SE LA MEMORIA DESIDERA CONOSCERE* da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
4699
post-template-default,single,single-post,postid-4699,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-1.2.1,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-5.2.1,ajax_fade,page_not_loaded,wpb-js-composer js-comp-ver-6.1,vc_responsive

SE LA MEMORIA DESIDERA CONOSCERE* da IL MANIFESTO

Se la memoria desidera conoscere*

L’intervento. Ad Amsterdam ogni anno nell’anniversario della Liberazione uno scrittore tiene una conferenza vicino al Dam. Questo il discorso pronunciato quest’anno dall’autore olandese

Arnon Grunberg 26.06.2020

Spesso mi sono chiesto quale sia il senso della memoria, delle commemorazioni come quella di oggi. È la tradizione a imporci di ricordare, o c’è dell’altro?

La primavera scorsa, durante una conferenza sulla scrittrice olandese Marga Minco e la guerra – non so più se è la guerra a perseguitare me o io a perseguitare lei – ho osservato che le commemorazioni dovrebbero essere più di un rituale, che dovrebbero portare con sé un desiderio di conoscenza e per questo i luoghi comuni sono i veri nemici di rituali commemorativi che abbiano realmente un significato. Ho anche capito che l’altro luogo comune, quello per cui oramai il racconto della guerra e degli ebrei è storia nota, viene sbandierato con sempre maggiore convinzione; un cliché ben presuntuoso, che presuppone che la nostra conoscenza sia perfetta, che siamo in grado di separarci da quel passato relativamente recente.

Dire che oramai si conosce il passato equivale in genere al rifiuto di conoscerlo davvero. E chi non conosce il proprio passato, più che essere condannato a ripeterlo, è condannato a non conoscere se stesso. Niente spinge le persone a desiderare un’identità incrollabile più del timore opprimente di non avere idea di chi si è. E spesso è proprio quell’identità incrollabile, il rifiuto di considerarla con leggerezza, che porta a vedere l’altro come un perfetto estraneo e un nemico assoluto.

Al termine della mia conferenza su Marga Minco, uno psicoterapeuta mi si era avvicinato per dirmi che a noi rituali e luoghi comuni servono a non farci ammalare con il ricordo, che per non soccombere al passato dobbiamo tenerlo a distanza. Certo, ma se quel ventesimo secolo non ci fa ammalare neanche un po’, ho il sospetto che non abbiamo commemorato niente e di sicuro non abbiamo capito niente.

Non ammalarsi potrebbe tranquillamente significare voltarsi dall’altra parte, negare. Negare che le malattie del secolo scorso, quelle del totalitarismo industrializzato, dell’antisemitismo degenerato in genocidio, del razzismo biologico, sono profondamente radicate nella nostra cultura, vuol dire non sapere chi siamo. E proprio per questo siamo sensibili al richiamo di coloro che ci vengono a raccontare chi siamo e di chi dobbiamo avere paura.

Commemorare è anche un modo per affermare chi non si vuole essere, ma si teme comunque di poter diventare. Non c’è commemorazione senza questo dubbio angoscioso, la commemorazione non ha senso se priva della paura fondata che potremmo essere noi i futuri colpevoli e i loro aiutanti.

La memoria si fonda sulla constatazione che il passato non è compiuto, sulla consapevolezza che il ventre che ha partorito il Terzo Reich è ancora fertile.

La censura e la scomunica non sono una risposta a tale fertilità, vivere in un paese in cui non è il governo a stabilire cos’è il pensiero morale o immorale è una conquista. Ma questo non autorizza a oltrepassare ogni confine. A ragione determinati tabù si sono affermati gradualmente nella nostra cultura a partire dal 1945; infrangere un tabù non sempre è sinonimo di liberazione – a volte infrangere quel tabù è semplicemente una ricaduta.

La commemorazione di oggi serve anche a metterci in guardia.

Il racconto dei sopravvissuti, di coloro che hanno fatto ritorno dai campi di concentramento, ebrei, Rom e Sinti, gli oppositori politici, tra cui molti comunisti e socialdemocratici, è un racconto di eccezioni. La maggior parte delle vittime hanno lasciato il campo dalla canna fumaria. Mia madre è stata un’eccezione – i suoi genitori, i miei nonni, no.

Commemorare significa anche parlare a nome dei morti, e parlare a nome dei morti è possibile solo lasciando la parola ai testimoni oculari. Voglio lasciare la parola a un testimone oculare che è stato molto vicino ai morti, Filip Müller, un ebreo slovacco membro del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau.

Il Sonderkommando era formato principalmente da ebrei e aveva il compito di rimuovere i cadaveri dalle camere a gas, tagliare i capelli ai cadaveri, estrarre i denti d’oro ai cadaveri, cremare i cadaveri. Per gran parte gli appartenenti al Sonderkommando venivano uccisi dopo alcuni mesi. L’ultimo Sonderkommando ad Auschwitz fu protagonista di una rivolta nell’autunno del 1944 e quasi tutti i componenti furono assassinati.

