SCIOPERO GENERALE: “INSIEME PER LA GIUSTIZIA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SCIOPERO GENERALE: “INSIEME PER LA GIUSTIZIA” da IL MANIFESTO

«Sciopero generale contro una pandemia salariale e sociale senza precedenti»

La protesta. Sciopero generale di Cgil e Uil di 8 ore contro la legge di bilancio del governo Draghi: «Insieme per la giustizia». Manifestazioni a Roma, Milano, Bari, Palermo e Cagliari. Esonerate la sanità pubblica e privata, le Rsa in prima fila nell’emergenza Covid

Roberto Ciccarelli  16.12.2021

«Insieme per la giustizia». Questo è lo slogan scelto per lo sciopero generale di otto ore indetto oggi da Cgil e Uil contro la legge di bilancio del governo Draghi. Cinque sono le piazze convocate da Nord a Sud: a Roma a Piazza del Popolo con Maurizio Landini e Pier Paolo Bombardieri, e le iniziative interregionali previste a Bari, Cagliari, Milano e Palermo. Dallo sciopero sono esonerati i settori dell’igiene ambientale, gli sportelli delle Poste, la sanità pubblica e privata, le Rsa in prima fila nell’emergenza pandemica da Covid. Chi non potrà astenersi dal lavoro è stato invitato a portare un segno di riconoscimento in solidarietà con lo sciopero.

PER QUANTO RIGUARDA i trasporti, i treni si fermeranno dalle 0:01 alle 21, nel rispetto delle fasce di garanzia dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21, garantiti i treni di medio-lunga percorrenza. Stop bus, tram, metropolitane e ferrovie nel rispetto delle fasce orarie di garanzia. Nelle autostrade si ferma il personale, garantiti i servizi minimi. Stop nella logistica, compresi i rider Cgil e Uil. Nei porti lo sciopero sarà domani di 24 ore. Nelle piazze oggi ci saranno, tra gli altri, l’Arci, gli studenti di Udu e Rete degli studenti medi, i pensionati di Spi-Cgil e Uilp. I confederali sono tornati a dividersi. La Cisl di Luigi Sbarra si è tirata fuori dal “sindacato unitario e non unico”. Sabato, manifesterà a piazza Santi Apostoli a Roma con uno slogan polemico: «La responsabilità scende in piazza».

LO SCIOPERO generale arriva dopo 21 mesi di pandemia che hanno ridotto i salari e i redditi già stagnanti del lavoro dipendente, hanno messo alle corde quello autonomo e hanno alimentato il mulinello del precariato che sostiene il rimbalzo tecnico del Pil (+6,2%) dopo il crollo dell’8,9% del 2020. Sono stati diversi i modi per delegittimare la protesta. Prima l’aggressività di un sistema mediatico che, a reti e giornali unificati, ha avuto una crisi di nervi. La pandemia è usata come alibi: protestare è «folle» o «irresponsabile». Chi critica si scelga il suo Hyde park corner. Poi sono state rilanciate le ragioni di una presunta «oscurità» delle ragioni dello sciopero, mentre in realtà sono chiarissime.

INFINE È STATO DESCRITTO un Draghi ostaggio della sua maggioranza Frankenstein che ha bocciato un contributo biennale di solidarietà sui redditi superiori ai 75 mila euro per neutralizzare l’aumento dei costi dell’energia. Questione che non riguarda, se non indirettamente, la richiesta dei sindacati di destinare gli 8 miliardi sull’Irpef ai lavoratori dipendenti e pensionati, evitando gli effetti regressivi voluti sia dal governo che dalla sua maggioranza che premieranno i redditi medio-alti ai danni di quelli bassi e bassissimi.

FALSE PISTE create per confermare la legge della postdemocrazia, quella del pilota automatico: nessuna infrazione alla sua «razionalità» fittizia identificata con il «reale» è tollerata. è la regola del Draghistan, in vista della sua prossima mutazione verso l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Da questo giro di valzer si sono lentamente sfilati i Cinque Stelle. Dopo i mal di pancia provocati dall’allusione a un “conflitto sociale”, tutto da costruire, dal Pd hanno seguito il doppio binario: «comprendiamo lo sciopero» ma «non lo condividiamo». Nell’arco parlamentare aderiscono allo sciopero Sinistra Italiana, Articolo 1 (Bersani) e pochi altri. «Non abbiamo dichiarato la terza guerra mondiale – ha detto Bombardieri – Esercitiamo un diritto democratico». Dirlo sembra un’eresia, oggi.

