RAPPORTO IPCC: ALLA CANNA DEL GAS da IL MANIFESTO
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RAPPORTO IPCC: ALLA CANNA DEL GAS da IL MANIFESTO

La Terra non ha mai avuto così caldo in duemila anni

Alla canna del gas. Presentato a Ginevra il rapporto Ipcc sul clima che cambia: «Situazione drammatica». Questa valutazione scientifica della situazione climatica costringe a fare i conti con la realtà, ora abbiamo un’altra fotografia molto più chiara del passato

Daniela Passeri  10.08.2021

Cresce la febbre del pianeta e lo fa in modo rapido, diffuso e sempre più intenso, come non è mai accaduto negli ultimi 2000 anni, almeno. La colpa è dell’uomo e delle sue attività che impattano sul clima, non della natura, su questo non si discute, le prove scientifiche sono inequivocabili.

LA TEMPERATURA MEDIA globale è cresciuta di 1.1°C rispetto al periodo 1850-1990 e nei prossimi 20 anni sforerà il tetto di 1.5°C. Se non ci sarà un’immediata, rapida e su larga scala riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, limitare il riscaldamento globale tra 1.5° e 2°C, come negli intenti dell’Accordo di Parigi nel 2015, sarà fuori discussione.

LA PRIMA PARTE DEL SESTO Rapporto di valutazione dell’IPCC (Gruppo intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico) è perentoria come non mai e lascia aperta una sola possibilità per stabilizzare il clima: arrivare a emissioni nette zero al più presto, entro il 2050, come il recente rapporto Iea ha dimostrato possibile, come è scritto nella visione politica del Green Deal della Commissione europea, se verrà davvero implementata. Purché lo facciano tutti, subito: ogni mezzo grado centigrado di aumento della temperatura fa aumentare la frequenza e l’intensità dei fenomeni avversi.

«PER IL CARBONE e i combustibili fossili il report IPCC suona come una campana a morto», ha commentato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. In questa ultima chiamata alla responsabilità, indirizzata alla comunità internazionale, gli scienziati IPCC indicano l’unica possibile via di uscita dalla crisi climatica, la decarbonizzazione spinta, ma avvisano anche che ci sono fenomeni innescati dall’aumento della temperatura globale che sono irreversibili, indipendentemente dall’andamento delle emissioni, come l’innalzamento dei mari, l’acidificazione e la perdita di ossigeno degli oceani, la fusione di ghiacciai e calotte polari.

IL REPORT, CHE CONTIENE le più aggiornate conoscenze scientifiche sul clima, si basa sugli studi di migliaia di ricercatori in tutto il mondo analizzati da centinaia di altri scienziati che per l’IPCC, su base volontaria e non retribuita, ne hanno fatto una valutazione complessiva. Climate Change 2021: the Physical Science Basis, questo il suo titolo, è stato presentato ieri a Ginevra, sede del segretariato IPCC, a meno di 80 giorni dall’inizio della COP26 di Glasgow, la conferenza mondiale sul clima per la quale costituirà uno strumento di lavoro imprescindibile. I dati che contiene sono già sui tavoli dei decisori politici, visto che il metodo di lavoro dell’IPCC prevede che i documenti che produce vengano approvati anche dai delegati dei governi. Le altre due parti del sesto Rapporto, dedicate ad adattamento e mitigazione, saranno pubblicate nel 2022.

«QUESTA VALUTAZIONE puramente scientifica della situazione climatica costringe a fare i conti con la realtà – è stato il commento della co-presidente del gruppo di lavoro di 234 studiosi che lo ha realizzato, l’esperta di paleoclima Valérie Masson-Delmotte – ora abbiamo una fotografia molto più chiara del passato, del presente e del futuro del clima, che è fondamentale per capire dove siamo diretti, cosa può essere fatto e come prepararci».

