RAPPORTO EURISPES 2021 da Agrpress e Agi
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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RAPPORTO EURISPES 2021 da Agrpress e Agi

Eurispes 2021: Ragionare sulla ricostituzione

 Redazione Agrpress  15/05/2021

Il Rapporto Italia, giunto quest’anno alla 33a edizione, ruota attorno a 6 capitoli, ciascuno dei quali offre una lettura dicotomica della realtà esaminata. Ogni capitolo è illustrato attraverso i saggi e 60 schede fenomenologiche. Vengono affrontati, quindi, attraverso una lettura duale della realtà, temi che l’Istituto ritiene rappresentativi della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese.

Ad arricchire il Rapporto, le indagini campionarie che, nell’edizione di quest’anno, hanno sondato alcuni dei temi tradizionalmente proposti dall’Eurispes e altri di recente interesse: la fiducia nelle Istituzioni, l’opinione su alcune delle misure proposte o introdotte dal Governo, la situazione economica delle famiglie e i consumi, l’idea di futuro tra i giovani, gli stereotipi e il politicamente corretto, i temi etici, gli stereotipi su Nord e Sud del Paese, il mondo degli animali, le nuove abitudini alimentari, lo stalking, la salute mentale e l’uso dei farmaci, l’informazione attraverso i media, il mondo dello scoutismo attraverso l’indagine condotta in collaborazione con l’Agesci, lo smart working, il cambiamento delle abitudini a causa della pandemia. 

Nel Rapporto vengono, inoltre, affrontati attraverso le schede fenomenologiche diversi altri temi di stretta attualità come, ad esempio, i fenomeni migratori, la capacità di innovazione del Made in Italy, la moda sostenibile, la comunicazione veicolata attraverso i Social Network, gli E-Sport, la questione meridionale, le professioni del futuro, la valorizzazione del capitale umano, il fisco e le possibili riforme, la robotica e l’industria 4.0, la moda etica, la Scuola in digitale, gli alunni con bisogni educativi speciali, le smart cities e le nuove esigenze abitative, le infrastrutture.

Al Rapporto di quest’anno affidiamo il concetto di FUTURO, scelto come “parola chiave”, per sottolineare che la costruzione degli scenari futuri va al di là di una semplice proiezione della situazione presente: richiede una visione, una idea di futuro possibile, un sistema di valori di riferimento, un pensiero forte in grado di guidare le nostre azioni di oggi verso una direzione ben precisa.

Nelle considerazioni generali che aprono il Rapporto il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, ha voluto sottolineare: «La pandemia ha messo in discussione valori, interessi, scelte, etiche, priorità, prospettive. Ha ridisegnato alleanze, confini politici, rapporti tra Stati. Ha imposto nuovi percorsi economici e sociali. Ha messo in risalto fragilità e ritardi del sistema, inefficienze e incapacità nella gestione della complessità. Ha mostrato il fallimento delle pretese taumaturgiche delle autonomie regionali. Ma, soprattutto, ha fatto emergere la necessità di ricostruire una identità statuale compressa negli anni da una devoluzione verso il basso, le Regioni, e verso l’alto, l’Europa. Nello stesso tempo, ha archiviato l’idea che i cittadini possano sostituire efficacemente – e ad un livello etico supposto superiore – le Istituzioni politiche.

Il Covid è anche il salutare “scapaccione educativo” dato da un padre burbero e un po’ all’antica per richiamare il figlio scapestrato a più miti consigli e al senso di responsabilità. Un microscopico virus ha qualificato il gigantesco tema del futuro come “necessità” e imposto a tutte le generazioni l’urgenza di impegnarsi nella coltivazione di un pensiero a lungo termine.

Il Paese dis-organizzato, così come è oggi, non è in grado di sostenere le sfide che la pandemia ha lanciato. Senza una pacifica “rivoluzione culturale” saremo destinati all’oblio, ad una deriva dell’esserci senza essere, alla perdita di quel tanto di identità rimasta.

