SOPPRESSIONE LENTA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SOPPRESSIONE LENTA da IL MANIFESTO

Israele blocca l’ingresso a Gaza di duemila dosi del vaccino Sputnik

Territori occupati. Alcuni deputati chiedono che la consegna delle fiale sia condizionata alla liberazione di due cittadini israeliani prigionieri di Hamas e alla restituzione dei resti di due militari. Il deputato della Lista unita Ofer Cassif: «Ostacolare le cure mediche è un crimine di guerra oltre che disumano».

Michele Giorgio  GERUSALEMME  16.02.2021

Mentre in Israele la campagna di immunizzazione sembra dare i primi risultati positivi, in Cisgiordania e Gaza problemi e ritardi frenano l’avvio delle vaccinazioni. E l’occupazione militare israeliana non manca di fare sentire il suo peso anche con la pandemia. Si allungano ancora i tempi dell’arrivo a Ramallah delle fiale dei vaccini messi a disposizione dalla Russia e dal programma Covax dell’Oms. Il premier dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mohammed Shttayeh ieri non è stato in grado di fornire date sicure per le prime 400mila dosi del vaccino di AstraZeneca attese tra marzo e luglio. Inoltre Israele tiene ancora ferme duemila dosi dello Sputnik russo destinate al personale sanitario di Gaza. La ministra palestinese della salute Mai al Kaila conferma che ieri le fiale sono state nuovamente bloccate ai valichi tra Israele e Gaza. La vicenda secondo il deputato comunista israeliano, Ofer Cassif, potrebbe configurarsi come un «crimine di guerra».

A portare alla luce il caso è stato nel fine settimana il portale d’informazione Walla, uno dei più seguiti in Israele. Il ministro della difesa Benny Gantz e il capo di stato maggiore israeliano Aviv Kochavi hanno congelato la richiesta di invio a Gaza delle duemila fiale giunta dal ministero della sanità dell’Anp. Il motivo è la petizione presentata alla Corte suprema dalla famiglia di Hadar Goldin, un ufficiale israeliano caduto in combattimento a Gaza durante l’offensiva militare «Margine protettivo» del 2014. I suoi resti sono a Gaza e la famiglia chiede che vengano scambiati con il via libera alla consegna dei vaccini. La Corte ha respinto la petizione ma i partiti, non solo quelli di destra, si sono appropriati, anche per motivi elettorali, della condizione posta dai Goldin. La storia così è finita alla Knesset dove ieri è stata discussa, in una seduta molto animata, dalla commissione affari esteri e difesa. Il presidente, Zvi Hauser, del partito di destra Nuova Speranza, e la deputata Michal Cotler-Wunsh del centrista Blu Bianco, si sono espressi con forza contro la consegna delle dosi Sputnik destinate al personale medico di Gaza sostenendo che finiranno nelle mani dei leader di Hamas.

«Stento ancora a crederlo» diceva ieri al manifesto Ofer Cassif, docente universitario e deputato ebreo della Lista unita araba, «non faccio parte di quella commissione, ero lì per ascoltare, e posso dire che l’atmosfera era nettamente contraria alla consegna dei vaccini. Certo, erano assenti diversi membri (della commissione) ma il clima era pessimo. Qualcuno ha addirittura chiesto di condizionare l’invio delle dosi ad informazioni su due cittadini israeliani tenuti prigionieri a Gaza». Cassif rispondendo alle nostre domande ha ricordato che Israele era e resta l’occupante a Gaza, secondo la Convenzione di Ginevra e le leggi internazionali, quindi è responsabile per la popolazione civile palestinese di quel territorio. «Condanno Hamas perché non libera i due civili israeliani ma lo Stato di Israele non può tenere in ostaggio milioni di civili palestinesi, non può attuare una punizione collettiva. Ostacolare le cure mediche è un crimine di guerra oltre che disumano».

Di fronte a ciò, prevede Cassif, il ministro della difesa non potrà non dare la sua autorizzazione alla consegna delle fiale di Sputnik. Quanto ai resti del soldato Hadar Goldin e di un altro militare, Oren Shaul, non restituiti da Hamas alle famiglie, i palestinesi ricordano che Israele non ha ancora consegnato alle famiglie i corpi di numerosi palestinesi uccisi dalle sue forze di sicurezza in questi ultimi anni.

