Officina dei saperi | Spazi sottratti a un neoliberismo vorace
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
1419
post-template-default,single,single-post,postid-1419,single-format-standard,cookies-not-set,ajax_fade,page_not_loaded,,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-4.6,wpb-js-composer js-comp-ver-5.5.5,vc_responsive

Spazi sottratti a un neoliberismo vorace

di Alessandro SANTAGATA, da “il manifesto”, 22 marzo 2017

È da tempo ormai che sulla pagine di questo giornale si parla di «beni comuni». Il motivo risiede probabilmente nella capacità della categoria dei commons di tenere insieme il piano della riflessione intellettuale con quello più concreto delle lotte in un processo di reciproca contaminazione e su diversi ordini di scala: dalla battaglia per la Val di Susa all’impegno del comitato locale nel più piccolo dei borghi della penisola. La dimensione del comune ha aperto un orizzonte nuovo di riflessione che suggerisce l’ipotesi di un’uscita dalle strette dello statalismo novecentesco e di uno Stato moderno in progressivo deterioramento. È in questa cornice che si può leggere anche l’ultimo libro di Piero Bevilacqua (Felicità d’Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo, Laterza, 2017).

Territorio, ambiente e agricoltura sono da sempre le fondamenta sui quali l’autore ha impostato la sua storiografia civilmente impegnata. I quattro assi, o se vogliamo i campi d’indagine sui quali poggia questo volume sono il prodotto di una lunga sedimentazione di studi e di ragionamento: l’alimentazione, dipendente dall’originalità storica e geografica dell’agricoltura italiana; le città, con il loro patrimonio di bellezza e che per secoli hanno costituito la forma più alta di organizzazione sociale; la musica e la canzone napoletana; esempi di un immaginario poetico popolare; e la tradizione cooperativa emiliana, che ha dato un impronta di egualitarismo sociale e di avanzato civismo. Il filo rosso che tiene insieme l’analisi complessiva è la ricerca delle “felicità” che sarebbero parte integrante della nostra storia e che costituiscono ancora oggi degli spazi di resistenza all’omologazione.

«L’imperfezione del capitalismo – scrive Bevilacqua – sono gli spazi sottratti dalla completa mercificazione che garantiscono la tenuta di vaste aree di civiltà». Dialogando criticamente con Pierre Dardot e Christian Laval, ricorda che l’affermazione della «nuova ragione del mondo» è stata anche il frutto di una «capitolazione» delle forze della sinistra storica che in Italia trovavano in alcuni “luoghi della felicità” ragion d’essere e spazi di conflitto. Da qui la scelta di ripercorrere la storia di questi luoghi, tradizioni, creatività che, usando le parole di Carlo Cattaneo del 1847 dalle quali prende le mosse il volume, «sono i principi che si trasmettono inosservati in un ordine inferiore di instituzioni» garantendo la cultura e la felicità dei popoli.

L’idea di “felicità” adottata dallo scrittore lombardo derivava dal secolo precedente, dall’illuminismo e dalla politicizzazione in senso sociale che ne ha fatto la Rivoluzione francese. Ripercorrendo sulla base dei propri studi e di una ricca bibliografia la storia dell’agricoltura italiana, dalle cento cucine e dalle mille ricette, e l’evoluzione storica dell’urbanistica, dei cento borghi e dei mille campanili, Bevilacqua individua una tendenza all’usura e degradazione di quel patrimonio venuto dal basso. Tale delicato equilibrio consuetudinario non si sarebbe spezzato con l’industrializzazione, ma solamente in tempi più recenti con l’ingresso nella storia di un neo-capitalismo omologante e spersonalizzante che minaccia la biodiversità, le bellezze naturali, i centri storici e gli spazi sociali. La risposta “programmatica” dell’autore consiste nel ribaltare la concezione dominante di modernità avanzando come modello alternativo quello “tradizionale” «che nutre ben più alta ambizione» di quello meramente consumistico: «garantire abbondanza, biodiversità e qualità dei beni senza inquinare i nostri habitat», ma anche tutelare la «bellezza bene comune», «riscoprire i legami non resecabili della città con la natura», e «diffondere, organizzare presidi di musica».

La logica di fondo poggia sulla convinzione che «i conflitti a scala locale non siano recinti chiusi, ma avamposti che possono preparare più vasti scenari», coesistendo con l’economia di mercato, ma «in grado di prefigurare altre logiche». Questa strategia che mira a contrastare il dilagare del neo-liberismo per sottrazione di “spazi” rappresenta del resto una cifra significativa di larga parte del dibattito a sinistra e ne manifesta, nello stesso tempo, la ricchezza e tutti i suoi limiti. Se da un lato, infatti, è vero che la tutela di bastioni spaziali e culturali di resistenza è oggi forse l’unica trincea reale di una battaglia politica trasversale (dagli spazi sociali urbani, ai Gas, alla difesa dei beni comuni naturali e artificiali), il rovescio della medaglia è che tale frammentazione dei conflitti rivela in tutta la sua drammaticità l’assenza di una progettualità calata nel presente della trasformazione produttiva e culturale. È necessario giocare sul terreno dell’egemonia culturale rivendicando una visione diversa delle categorie di “modernità” e “felicità” come fa giustamente l’autore, ma occorre valutare il rischio di uno sguardo rivolto verso un passato che lo stesso Bevilacqua ovviamente ricorda essere stato segnato da profonde ingiustizie e sperequazioni. In altre parole, forse non basta più alludere solamente a un mondo diverso liberando, sottraendo e praticando “luoghi” radicati nella tradizione, né tantomeno è utile, come stiamo vedendo in questi giorni, replicare in miniatura le forme politiche del Novecento: la crisi della sinistra è anche una crisi di sintesi di quei passi avanti che sono stati compiuti invece nella teoria e nella prassi dai movimenti del nuovo millennio.