedesco.
Ottant’anni dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa, il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, rende i massimi onori istituzionali «agli uomini e alle donne» massacrati durante l’invasione nazista dell’Unione Sovietica e poi per liberare la Germania dal regime di Hitler, «in nome della riconciliazione russo-tedesca e per un futuro comune migliore del passato».

Con uno storico discorso durato 38 minuti e mezzo che non ha fatto sconti a nessuno dentro e fuori la Germania. A partire dall’ambasciatore ucraino a Berlino, Andrij Melnyk, che ha rifiutato il suo invito alla mostra Dimensioni di un crimine – Prigionieri di guerra sovietici nella Seconda guerra mondiale perché «la scelta di Karlshorst dimostra la totale mancanza di considerazione della Germania per i Paesi dell’Urss che subirono l’occupazione russa».

La risposta di Steinmeier, a margine della commemorazione, è stata immediata e senza i consueti giri di parole diplomatiche che pure il presidente ben mastica fin dai tempi in cui era ministro degli Esteri. «L’unico obiettivo della nostra mostra è creare un effetto che superi tutte le differenze e i conflitti. La reazione dell’ambasciatore di Kiev va contro l’interesse di collaborazione tra la Germania e l’Ucraina. Non si strumentalizzi la Storia contro i propri vicini».

UN AUTENTICO, SONORO, clamoroso schiaffo politico. L’unico al termine di un discorso incardinato esclusivamente su inconfutabili testimonianze storiche, peraltro citate una per una. Cominciando dalla lettera che il generale von Moltke, in servizio all’Alto comando della Wehrmacht, spedì alla moglie nell’agosto 1941. «Le notizie dall’Est sono terribili. Sulle nostre spalle pesa un’ecatombe di cadaveri. Arrivano notizie di trasporti di prigionieri ed ebrei di cui solo il venti per cento arriva a destinazione, mentre si dice che nei campi di reclusione la facciano da padroni la fame e il tifo – scandisce il presidente federale – La guerra di cui parlava von Moltke era al di là di ogni dimensione umana. Eppure quelli che la concepirono erano uomini. Erano tedeschi».

IL RESTO DEL TEMPO Steinmeier lo dedica interamente ai prigionieri di guerra sovietici scientificamente sterminati dai soldati nazisti. Un capitolo pressoché inedito nella storia delle commemorazioni ufficiali e quasi dimenticato anche nei manuali scolastici. «Non erano considerati come prigionieri di guerra. Sono stati disumanizzati. L’esercito tedesco non aveva alcuna intenzione di nutrirli e i suoi generali non hanno mai contraddetto la volontà di Hitler di trasformarli negli esecutori del crimine» ricorda il presidente. Ancora una volta con i documenti originali tra le mani: «I prigionieri di guerra che non lavorano devono morire di fame. Questo è l’ordine firmato dal comandante generale delle forze armate tedesche nel novembre 1941».

ECCO DUNQUE LA STORIA, che non è un’arma politica. Anche se Putin sostiene che «il gasdotto Nordstream è il migliore segno della rinnovata amicizia tra Berlino e Mosca» e il governo ucraino, per lo stesso motivo, pretende le armi made in Germany (che il Bundestag ha negato) per fare la guerra alle repubbliche separatiste.

Storia da leggere e prima ancora da osservare con gli occhi bene aperti. A riguardo Steinmeier indica una fotografia della mostra di Karlshorst, «un’immagine apparentemente innocua con centinaia di alberi alti fino al cielo. Guardandola bene, però, si nota che gli alberi sono senza foglie, rami e corteccia. I prigionieri sovietici li hanno raschiati dai tronchi a mani nude per non morire di fame. Succedeva in Vestfalia, a un’ora di viaggio dalla mia città natale, dove sono cresciuto senza imparare nulla a scuola di ciò che era accaduto solo due decenni prima».