Nelle sue memorie Müller scrive di alcune famiglie ebree che vivevano in condizioni miserevoli nascoste in bunker nei pressi della cittadina polacca di Sosnowiec. Le SS erano riuscite a scovarle sentendo il pianto dei bambini.

Arrivati ad Auschwitz, a donne e bambini viene chiesto di spogliarsi, la normale procedura. Tuttavia non vengono uccisi con il gas bensì fucilati, un fatto singolare di cui Müller non spiega il perché.

Forse al momento non c’era un numero sufficiente di persone per riempire le camere a gas, lo Zyklon B non si poteva sprecare. La macchina della morte nazista era anche e soprattutto una questione economica, un ladrocinio su vasta scala in cui lo sterminio e lo smaltimento dei cadaveri andavano organizzati nel modo più efficiente possibile.

Le donne nude sono davanti al muro delle esecuzioni con i loro bambini. Qui Müller scrive di una donna con il figlioletto in braccio: «Nel frattempo Voss, il carnefice, le girava intorno nervoso col suo fucile di piccolo calibro, in cerca dell’angolazione adatta per puntare l’arma sul bambino. Quando la madre se ne accorse, fece di tutto per proteggere il figlio dal raggio di quell’arma di morte. Disperata tentò di coprire ogni parte del corpo del suo bambino con le braccia e con le mani. Dopodiché un paio di colpi assordanti risuonarono nel silenzio. La pallottola aveva centrato il bambino accanto al petto. La madre, che si sentì scorrere addosso il sangue del figlio, perse il controllo e sbatté il corpicino in faccia al carnefice, mentre quello già aveva puntato su di lei la canna del fucile. L’Oberscharführer Voss, spiazzato, rimase lì immobile. Sentendosi sul viso il sangue ancora caldo, fece cadere il fucile e si strofinò la faccia con le mani».

Fa riflettere che oggi conosciamo il nome dell’Oberscharführer, ma non quelli della donna e del bambino, e probabilmente non li verremo mai a sapere.

Se la memoria è anche desiderio di conoscenza, i particolari sono importanti,

la conoscenza è fatta di particolari, non possiamo permetterci di dire che non vogliamo sentire certi dettagli perché turbano i nostri sonni.

A questa donna che sbatté il figlioletto mezzo morto in faccia all’Oberscharführer, erano precedute elezioni, provvedimenti amministrativi, aiutanti compiacenti e meno compiacenti, la maggior parte dei quali non ha mai messo piede in un campo di concentramento, non ha mai ucciso nessuno. E a questo proposito è bene rendersi conto che non sono stati solo i tedeschi a dire, una volta finita la guerra, che non sapevano, che avevano solo eseguito degli ordini.

Nel suo saggio Persecuzione, distruzione, letteratura lo studioso di letteratura Sem Dresden cita un episodio riportato dallo scrittore Ka-Tzetnik, pseudonimo di Yehiel De-Nur. Un gruppo di donne e bambini zingari viene ammassato dentro una fossa ad Auschwitz, perché i crematori sono stracolmi. Un prigioniero olandese riceve l’ordine di versare cherosene su quelle persone ancora vive. Al suo rifiuto, viene gettato anche lui a calci tra le fiamme. «Il “No!” in olandese (Nee! Nee!) risuona ancora nelle orecchie dello scrittore», annota Dresden.

Mia madre arrivò ad Auschwitz nell’autunno del 1944, subito dopo la rivolta del

Sonderkommando, di cui non le giunse alcuna voce.

Diceva che lei ad Auschwitz era stata felice, perché lì ancora sperava – la speranza era venuta meno solo dopo la liberazione, quando aveva compreso le reali dimensioni della catastrofe.

Era nata a Berlino nel 1927, nel 1939 viaggiò con i suoi genitori sulla famosa nave St. Louis diretta da Amburgo a Cuba, quando Cuba chiuse le frontiere, l’America chiuse le frontiere, il Canada chiuse le frontiere; e così – insieme ai suoi genitori – finì in Olanda.

Mio padre era nato anche lui a Berlino, nel 1912, e sopravvisse alla guerra nascosto presso vari indirizzi. Spesso per trovare qualcuno disposto a offrigli un nascondiglio doveva spacciarsi per un disertore della Wehrmacht. Raccontava poco, e se lo faceva era quasi sempre per caso, di sfuggita, ma pare che dopo la guerra una delle persone che lo aveva tenuto nascosto gli abbia detto: «Se avessimo saputo che eri un ebreo, non avresti messo piede in casa nostra». Con una famiglia presso la quale si era rifugiato a Rotterdam aveva mantenuto i contatti. Una volta all’anno andava a visitarli e portava anche me. Avevano dei topi bianchi in una gabbietta.