MARIO DRAGHI, il sole attorno al quale gira il sistema, ieri ha fatto sapere che “dal governo c’è colloquio, confronto e ascolto e non c’è stata alcuna volontà punitiva verso i sindacati”. E lunedì 20 Cgil, Cisl e Uil torneranno a sedersi insieme a un altro giro di tavolo sulle pensioni con il governo. Le parti restano distanti. I sindacati intendono ridiscutere la Fornero, chiedono una «pensione di garanzia» per i giovani. Nessuna misura entrerà comunque nella manovra e resta tutto da discutere la sostenibilità sociale del sistema contributivo.

MAURIZIO LANDINI ieri ha rilanciato l’appello a scioperare perché c’è bisogno di «combattere una pandemia salariale e sociale che non ha precedenti». «La vita e le condizioni delle persone sono nettamente peggiorate e quindi i provvedimenti del governo devono essere cambiati». Contro il precariato chiede «di cancellare forme di lavoro assurde, dai tirocini ai lavori a chiamata che non hanno ragione di esistere. È il momento di introdurre un unico nuovo contratto di inserimento al lavoro che abbia natura formativa e sia finalizzato alla stabilizzazione del lavoro che viene assunto». La proposta sembra minimalista rispetto all’urgenza dei problemi. Cgil e Uil chiedono inoltre politiche industriali che creino lavoro vero, di qualità e un decreto per dire basta alle delocalizzazioni.

IL PROBLEMA non è lo sciopero in sé, pur tardivo e forse non preparato adeguatamente, ma comunque decisione non scontata considerato il clima da lesa maestà che si respira. Il problema è il tipo di conflittualità che ci sarà dopo, se sarà duratura e coinvolgerà la società. I precedenti non lasciano ben sperare. Sono passati sette anni dallo sciopero contro il Jobs Act di Renzi e del Pd. Quello di oggi fa ancora i conti con quella legge sciagurata.

 

L’obsolescenza di un modello economico insostenibile

Sciopero . Sebbene questa Legge di Bilancio non possa risolvere tutte le questioni poste dai sindacati, il fatto è che l’assenza di una prospettiva di governo su questi temi è disarmante

Mario Noera, Roberto Romano  16.12.2021

Sono tre i temi sollevati dallo sciopero generale di Cgil e Uil, tutti decisivi per il futuro del Paese:

  1. il lavoro frammentato e precarizzato;
  2. il sistema di ammortizzatori sociali del tutto inadeguato;
  3. il sistema previdenziale ereditato dalla Legge Fornero ingiusto e sperequato.

C’è un evidente legame tra queste grandi questioni, ma l’asse causale non è quello evocato dalla narrativa ufficiale. Non sono i pensionati la causa dell’impossibilità per i giovani di accedere ad un lavoro stabile e dignitoso. Lo sono, invece, la diffusione del lavoro a tempo determinato e del caporalato attraverso le false partite Iva che sottraggono base contributiva al sistema pensionistico e lo rendono finanziariamente vulnerabile.

Non è la flessibilità del lavoro che migliora la produttività, ma l’innovazione e gli investimenti che la stabilità dei rapporti di lavoro invece favorirebbe.

Non è la pigrizia delle persone che alimenta la disoccupazione, ma la carenza di domanda di beni, a sua volta depressa da livelli salariali tra i più bassi d’Europa.

Sebbene la Legge di Bilancio non possa risolvere simultaneamente le questioni sollevate dalla rivendicazione dei sindacati, l’assenza di una prospettiva di governo in merito a questi temi è disarmante. Riprogettare il Paese è sicuramente un esercizio molto difficile che non si risolve certo con la bacchetta magica. Necessita di una visione di lungo termine che sappia ricombinare lavoro, capitale, ambiente e Stato per rispondere alla fatale obsolescenza di un modello economico e sociale palesemente insostenibile.