 

A Tel Aviv la vaccinazione dei palestinesi non è un tema. Dosi saranno inviate ad altri paesi

Coronavirus. Gli israeliani si mostrano indifferenti alla mancanza di vaccini nei Territori palestinesi. E Netanyahu torna a proporre l’invio di 100mila dosi a paesi amici di Israele. In Cisgiordania intanto si vivono i giorni più difficili dall’inizio della pandemiaMichele Giorgio  TEL AVIV  10.03.2021

Il tema dei palestinesi senza vaccini in Cisgiordania e Gaza non è certo dominante sul lungomare di Tel Aviv che, grazie alle riaperture permesse dagli esiti positivi della campagna vaccinale in Israele, è tornato a popolarsi come non accadeva da tempo. Neanche a parlarne di Israele tenuto a garantire un numero adeguato di fiale ai cinque milioni di palestinesi sotto la sua occupazione militare in Cisgiordania e Gaza da quasi 54 anni. «Non sono israeliani, devono pensarci da soli, non siamo tenuti ad aiutarli», ci dice Etti, una 18enne di Bat Yam che il 23 marzo voterà per la prima volta alle legislative. Secondo Yoram, un impiegato in sella a una bicicletta, «i palestinesi potranno ricevere i vaccini solo in cambio di qualcosa di importante per Israele». Al contrario Maya, un’insegnante in pensione, è favorevole a mandare i vaccini nei Territori occupati. «Mi sembra giusto per loro e aiuterà anche noi, viviamo a stretto contatto e la pandemia sarà sconfitta solo le due parti collaboreranno». E ricorda la vaccinazione avviata due giorni fa dalle autorità sanitarie di 120mila manovali palestinesi che lavorano in Israele e negli insediamenti coloniali. Ramallah e Gaza city si trovano a poche decine di chilometri ma dal lungomare soleggiato di Tel Aviv appaiono lontane anni luce.

Questo disinteresse non sorprende. Ormai solo piccole porzioni di israeliani pensano ancora che ci sia una occupazione in atto in Cisgiordania e un blocco rigido della Striscia di Gaza. E, più di tutto, che la questione palestinese abbia un peso. Lo dimostra l’assenza quasi totale del tema dalla campagna elettorale. E farsi promotori, con il voto tra due settimane, dell’invio di vaccini ai palestinesi non fa conquistare voti, anzi li fa perdere. Per questo non provoca sussulti la notizia, riferita dalla tv Kan, del rilancio del piano per l’invio di vaccini in eccesso a un gruppo di paesi. Era stato il premier Netanyahu a varare due settimane fa la «diplomazia dei vaccini» incontrando però lo stop della magistratura: aveva fatto tutto da solo senza consultare il gabinetto.

Centomila dosi del vaccino Moderna con ogni probabilità partiranno da Tel Aviv per Cipro, Ungheria, Mauritania, Guatemala, Maldive, San Marino, Etiopia, Ciad, Kenya, Uganda e Guinea. Ciascun paese riceverà circa 5mila dosi. Per ragioni diverse, riferiva ieri l’ong Medici per i diritti umani, migliaia di fiale saranno messe a disposizione di quei palestinesi senza permesso di residenza nello Stato ebraico che hanno lasciato o sono scappati da Cisgiordania e Gaza perché collaborazionisti dei servizi segreti israeliani o perché omosessuali. Dovrebbero essere vaccinati anche quelli sposati con cittadini israeliani ma ancora privi di riconoscimento. Per tutti gli altri niente da fare.

Ciò mentre nei Territori occupati si vivono giorni tra i più difficili dall’inizio della pandemia. Il premier dell’Anp Mohamed Shtayyeh ha riferito ieri con grande allarme che i posti nei reparti Covid e delle terapie intensive sono completi, gli ospedali sono quasi al collasso e che l’aumento dei contagi ha costretto il governo a proclamare un nuovo lockdown. Ciò mentre l’arrivo in Cisgiordania e Gaza dei vaccini Sputnik e AstraZeneca continua a ritardare. La speranza, ha aggiunto Shttayeh, al momento è affidata al programma Covax dell’Oms per la distribuzione di vaccini ai paesi poveri. Israele ha consegnato all’Anp 2mila delle 5mila dosi che aveva promesso.

