SIAMO TANTI E SIAMO QUI da IL MANIFESTO e 18BRUMAIOBLOG
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SIAMO TANTI E SIAMO QUI da IL MANIFESTO e 18BRUMAIOBLOG

Vento di tempesta Atlantica nel Mar Nero

L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci

Manlio Dinucci  29.06.2021

È iniziata ieri la Sea Breeze, Brezza di mare, la grande manovra aeronavale ufficialmente «co-ospitata nel Mar Nero da Stati uniti e Ucraina». Gli Stati uniti, che la pianificano e comandano, fanno quindi da padroni di casa in questo mare a ridosso del territorio russo. La Sea Breeze, che si svolge dal 28 giugno al 10 luglio, è diretta dalle Forze navali Usa/Africa, di cui fa parte la Sesta Flotta, con quartier generale a Napoli. Essa prevede esercitazioni di guerra navale, sottomarina, anfibia, terrestre e aerea.

Da quando nel 1997 è iniziata questa serie di manovre annuali nel Mar Nero, l’edizione 2021 vede il maggior numero di partecipanti: 32 paesi da sei continenti, con 5.000 militari, 18 squadre di forze speciali, 32 navi e 40 aerei da guerra. Vi partecipano non solo paesi membri della Nato – Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Grecia, Norvegia, Danimarca, Polonia, Bulgaria, Romania, Albania, le tre repubbliche baltiche, Turchia e Canada – ma paesi partner, anzitutto Ucraina, Georgia, Moldavia, Svezia e Israele.

Tra gli altri che hanno inviato forze militari nel Mar Nero, vi sono l’Australia, il Giappone, la Corea del Sud e il Pakistan, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto, la Tunisia, il Marocco e il Senegal, il Brasile. Il fatto che nel Mar Nero si schierino forze militari provenienti perfino dall’Australia e dal Brasile, per la grande manovra sotto comando Usa diretta contro la Russia, è in linea con quanto promesso da Joe Biden: «Come presidente farò immediatamente passi per rinnovare le alleanze degli Stati uniti, e far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo». La manovra di guerra nel Mar Nero, la maggiore finora realizzata, dimostra che i passi del presidente Biden vanno nella direzione di una crescente escalation contro la Russia e allo stesso tempo contro la Cina.

La Sea Breeze 2021 è in realtà iniziata il 23 giugno, quando la nave da guerra britannica HMS Defender, in navigazione dall’Ucraina alla Georgia, è entrata nelle acque territoriali della Crimea. Un deliberato atto provocatorio rivendicato dal premier Boris Johnson, il quale ha dichiarato che la Gran Bretagna può nuovamente inviare sue navi di guerra in quelle acque, poiché non riconosce l’«annessione della Crimea ucraina da parte della Russia». Questa azione ostile, sicuramente concordata con gli Stati uniti, è stata attuata appena una settimana dopo il Summit Biden-Putin, definito dal presidente Usa «buono, positivo»; una settimana dopo che il presidente russo Putin aveva avvertito nella conferenza stampa a Ginevra: «Noi conduciamo le esercitazioni militari all’interno del nostro territorio, non portiamo i nostri equipaggiamenti e il nostro personale vicino ai confini degli Stati Uniti d’America, come invece stanno facendo ora vicino ai nostri confini gli Usa e i loro partner».

Questa azione ostile è stata attuata dalla Gran Bretagna appena due settimane dopo la firma della Nuova Carta Atlantica con gli Stati uniti, nella quale si assicurano gli Alleati che potranno sempre contare sui «nostri deterrenti nucleari» e che «la Nato resterà una alleanza nucleare».

La deliberata violazione delle acque territoriali della Crimea rende ancora più pericolosa la manovra di guerra nel Mar Nero. Tale atto, se ripetuto, può avere come obiettivo quello di provocare una risposta militare russa, possibilmente con qualche morto o ferito, per accusare Mosca di aggressione. Non a caso nell’amministrazione Biden ricoprono importanti incarichi alcuni artefici del putsch di Piazza Maidan nel 2014, come Victoria Nuland, attuale sottosegretaria di stato per gli affari politici.

Il putsch mise in moto la sequenza di eventi che, con la sanguinosa offensiva contro i russi di Ucraina, spinse gli abitanti della Crimea – territorio russo passato all’Ucraina in periodo sovietico nel 1954 – a decidere, con il 97% dei voti in un referendum popolare, la secessione da Kiev e la riannessione alla Russia. Che è accusata da Nato e Ue di aver annesso illegalmente la Crimea e per questo è sottoposta a sanzioni. Ora si vuole passare dal confronto politico a quello militare. Si gioca col fuoco, anche con quello nucleare.