Poi c’era un venditore di aringhe con un banco vicino alla Borsa di Amsterdam, sul Rokin. Sebbene abitassimo dalla parte opposta della città, mio padre andava col tram 25 da quel venditore di aringhe perché lo conosceva dalla guerra, era stato nella resistenza. A volte lo accompagnavo e malgrado dovessero conoscersi bene dai tempi della guerra, non dicevano mai niente al riguardo, parlavano solo di aringhe.

Per me da bambino la guerra era questo: topi bianchi in una gabbietta, un venditore di aringhe accanto all’edificio della Borsa, la felicità ad Auschwitz.

Non avrei mai pensato che circa vent’anni dopo, come opinionista di un quotidiano olandese, avrei ricevuto una serie di email dal contenuto sfacciatamente antisemita. Credevo che il tabù fosse troppo grande. Ero ingenuo.

Ed è anche logico che se si parla di determinate comunità in un modo che ricorda il periodo più buio del ventesimo secolo, se ormai è diventato un fatto normale, prima o poi si potrà tornare a parlare in questo modo anche degli ebrei.

Per me è stato chiaro fin dall’inizio: se parlano di marocchini, parlano di me.

«Non comprendo, non sopporto che si giudichi un uomo non per quello che è ma per il gruppo a cui gli accade di appartenere», scriveva Primo Levi negli anni Sessanta al suo traduttore tedesco.

Parole che dovremmo ripetere ogni settimana, forse addirittura ogni giorno, fosse solo per ricordarci quanto le parole possano essere velenose.

L’ordine di versare cherosene su donne e bambini vivi dato a un olandese ad Auschwitz è stato preceduto da parole, dai discorsi dei politici.

Proprio in questi tempi secolarizzati, sono convinto, grava su parlamentari e ministri una particolare responsabilità: quella di dare il buon esempio, di non trasformare in veleno le parole, di tenere sempre a mente che lo Stato è una necessità, ma anche potenzialmente un male in grado di stritolare persone, intere comunità con grande disinvoltura.

La donna che ha sbattuto il figlioletto mezzo morto in faccia all’Oberscharführer Voss ci mette in guardia.

L’olandese che si era rifiutato di versare cherosene su donne e bambini vivi, e ha gridato «No! No!» mentre veniva buttato a calci tra le fiamme, ci mette in guardia.

© Arnon Grunberg

Traduzione di Claudia Di Palermo

* Testo integrale della conferenza tenuta da Arnon Grunberg il 4 maggio 2020, in occasione della commemorazione dei morti nella guerra, dal titolo «NO»

***

Il dibattito. I diversi razzismi in campo

di Claudia Di Palermo

In Olanda i festeggiamenti, in forma ridotta, per i 75 anni dalla fine della seconda guerra mondiale hanno lasciato spazio a celebrazioni alternative e interviste con chi ha vissuto, bambino, l’arrivo dei tedeschi, la fuga della regina Wilhelmina a Londra, il bombardamento di Rotterdam, l’ingresso delle truppe canadesi ad Amsterdam, il presidio nazista nell’isola frisona di Schiermonnikoog, l’ultimo pezzettino a essere liberato l’11 giugno 1945. Tradizionalmente la festa della Liberazione si svolge il 5 maggio, con manifestazioni e concerti ovunque. Tuttavia, forse per l’impronta calvinista per cui alla gioia va anteposta la riflessione, un momento altrettanto importante è la commemorazione dei morti che avviene la sera precedente. I reali depongono una corona di fiori a piazza Dam e tutto il Paese si ferma a osservare due minuti di silenzio. A fine cerimonia, uno scrittore tiene una conferenza nella chiesa accanto al Palazzo Reale. Quest’anno è toccato ad Arnon Grunberg (Amsterdam, 1971), uno degli autori più apprezzati in patria, dove il suo esordio «Lunedì blu» (Mondadori 1996, trad. R. Novità) ha ormai acquisito lo status di classico moderno. Grunberg ha pubblicato – oltre a saggi, racconti, drammi e articoli di opinione sulla stampa olandese ed estera – una ventina di romanzi tradotti in 25 lingue, anche sotto pseudonimo (Marek van der Jagt, «Storia della mia calvizie», Feltrinelli 2008, trad. F. Paris). L’ultimo uscito in Italia è «Terapie alternative per famiglie disperate» (Bompiani 2019, traduzione di. G. Testa).
Grunberg ama scatenare polemiche e non risparmia nessuno, neanche se stesso. La sua conferenza del 4 maggio scorso ha suscitato un acceso dibattito, soprattutto per la frase che unisce la discriminazione subita all’epoca dagli ebrei e quella che oggi colpisce la comunità marocchina, la più esposta a sentimenti di razzismo, anche al livello politico.