Intanto, crescono l’insofferenza, l’insicurezza e la ricerca di un futuro possibile, ma soprattutto la richiesta di una guida sicura che liberi il Paese dall’incertezza e dall’approssimazione con le quali è stato condotto sin dall’inizio della pandemia. L’insediamento del Governo Draghi – frutto dell’incessante lavoro del Presidente della Repubblica – è il segno della raggiunta consapevolezza, tra le diverse forze politiche, della gravità della situazione.

Istituzioni litigiose, in contraddizione o distanti tra loro diffondono un senso di sfaldamento proprio laddove, invece, dovrebbe passare la percezione di un “serrate i ranghi” a ogni livello; di qui il disagio generale, l’incertezza del presente, la paura del futuro. l’arrivo della pandemia si inserisce in un quadro di grande difficoltà di un Paese segnato da una profonda crisi economica e sociale e da una crisi demografica che assottiglia di anno in anno il numero delle nascite. Insomma, un Paese sempre più povero e sempre più vecchio che, nello stesso tempo, registra il progressivo indebolimento dei ceti medi, vera spina dorsale della democrazia.

Se, come diceva Shakespeare nel Giulio Cesare, «gli uomini in certi momenti sono padroni del loro destino», questo è il tempo di dimostrarlo dispiegando tutta la saggezza, l’impegno, il senso civico, lo spirito di collaborazione necessari senza inutili protagonismi e mettendo da parte ogni interesse personale.

Di particolare importanza sono i cambiamenti che stanno intervenendo nelle nozioni di tempo, nel rapporto tra passato, presente e futuro; come nelle nozioni di spazio, nel rapporto tra locale, nazionale, internazionale, tra virtuale e reale. Quale futuro vogliamo costruire?

La costruzione degli scenari futuri va al di là di una semplice proiezione della situazione presente: richiede una visione, una idea di futuro possibile, un sistema di valori di riferimento, in sostanza un pensiero forte in grado di guidare le nostre azioni di oggi verso una direzione ben precisa. In questo senso, valgono ancor oggi gli ammonimenti di uno dei padri della programmazione strategica, Hazan Özbekhan, co-fondatore e primo direttore del Club di Roma, 1968: «Programmare non è proiettare il presente nel futuro, ma l’opposto, avere una idea di futuro da innestare nel presente».

https://eurispes.eu/news/risultati-del-rapporto-italia-2021/

 

L’Italia è ancora troppo divisa tra Nord e Sud dal punto di vista economico e sociale

Emerge dal rapporto 2021 di Eurispes. “Il Sud sembra quasi una nazione a parte. E’ un limite che non possiamo permetterci”, dice l’istituto

Salvatore Carloni  13 maggio 2021

  “È indubbio che la disunità economica e sociale dell’Italia resta ancora oggi il limite strutturale più evidente e meno affrontato”. E’ quanto emerge da uno studio  di Eurispes. “La più grande incongruenza del nostro Paese – premette l’istituto di ricerca – è che una parte di esso (pari al 41% dell’intero territorio) vive in condizioni sociali, economiche e civili così dissimili da farla sembrare quasi una nazione a parte“.

Nel 1951, viene ricordato, il Pil pro capite nel Meridione era il 52,9 rispetto a quello del Centro-Nord, cioè la metà. Nel 1973 arrivò al 60,5 (quasi otto punti in più rispetto al 1951), un risultato mai più raggiunto negli anni successivi.

Il Sud non è un socio di minoranza. La domanda  assillante da porsi è questa: può una nazione dirsi tale se un suo terzo è in condizioni radicalmente diverse da quelle degli atri due terzi? No, non lo può per ragioni morali, civili, di equità minima, ma principalmente per ragioni economiche: in una stessa nazione e in una economia interdipendente, l’arretratezza di una parte comporta una riduzione della ricchezza nazionale e riduce l’orizzonte dello sviluppo”.

“E’ la più grande incongruenza del nostro Paese . Senza minimamente riflettere sul fatto che se quel territorio arretrato recuperasse la via della crescita e si avvicinasse alle prestazioni delle altre due parti, l’Italia tornerebbe tra le nazioni leader dell’economia mondiale”. 

