SALUTE, PANDEMIA, VACCINI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SALUTE, PANDEMIA, VACCINI da IL MANIFESTO

Per una «normale» strategia anti-Covid di riduzione dei rischi

Fuoriluogo. Un governo della salute, ispirato alla tanto invocata scienza, deve bilanciare i diversi determinanti della salute stessa

Grazia Zuffa14.04.2021

Il paese attraversa la fase forse più delicata della crisi sanitaria, in un clima di sconcerto, se non di sfiducia. Nessuno, nell’aprile 2020, immaginava che le cifre dei morti di quei giorni ce le saremmo ritrovate quasi identiche nell’aprile 2021. Quanto alla campagna vaccinale, la caccia al furbetto, cavalcata dallo stesso presidente del Consiglio, si rivela per quello che è: il goffo tentativo di coprire il vero problema della scarsità dei vaccini (con relative responsabilità, europee e non solo).

Non è però tempo di recriminazioni, né contro novelli untori, né contro istituzioni pachidermiche; quanto di seria riflessione sull’anno trascorso, per trovare la bussola delle politiche pubbliche.  Per cominciare, smettiamo di evocare le «uscite dal tunnel»: i vaccini saranno un grande aiuto, ma con il virus dovremo ancora fare i conti. Basta guardare al Regno Unito: grazie a un efficace piano vaccinale ha abbattuto morti e contagi, ma già sta preparando per l’autunno una nuova campagna di rivaccinazione contro le varianti. Dunque, il vero problema è di ricalibrare una strategia di governo della salute pubblica sui tempi lunghi: un governo «ordinario», non «straordinario».

Il che comporta innanzitutto di sbaraccare la scena attuale della politica, con le ragioni della salute versus quelle dell’economia; dei lockdown a oltranza, opposti alle aperture innanzi tempo; della scienza (e della solidarietà verso i più fragili), contro il negazionismo/individualismo. È più complicato di così e oggi è più chiaro di ieri: anche i lockdown, con la messa al bando della socialità, pongono una serie di ipoteche sulla salute, specie dei soggetti più fragili. Per i bambini, socializzare non è un lusso, a scuola e nel dopo scuola. Per gli anziani ricoverati, rimanere per mesi rinchiusi senza vedere i familiari può significare un decadimento senza ritorno. Dunque, un governo della salute, ispirato alla tanto invocata scienza, deve bilanciare i diversi determinanti della salute stessa.

Non è facile, lo sappiamo. Un anno fa, il Comitato Nazionale di Bioetica, in un parere sul Covid che ragionava sulla salute pubblica, nel rapporto fra libertà individuale e solidarietà sociale, giustificava in nome dell’emergenza le misure di limitazione di libertà costituzionali (come la libertà di circolazione e di riunione), ma al contempo ne sottolineava il carattere di eccezionalità: in forza della quale dovevano (e devono) rispondere a criteri di proporzionalità, di efficacia, di limitazione nel tempo.

È questa una bussola valida oggi ancora più di ieri, ancorché poco utilizzata. Intanto, la consapevolezza della eccezionalità di alcune restrizioni si è persa per strada: ci sono amministratori che inaugurano il «sovranismo» regionale e comunale, innalzando frontiere contro gli «untori» non residenti. Soprattutto latita il criterio di efficacia, strettamente connesso alla «proporzionalità» delle misure. Nel lockdown 2020, quando non molto si sapeva sulle vie di trasmissione del virus, era comprensibile una strategia elementare, di tendenziale azzeramento di tutte le occasioni di socialità. Un anno dopo, è mai possibile non saper discernere fra le situazioni più o meno rischiose di contatto sociale? Fra le probabilità di contrarre virus su un treno affollato oppure in un teatro mezzo vuoto?

La sociologa Zeynep Tufecki (Internazionale, 12 marzo) a partire dalle più recenti evidenze epidemiologiche circa i pericoli della trasmissione via aerosol in luoghi chiusi, cerca di ricavare indicazioni per la riduzione del rischio. Invece di vietare parchi e spiagge, nel tentativo di imporre una indiscriminata astinenza sociale – osserva- sarebbe meglio informare correttamente le persone, «aiutandole a socializzare in modo più sicuro». Detto altrimenti: il ritorno alla «normalità» comporta il ritorno a «normali» politiche di sanità pubblica, basate sulla conoscenza e sulla consapevolezza.

La strana carestia dei vaccini e i suoi artefici

Pandemia . Ecco la contingenza raffazzonata e la colpevole faciloneria nel trattare con i Big Pharma. Con una narrazione rassicurante che non mini l’accettazione delle restrizioni imposte

Marco Bascetta  14.04.2021

Da sempre, in ogni condizione di grave penuria, che si tratti di cibo, di energia o, come nel caso presente, di vaccini, si aprono solitamente due strade maestre. Ridurre a tutti le razioni scendendo al di sotto delle necessità e confidando in una qualche riduzione del danno o concentrare le scarse risorse su una parte della popolazione a scapito di altre.