Blinken a Roma: lotta all’Isis di facciata, nel mirino c’è l’Iran

Medio Oriente. Il segretario di Stato Usa incontra la coalizione, mentre Biden bombarda Iraq e Siria. Vertice con il ministro israeliano Lapid contro Teheran. Ma l’attore meno credibile è la Turchia filo-DaeshAlberto Negri   29.06.2021

La riunione di Roma anti-Isis (Daesh) è stata il trionfo del paradosso: c’erano ministri di Paesi che in parte hanno combattuto il Califfato e che allo stesso tempo prima lo avevano favorito o ne erano stati complici. In Iraq l’ascesa dell’Isis nel 2014 puntava a far fuori il governo sciita e la presenza iraniana. In Siria l’obiettivo era abbattere Bashar al Assad.

Quando si sono accorti che usare i jihadisti era un fallimento e si moltiplicavano gli attentati in Europa ispirati dal Califfato, gli occidentali si sono messi a combattere Daesh con i loro complici mediorientali.

Tra questi Turchia e Israele, il cui ministro degli esteri Lapid ha incontrato a Roma il segretario di Stato Usa Blinken con un obiettivo principale: l’Iran e il contrastato negoziato sul nucleare in corso a Vienna.

E per non farsi mancare nulla gli americani, alla vigilia del vertice di Roma, si sono esibiti nella specialità che contraddistingue Washington e Tel Aviv: la guerra a Teheran, definita «sotterranea» perché se ne parla assai poco e che finisce in prima pagina solo quando ci sono attentati americani clamorosi, come l’eliminazione a Baghdad del generale iraniano Qassem Soleimani nel gennaio 2003, o quella degli scienziati iraniani da parte del Mossad israeliano.

Così, puntualmente, nella notte tra domenica e lunedì gli Usa hanno compiuto un attacco aereo contro le milizie filoiraniane al confine tra Iraq e Siria. È il secondo attacco da quando Biden è alla Casa bianca: il primo avvenne il 25 febbraio, sempre contro milizie appoggiate dall’Iran, una risposta a un attacco contro la base americana di Erbil.

In questo clima per nulla festaiolo, Di Maio e Blinken – che ha incontrato papa Francesco e Draghi – sembravano due amiconi che si scambiavano pacche sulle spalle. «Siamo molti grati per la leadership dell’Italia perché queste sfide sono al centro dell’agenda globale», ha detto il segretario di Stato. Ma quale leadership se sono stati proprio gli americani a far esplodere la Libia insieme a francesi e inglesi lasciando poi che Erdogan occupasse la Tripolitania?

L’obiettivo Iran, collocato nell’ottica della lotta all’Isis, è emblematico del gigantesco fraintendimento che ha contraddistinto la lotta al Califfato. L’Isis è nato da una costola di Al Qaeda comparsa in Iraq quando gli Usa hanno abbattuto Saddam nel 2003.

Molti dei capi, tra cui lo stesso califfo Al Baghadi, erano stati nelle prigioni americane in Iraq, sostenuti poi anche dagli accordi con le forze baathiste sunnite guidate dall’ex vicepresidente iracheno Izzat Ibrahim al Douri. Con l’esercito iracheno sbandato dopo la caduta di Mosul, all’ascesa dell’Isis si è opposto in un primo momento solo l’Iran dei pasdaran del generale Soleimani insieme alle milizie sciite, altrimenti il califfo sarebbe entrato anche a Baghdad.

La penetrazione dell’Isis in Siria è stata favorita dall’ondata di migliaia di jihadisti fatti affluire dalla Turchia con il consenso degli Usa e dei loro alleati occidentali, oltre che delle monarchie del Golfo interessate a far cadere Assad, fedele alleato di Teheran.

Si capisce bene che l’avanzata dell’Isis, che a un certo punto controllava un territorio con 8-10 milioni di persone, è stata appoggiata per far collassare la Mezzaluna sciita sull’asse Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut (Hezbollah). E anche la successiva guerra della coalizione anti-Daesh è stata fortemente condizionata da questo obiettivo.

Ma gli strateghi occidentali e arabi non avevano fatto i conti con la Russia che nel settembre 2015 è scesa in campo a fianco di Damasco, segnando il suo ritorno in forze nel Mediterraneo, proseguito poi con i mercenari russi nella Cirenaica di Khalifa Haftar.

A quel punto bisognava per forza combattere l’Isis: agli Usa e all’Occidente non restava che rafforzare la presenza militare a cavallo tra Siria e Iraq e a Israele il controllo sul Golan siriano, la cui annessione è stata riconosciuta da Trump.