Questo esercizio implicherebbe una severa analisi delle difficoltà strutturali da affrontare ed una capacità della politica di disegnare su di esse le priorità di intervento. Richiederebbe anche una onesta autocritica rispetto alle politiche perseguite negli ultimi decenni, così come richiederebbe la riabilitazione dell’idea che lo Stato non esiste soltanto per rimediare ai fallimenti del mercato, ma che è lo strumento necessario per governare le complessità del cambiamento.

Ci si augurava che il Recovery Plan potesse essere la piattaforma per ricostruire una tale prospettiva, ma, dopo gli entusiasmi iniziali, esso rischia di diventare solo l’alibi per una semplice lubrificazione dell’esistente. La Legge di bilancio si colloca in questa visione minimalista: mentre Istat e Censis ci mostrano la fotografia di un’Italia impoverita, divisa da gravi diseguaglianze ed afflitta da emarginazioni sempre più ampie e drammatiche, la politica si limita ad offrire solo anestetici.

Al centro della scena c’è la riforma fiscale e le forme di finanziamento pubblico. Contrariamente a quanto alcuni commentatori sembrano talvolta insinuare, non è una questione di difesa corporativa di una categoria contro altre (il lavoro dipendente sottopagato contro i ceti medi). È una questione di assetto generale del sistema.

La pressione fiscale è di norma direttamente proporzionale alla complessità del modello di sviluppo e di equità del modello sociale desiderato, e la discussione andrebbe sviluppata sull’effettiva efficienza del sistema (ad es. il trattamento separato delle le rendite finanziarie ed immobiliari) e sull’equa distribuzione dei suoi oneri (ad es. la determinazione delle basi imponibili e la progressività del prelievo).

Il metro di giudizio non dovrebbe cioè essere se il livello del prelievo fiscale sia in media basso o alto, ma se sia coerente o incoerente con il benessere dell’intera collettività. Lusingare i ceti medi con scelte minute come la riduzione delle tasse per alcune categorie piuttosto che di altre sono solo esercizi di demagogia che allontanano, anziché avvicinare, la soluzione. Se lo Stato riduce indiscriminatamente le entrate fiscali è inoltre inevitabile che nel tempo si riducano anche i servizi pubblici.

Questo approccio tende ad erodere il ruolo e il peso dell’intervento pubblico riferibile all’art. 3 della Costituzione (cioè la rimozione degli ostacoli alla piena realizzazione dell’eguaglianza dei cittadini e dello sviluppo della persona umana). I diritti di seconda generazione di Bobbio possono essere esercitati solo con una pressione fiscale adeguata in cui tutti i redditi concorrono secondo il principio di progressività. In quest’ottica, quale è il senso di tagliare l’Irap, cioè la fonte primaria di finanziamento del sistema sanitario nazionale?

Il sistema fiscale non è neppure lo strumento che può risolvere la scarsa redditività delle imprese e i bassi salari. La focalizzazione ossessiva sul cuneo fiscale non può essere l’alibi per eludere i problemi (bassi investimenti, poca ricerca, piccola dimensione, mancanza di politiche industriali adeguate ecc.) che limitano la capacità delle imprese di generare valore aggiunto e di remunerare adeguatamente il lavoro. La pandemia e soprattutto la ripresa economica ci hanno restituito un mercato del lavoro non solo incompatibile con qualsiasi ipotesi decente di società, ma anche incapace di funzionare all’altezza delle necessità di sviluppo e di modernizzazione del Paese.

Una vera svolta sarebbe una legge delega capace di riscrivere le regole di ingaggio nel mercato del lavoro e di attrezzare un sistema di sicurezza universale capace di proteggere i lavoratori nei processi di trasformazione produttiva in atto.

Ma nell’Italia politica di oggi questa riflessione è del tutto assente e suona addirittura provocatoria.

Lo sciopero generale rappresenta un tuffo salutare nella realtà; restituire una prospettiva di cambiamento al disagio è anche una sollecitazione a ripensare le condizioni che possono davvero riprogettare un futuro di benessere all’intero Paese.

O di qui o di là, e chi ha il potere abbassi il ponte levatoio

Sciopero . Governare è difficile, lottare collettivamente è ancora più costoso. Unire, però – e questo le donne lo sanno meglio di chiunque – è sempre una magia. Il Presidente del Consiglio riattrezzi il tavolo perché senza i sindacati e senza vedere gli ultimi della fila anche le leadership più autorevoli sono più sole

Barbara Pollastrini  16.12.2021

E così oggi «sciopero». Il mio desiderio è che riesca perché so quanto sono sfortunati i paesi dove un sindacalismo storico e attuale non trovi autonomia e il consenso di lavoratrici e lavoratori.