DI ALLARMI COME QUELLI lanciati ieri ne abbiamo già sentiti parecchi. Questo degli scienziati per l’IPCC risulta più forte e autorevole perché è il frutto di importanti avanzamenti avvenuti negli ultimi anni nella comprensione dei meccanismi che regolano il clima, non solo a livello globale ma anche, per la prima volta, per macro-aree. La fotografia dettagliata ci dice che i cambiamenti climatici non interessano in modo uniforme tutte le parti del globo: l’Artico si è scaldato più di altre zone della terra (tra pochi anni a settembre sarà completamente libero dai ghiacci), la superficie terrestre più della superficie del mare, l’emisfero settentrionale più di quello meridionale. Le precipitazioni aumentano nelle latitudini più alte, ai tropici e in larga parte delle zone monsoniche, mentre diminuiscono nelle fasce subtropicali. Le zone già calde e aride, come il Mediterraneo o il sud dell’Africa, diventeranno più calde e aride.

L’AUMENTO GENERALE della temperatura ha intensificato il ciclo dell’acqua e la sua variabilità che ha portato e porterà piogge più intense e localizzate associate ad alluvioni in alcune zone, mentre in altre provocherà siccità intensa, che metterà a rischio la possibilità di coltivare o la sopravvivenza di alcuni ecosistemi oppure creerà il fire weather (tempo del fuoco) definizione che descrive alla perfezione l’estate di incendi nel Mediterraneo.

DECISAMENTE IN PERICOLO le zone costiere di due terzi del mondo, esposte all’innalzamento inesorabile del livello dei mari che nei prossimi 30 anni salirà di ulteriori 10-25 cm. Gli effetti sulla biosfera sono già evidenti: molte specie stanno migrando verso i poli e verso altitudini maggiori, i pesci variano la direzione nelle migrazioni, il ciclo vegetativo delle piante si è modificato.

NELLE CITTA’, DOVE VIVE il 70% della popolazione mondiale, l’impatto dei cambiamenti climatici viene amplificato dalla geometria urbana, dall’altezza dei palazzi, dai materiali che assorbono calore, dalla carenza di aree verdi e di specchi d’acqua, fattori che determinano la formazione di isole di calore, dove le temperature possono superare di diversi gradi quelle medie regionali.

TRA LE NOVITA’ DA SEGNALARE in questo sesto Sesto report IPCC c’è la possibilità di consultare online un Atlante interattivo con numerosi dati a livello di macro-regioni, una lista di domande e risposte che chiariscono le dinamiche del clima anche ai non addetti ai lavori e soprattutto un linguaggio molto chiaro e comprensibile. «È nostra intenzioni migliorare la comunicazione e l’alfabetizzazione sulle questioni climatiche – ha sottolineato Masson-Delmotte – perché questi messaggi arrivino a tutti, dai teen-ager agli ingegneri, per agevolare ogni livello di azione e decisione».

Gli scenari della catastrofe nel futuro di ogni continente

Alla canna del gas. Il rapporto Ippc dettaglia l’analisi dei mutamenti climatici in tutte le zone geograficheSerena Tarabini  10.08.2021

Lo sforzo ulteriore che il sesto rapporto Ipcc compie è quello di dettagliare il clima e i suoi mutamenti a livello regionale e per tipologia di ambiente. Per la prima volta quello che è avvenuto ed avverrà zona per zona viene articolato in scenari specifici che suddividono il pianeta in 7 porzioni geografiche (Africa, Asia, Australia, America Centrale, Nord e Sud America, Europa) e 4 aree morfologiche (montagne, oceani, poli e piccole isole).

Per quanto riguarda le aree geografiche vengono riportati gli andamenti di temperatura e precipitazioni osservati nell’ultimo secolo che, una volta confrontati con quelli relative al periodo 1851-1900, consentono di fare delle previsioni a seconda di quanto si riesca a contenere (o non contenere) l’innalzamento della temperatura media. La situazione più drammatica da questo punto di vista la vive il continente Africano, dove l’incremento della temperatura e del livello del mare è superiore alla media globale, un primato che si confermerà anche nel futuro, esacerbando l’inondazione e l’erosione delle basse coste.

ANCHE IN ASIA l’innalzamento dei mari è stato e continuerà ad essere al di sopra della media, e fra le conseguenze del surriscaldamento specifiche per il continente ci sarà anche la diminuzione della velocità dei venti che si traduce nell’ indebolimento dei monsoni, masse d’aria la cui periodizzazione determina il clima e gli equilibri di mezzo continente.