 

Per le colonie scende in campo anche il Fondo nazionale ebraico

Territori occupati. I dirigenti del Fne si incontreranno domani per discutere una proposta che darà al fondo la facoltà di acquistare terreni in Cisgiordania in modo da espandere gli insediamenti ebraici e favorire il piano di annessione.

Michele Giorgio  GERUSALEMME  13.02.2021

Dopo aver operato nei Territori palestinesi occupati per anni attraverso una filiale, il Fondo nazionale ebraico si prepara a scendere in campo in via ufficiale per dare un nuovo importante impulso alla colonizzazione israeliana e all’annessione di fatto allo Stato ebraico di larghe porzioni di Cisgiordania. I dirigenti del Fne si incontreranno domani per discutere una proposta che darà al fondo la facoltà di acquistare terreni in modo da espandere gli insediamenti coloniali. A rivelarlo è il portale Walla, uno dei più importanti e seguiti d’Israele. Il Fne, scrive, darà priorità alla acquisizione di terreni adiacenti alle colonie esistenti in modo che possano essere utilizzati per la loro espansione. Dai vertici dell’organizzazione non sono ancora giunte conferme alle rivelazioni di Walla.

Il nome non dirà molto a tante persone ma il Fondo nazionale ebraico (in ebraico Keren Kayemet LeYisrael) è un vero e proprio colosso. Ed è stato una colonna dell’impresa sionista nella Palestina storica culminata nel 1948 nella fondazione dello Stato di Israele. Già al primo congresso sionista nel 1897 fu caldeggiata l’idea di un fondo per l’acquisto di terreni. Che trovò realizzazione con la nascita ufficiale del Fne al quinto congresso sionista di Basilea nel 1901. L’anno successivo il fondo ebbe in dono il primo appezzamento di terra, 20 ettari nei pressi della odierna Hedera. Dopo il 1948 ha acquistato dallo Stato terreni degli «assenti», i palestinesi divenuti profughi. Per questo il Fne è da sempre bersaglio di attacchi da parte dei palestinesi. Sotto accusa spesso è finita una delle sue attività più importanti, il rimboschimento (ha piantato milioni di alberi), svolta anche con finalità politiche. Gli alberi sono stati piantati per delimitare lo spazio israeliano e nei villaggi arabi svuotati dei loro abitanti. Gli ulivi della tradizione palestinese sono stati sostituiti da pini e cipressi allo scopo, denunciano alcuni, di oscurare le tracce della presenza araba prima della nascita di Israele.

Considerando i capitali a sua disposizione, il Fne è destinato a giocare un ruolo di primo piano per lo sviluppo delle colonie in Cisgiordania. Stando a quanto riferisce Walla, il fondo darà la priorità a terreni nel blocco degli insediamenti di Gush Etzion, nella Valle del Giordano, nelle aree intorno a Gerusalemme, nelle colline a sud di Hebron sud e nelle zone adiacenti alla linea di armistizio prima della guerra del 1967. Il Fne, aggiunge il portale, intensificherà il rimboschimento di aree aperte in Cisgiordania in coordinamento con l’Amministrazione Civile, che gestisce gli affari civili per conto delle forze armate israeliane. «Si tratta – ci spiega Dror Etkes, geografo israeliano ed esperto di colonizzazione – di un modo per continuare il processo di annessione che (il premier) Netanyahu ha congelato la scorsa estate e per delimitare in modo più netto le aree della Cisgiordania che Israele intende controllare».

Etkes aggiunge che il Fne non investirà nell’acquisto di terreni nell’area di Nablus. «Concretamente significa che non considera quella zona ‘sicura’, ossia parte di Israele al cento per cento in futuro e che, pur includendo alcune colonie ebraiche, potrebbe passare al controllo di una possibile entità palestinese, cantoni con ogni probabilità, non uno Stato». Non sorprende che Bezalel Smotrich, leader di uno dei partiti di estrema destra religiosa, abbia elogiato la proposta in discussione sul ruolo del Fne in Cisgiordania. «Finalmente – ha commentato – il Fondo nazionale ebraico torna a svolgere la sua funzione: riscattare la terra in Eretz Israel allo scopo di stabilirvi gli ebrei».