Di recessione democratica si è discusso da poco nel summit voluto da Joe Biden. Il presidente Mattarella ha descritto la democrazia come una conquista facendo capire quanto il rischio di diseguaglianze e solitudini possa consumarla.

La realtà è che assieme al Covid circola un altro virus. Quello del disagio e di una sfiducia che può sfociare in reazioni pessime e pericolose.

Rappresentare bisogni e sentimenti spetta a istituzioni, governi e ai partiti che anche così disegnano la propria funzione. Da sempre però sono conflitti e movimenti a dare corpo e un’anima alla difesa e ampliamento dei diritti collettivi, alla formazione di una coscienza e del civismo migliore.

La nostra è una stagione che imporrebbe di riconnettere quei diritti: umani, sociali, civili. Per questo un campo democratico sa ascoltare e fare da sponda ai conflitti quando “buoni”.

Ecco perché con le sue complicatezze questo sciopero esprime un conflitto che rende protagonista della “brava gente” che fatica, che non si sente vista, che per le otto ore di lotta vedrà la paga decurtata. È già accaduto in passato di vivere contraddizioni e limiti. In questo caso pesa la rottura sindacale perché le divisioni indeboliscono il fronte del lavoro.

Ad alcuni può sembrare problematico lo strappo in un passaggio difficile tra pandemia e attuazione del Pnrr.

La manovra ha segni espansivi; la riforma sugli ammortizzatori; l’accordo sullo smart working nel privato; l’assegno unico per i figli. Con il premier l’Italia ha guadagnato autorevolezza e deve usare bene le risorse in arrivo dall’Europa.

Dunque guardo al ramo perché c’è più di un frutto maturo. Ma quel ramo è parte di una foresta inquieta per le sofferenze di donne, giovani, lavoratori cacciati da un impiego che garantiva sopravvivenza e orgoglio.

Insomma il Covid ha reso evidente che esiste una grande e globale questione di dignità e riconoscenza sociale di meriti e giustizia. Allora chi ha potere abbassi il ponte levatoio e cerchi il confronto.

Qualcuno ha scritto che l’Italia fatica a vivere il clima dell’altra grande ricostruzione, quella del dopoguerra. Nel senso che stenta a sentirsi una comunità dove insieme – operai, studenti, giovani, donne – trovino le ragioni per un cammino comune verso un “dopo” diverso dal “prima”.

Anche per questo vorrei un sindacato più largo e radicato. Il sogno è di piazze che si incontrino. Vorrei che il mondo di Greta, le piazze del Ddl Zan o la domanda di una legge saggia sul fine vita, i migranti senza riparo, il volontariato, i precari, le risorse della cultura si ritrovassero.

Commentatori conformisti hanno decretato che questo paese non può permettersi conflitti e scioperi. Credo che l’Italia non dovrebbe permettersi altro: evasione fiscale, illegalità diffusa, milioni di poveri assoluti, salari bassi e morti sul lavoro, una dispersione scolastica, cittadini condannati a “vite di scarto”.

A fronte di tutto questo c’è chi si frega le mani e “gufa” contro Landini.
Alcuni il 16 ottobre facevano la passerella in Piazza San Giovanni, mostrando solidarietà dopo l’aggressione fascista alla sede della Cgil. Gli stessi non provano imbarazzo a condividere la scelta di non sospendere per un anno la riduzione dell’Irpef per i redditi sopra i 75 mila euro, una semplice forma di solidarietà a vantaggio delle fasce sociali più in difficoltà.

Governare è difficile, lottare collettivamente è ancora più costoso. Unire, però – e questo le donne lo sanno meglio di chiunque – è sempre una magia.

Il Presidente del Consiglio riattrezzi il tavolo perché senza i sindacati e senza vedere gli ultimi della fila anche le leadership più autorevoli sono più sole. Per la sinistra e per noi escono due conferme: il “campo largo”, le Agorà, crescono nella società che come la vita non è mai depurabile da passioni, conflitti e persone. Per cui è vero: alla fine “o di qui o di là”, bisogna scegliere anche quando la scelta può apparire imperfetta.

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