Di entrambe queste scelte l’attualità pandemica ci offre diversi esempi. Alla prima opzione si possono ricondurre le continue peripezie delle strategie vaccinali: l’improvviso ribaltamento delle fasce di età a cui destinare questo o quel vaccino (mai sopra i 55 anni prima; mai sotto i 60 poi, come nel caso AstraZeneca) oppure l’estensione arbitraria dell’intervallo tra la prima e la seconda somministrazione (Pfizer, Moderna), per non parlare del cocktail tra i diversi prodotti a disposizione in quel momento.

Pur sapendo che la medicina è tutt’altro che una scienza esatta e i dati si raccolgono operando, questi continui cambi di rotta e di autorevoli opinioni sull’efficacia e sulle modalità di somministrazione dei vaccini non danno certo l’impressione che sia il sapere scientifico a fare da bussola.

Piuttosto una contingenza raffazzonata, una colpevole faciloneria nel trattare con i grandi gruppi farmaceutici, una narrazione tale da rassicurare la cittadinanza senza minare però l’accettazione delle restrizioni che si intenderanno comunque imporre. Così facendo è evidente che diffidenza e sfiducia dilaghino di fronte a quello che a tutti gli effetti si rivela un «arrangiamoci con quello che riusciamo a raccattare».

Del resto lo dice anche il responsabile dell’Oms per le emergenze pandemiche Michael Ryan che «l’ottimo è nemico del buono» e che bisogna sbrigarsi senza troppo timore di commettere errori. Quando le emergenze non si sono sapute prevenire, meglio fare che fermarsi a ragionare. Se non altro è diretto e sincero e il suo mestiere è correre ai ripari.

La seconda strada maestra si snoda sul terreno dell’economia. Una volta vaccinati i più «fragili» (definizione che si allarga o si restringe secondo le disponibilità) si procederà con gli operatori economici ritenuti localmente “strategici”, quelli del turismo in prima fila e poi gli abitanti delle isole più esclusive (il solito satrapo campano De Luca).

La stessa logica nordista che voleva il piano di distribuzione dei vaccini legato al pil regionale e commisurato alla produttività dei lombardi. Qui è la salute di specifici settori economici ad avere la meglio su quella delle fasce di età più a rischio di malattia grave, per non parlare dell’uguaglianza dei diritti tra tutti i cittadini.

Si tratta di una condotta strettamente intrecciata con interessi corporativi e foriera di una guerra permanente fra stato e regioni, tra regione e regione, tra categoria e categoria. Che questo criterio sia sotteso da una inconfessabile ripartizione della popolazione secondo il suo «valore economico» è ben più che un sospetto. Non sono dunque le precarie acquisizione scientifiche ad essere chiamate in causa dalla condizione di penuria, ma la politica, tanto meno credibile quanto più insegue l’emergenza fingendo di sapere come fronteggiarla. Emergenza che in una inarrestabile reazione a catena finisce con l’essere l’unico campo d’azione e la giustificazione di qualsiasi scelta arbitraria. Non essendo mai stata presa in esame l’efficacia reale delle singole misure restrittive adottate.

Tutt’altra questione, e fino in fondo politica, sono le cause della penuria. Certo, ve ne è una indubbia e oggettiva: il fattore tempo, la corsa veloce dell’epidemia. Lo sviluppo dei vaccini si è svolto a tempo di record. Grazie anche a una situazione emergenziale che consentiva di non andare troppo in profondo nella sperimentazione e che favoriva la prodigalità dei governi, nonché qualche avventatezza, forse non dovuta a semplice ingenuità, nei contratti con le grandi aziende farmaceutiche.

Cosicché i ritardi e i tagli delle consegne (non sappiamo quanto puramente «tecnici”», creando situazioni di penuria e mandando in malora i programmi sanitari dei governi hanno di fatto aumentato la dipendenza di tutti dalla politica aziendale e dagli interessi economici delle industrie farmaceutiche. Rendendole intoccabili. Dopo innumerevoli bugie e inadempienze i padroni del vaccino si permetterebbero addirittura di aumentare il prezzo dei loro prodotti. E Bruxelles, sotto ricatto, si piegherà.

L’attuale blindatura della proprietà intellettuale (che è poi la forma di proprietà più decisiva del nostro tempo) determina un contesto nel quale il rapporto tra sapere scientifico e interessi sociali è interrotto dalle forche caudine dei brevetti, ormai estendibili a qualunque materia e a qualunque aspetto dell’esistenza.

Cosicché larga parte del pianeta ne rimane interamente esclusa. Il problema è ben noto, ma la pandemia ne ha rimesso in luce i tratti più intollerabili. Tuttavia l’argomento resta tabù per l’Europa liberista e a maggior ragione per i governi nazionali che abbaiano ma finiscono col mendicare timidamente le forniture di vaccini che gli vengono lesinate.