QUANTO ALL’AUSTRALIA , uno degli aspetti più preoccupanti dello scenario attuale e futuro, di cui abbiamo avuto una prova schiacciante quest’estate, è che la frequenza delle ondate di calore continuerà ad aumentare e che la stagione del fuoco, ovvero quella calda, è destinata ad allungarsi ulteriormente. Nel continente le proiezioni sono differenti nelle diverse aree geografiche: le precipitazioni diminuiranno nel sud ovest australiano mentre aumenteranno nel sud-est della Nuova Zelanda.

NEL CENTRO SUD AMERICANO il regime delle precipitazioni è cambiato e cambierà, seguendo un trend che lo vede aumentare nel nord-ovest e nel sud-est, e diminuire nel nord est e nel sud ovest. Un altro dato certo è l’aumento delle ondate di acque più calde. Il ritardo dei «monsoni sudamericani», che spazzano e regolano il cuore del continente – Amazzonia compresa – esaspererà vari fenomeni quali la siccità e le ondate di calore.

IN AMERICA DEL NORD e nella la parte centrale che le è più prossima, Caraibi inclusi, il surriscaldamento globale innalzerà le temperature soprattutto più al nord, mentre al sud i cicloni tropicali saranno sempre più violenti.

VENENDO ALL’EUROPA, nonostante la forte variabilità interna l’aumento della temperatura media non farà sconti a nessuno, così come il numero dei picchi di calore; mentre gli eventi «rinfrescanti» (ghiacciate e abbassamenti bruschi) saranno sempre meno. Un trend che i ricercatori specificano essere inequivocabilmente determinato da fattori antropici.

A PROPOSITO DELLE MONTAGNE, il sistema di simulazione si è concentrato sui cambiamenti nelle precipitazioni nevose: si prevede che lo zero termico si sposterà ad altitudini maggiori alterando i regimi di nevosità e di formazione delle masse di ghiaccio, di conseguenza i ghiacciai continueranno a ridursi e il permafrost (strato di ghiaccio che compatta le superfici delle vette) diventerà più sottile, compromettendo la stabilità dei crinali.

PER GLI OCEANI il dato monitorato è la temperatura superficiale delle acque, che è aumentata nel corso del secolo scorso e in media è destinata a crescere anche in quello attuale: fra le conseguenze, una ulteriore diminuzione dei livelli di ossigeno, una maggiore acidificazione delle acque a causa dell’aumento di CO2. E alterazioni chimiche che si sono già verificate: l’oceano Atlantico è già più salato di prima, mentre nelle acque del Pacifico la salinità è diminuita; una previsione preoccupante è relativa alle acque artiche, destinate a ondate di calore più frequenti.

PER LE ZONE POLARI l’entità della massa di ghiaccio è il parametro preso in considerazione, con numeri in calo dagli anni duemila e che continueranno a scendere anche se la temperatura globale si stabilizzasse. Questo andamento è particolarmente accentuato nell’Artico, che secondo i ricercatori ha più che raddoppiato il tasso globale di riscaldamento negli ultimi 50 anni, e questa dinamica continuerà anche nel 2021. La maggiore variabilità interna rende invece la situazione di riscaldamento dell’Antartide meno estrema ma comunque costante.

VENIAMO ALLE ISOLE, dove le conseguenze dell’indubbio innalzamento delle acque non sono sempre individuabili a causa della carenza di informazioni: i trend, con poche eccezioni, sono l’aumento delle inondazioni e un numero minore di cicloni, ma più intensi.

La zonizzazione dell’analisi del clima prende in considerazione anche la «morfologia» aree urbane, dove il parametro chiave risulta essere la media annuale della temperatura giornaliera, che risulta essere più influenzata dall’urbanizzazione nei suoi minimi: sono sempre più alti, ovvero le città a causa del cemento perdono progressivamente la freschezza con cui compensare i picchi di temperatura che sono in crescita, in particolare la notte. Sono infatti le temperature notturne che aumenteranno nei loro massimi, riducendo ulteriormente gli spazi di ristoro.

Altri guai specifici delle città sono l’inquinamento – che il surriscaldamento acutizza come nel caso dell’ozono – e nel caso delle città costiere il rischio di inondazioni, per una combinazione di fattori quali l’innalzamento del livello delle acque e l’intensificarsi delle precipitazioni.