Tra gli attori meno credibili della coalizione contro Daesh c’è la Turchia. Erdogan ha fatto finta di combattere l’Isis lasciando che i jihadisti a Kobane massacrassero i curdi siriani alleati degli Usa e poi usando i suoi militari e le milizie estremiste per occupare parte del territorio curdo siriano non più protetto da Trump. Gli Usa hanno abbandonato il loro maggiore alleato alla mercé di quella Turchia che aveva nell’Isis i propri agenti a dirigere le operazioni militari.

Il vero capo dei jihadisti oggi è proprio Erdogan che li manovra in Siria a Idlib e nei cantoni curdi, che li ha usati in Libia per contrastare Haftar e poi nel Nagorno-Karabakh conteso tra Azerbaijan e Armenia. Ora vuole restare in Afghanistan forse per iniziare con i jihadisti un’insorgenza degli uiguri, la popolazione musulmana dello Xinjang cinese.

Niente di più utile che lottare contro l’Isis e i suoi affiliati per aumentare la presenza militare in Iraq, a cui subito l’Italia ha aderito in nome della stabilità di Baghdad. Ma anche in quel Sahel dove, dal Ciad al Mali, stanno cedendo tutte le certezze di Franc-Afrique: qui l’Italia sta aprendo una base militare in Niger e si prepara a inviare elicotteri d’attacco in Mali.

Così dal Medio Oriente all’Africa continua una destabilizzazione infinita, un giorno travestita da lotta al Daesh, un altro dalla necessità di fermare le ondate migratorie. Il Califfato, vero o virtuale che sia, con i suoi epigoni, non deve finire mai: lo esige un dichiarato stato cronico d’emergenza.

La NATO, vera minaccia per la pace

martedì 15 giugno 2021

 Il comunicato NATO del vertice di Bruxelles è di 79 paragrafi. Sarebbe interessante esaminarne una buona parte, ma confido che Federico Rampini, nella sua obiettività e indipendenza, saprà colmare le mie inevitabili lacune.

Al paragrafo 50 si legge: “Gli alleati chiedono alla Russia di tornare alla piena attuazione e al rispetto della lettera e dello spirito di tutti i suoi obblighi e impegni internazionali, che è essenziale per ricostruire la fiducia, la trasparenza militare e aumentare la prevedibilità nella regione euro-atlantica”.

Quanta ipocrisia. Che fine ha fatto la famosa promessa fatta a suo tempo dal segretario di Stato americano James Baker, in un incontro con il leader sovietico Mikhail Gorbaciov, che la NATO non si sarebbe mossa “di un pollice a est”?

Quella promessa non fu l’unica nel suo genere. Nel processo di riunificazione tedesca dal 1990 al 1991, Gorbaciov e altri funzionari sovietici ricevettero, da parte dei leader occidentali, tutta una serie di garanzie riguardo alle questioni sulla sicurezza dell’Unione Sovietica. Ciò è evidenziato da documenti declassificati americani, sovietici, tedeschi, britannici e francesi pubblicati dai National Security Archives della George Washington University.

I russi non dimenticano l’alto tributo di sangue e distruzioni pagato nell’ultimo conflitto a causa dei fascismi che sono sorti in seno alle “democrazie” europee. Né possono dimenticare l’atteggiamento delle stesse democrazie assunto negli anni Trenta, che isolavano la Russia lasciandola in balìa dell’autore del Mein Kampf.

La NATO, dall’annessione della DDR alla Germania dell’Ovest (*), ha iniziato l’espansione verso est, che è proseguita in varie tappe e non si è ancora fermata. Un’area geopolitica stabile è entrata in un gigantesco arco d’instabilità, che parte dal Medio Oriente e interessa l’Afghanistan, il Caucaso e giunge fino al Baltico, con un susseguirsi di atti di aperta provocazione in prossimità dei confini e delle zone d’influenza della Russia.

Non è dunque vero (para. 1) che la NATO è “un’Alleanza difensiva che lotta per la pace, la sicurezza e la stabilità in tutta l’area euro-atlantica”. La NATO è lo strumento militare della strategia statunitense per mantenere e ampliare il dominio americano in Europa e dovunque le riesca, destabilizzando e minacciando guerre per chi non vi si assoggetta.

(*) Non fu creato un nuovo Stato, ma si trattò di una “incorporazione”, ossia di un’annessione (Beitrittsgebiet): vedi Trattato di risoluzione finale per la Germania o Trattato dei 2+4. Il Trattato 2+4 stabiliva che né le truppe della NATO né le armi nucleari sarebbero state schierate sul territorio dell’ex DDR.