La coesione dell’Italia è la nostra più grande riforma economica

“La coesione dell’Italia è la nostra più grande riforma economica, il superamento del divario la nostra strategia più lungimirante”. Sull’esempio di quanto avvenuto in Germania con la riunificazione. “In Germania Est si è investito in 30 anni quasi 5 volte più di quello che si è speso in circa 60 anni nel Sud d’Italia, cioè tra i 1.500 e i 2.000 miliardi di euro”.

Per il Sud d’Italia le cifre sono queste: in 58 anni, cioè dall’avvio della Cassa del Mezzogiorno nel 1950 al 2008 sono stati investiti 342,5 miliardi di euro. Nelle regioni orientali tedesche 70 miliardi di euro in media all’anno, nel Mezzogiorno 6 miliardi l’anno. In Italia il divario territoriale dura dunque da ben 160 anni.

“Eppure, qualcosa sembra rendere possibile ciò che fino a qualche tempo fa sembrava impensabile – commenta l’Eurispes – Cospicue risorse pubbliche arriveranno dall’Europa e Draghi ha davanti a sé la possibilità di ripetere un nuovo miracolo economico. Non si potrà certo replicare il modello della Cassa per il Mezzogiorno, ma la nazione ha bisogno di una strategia che inglobi il suo Sud”.

Far crescere il Sud è un affare per l’economia italiana 

Nel 2020 – ricorda il rapporto – abbiamo “festeggiato” 50 anni dalla nascita delle Regioni. Una delle più clamorose conseguenze del regionalismo all’italiana è che in un’unica nazione abbiamo costruito ben 20 differenti sistemi sanitari, e oggi di fronte alle stesse esigenze di cura e di prevenzione registriamo e continueremo a registrare 20 risposte diverse.

“Si pone, dunque, un problema che non si può più ignorare: è compatibile il valore della comune cittadinanza italiana con strutture, cure e capacità che cambiano drasticamente a seconda del territorio in cui si vive e si risiede?”

Le Regioni sono state utili a farci superare le differenze economiche che avevamo con il Centro-Nord prima della loro nascita? “La risposta è no: nessuna delle 8 Regioni meridionali negli ultimi 50 anni ha superato per reddito e attività produttive una Regione del Centro-Nord”. 

Negli ultimi decenni, al divario economico – sempre secondo Eurispes – si è accompagnato in Italia un divario nei servizi tra Centro-Nord e Sud che quasi specularmente riflette quello economico. Nel Sud si muore prima.

Al sud si muore prima 

“Oggi, le statistiche sanitarie ci dicono che chi vive nel Sud muore in media due anni prima di chi risiede al Nord. Indubbiamente, sono innanzitutto le diverse condizioni economiche tra le due parti dell’Italia che incidono sulla maggiore o minore possibilità di allungare gli anni di vita”.

se a Napoli e Caserta la speranza di vita si ferma a 80,6 anni, a Rimini e a Firenze si arriva a 84 anni. La media in tutte le Regioni del Mezzogiorno è di 79,8 anni per gli uomini e di 84,1 per le donne, mentre nella provincia autonoma di Trento è di 81,6 per i maschi e di ben 86,3 per le femmine.

“Abbandonare totalmente nel Sud la dimensione sovra-regionale – è scritto ancora nel rapporto – è stata una scelta deleteria. Si poteva mantenere benissimo un
coordinamento permanente tra le otto Regioni fin dall’inizio e non lo si è fatto. Si è sottovalutata l’importanza delle infrastrutture sociali e dei servizi rispetto a fantasiosi e velleitari programmi di sviluppo regionali”.

“L’Italia non è uno Stato federale come la Svizzera o la Germania, come gli Stati Uniti d’America o il Canada, ma durante tutta la gestione della pandemia ci si è comportati come se lo fosse, affidando alle Regioni funzioni mai assegnate nel passato. Nel nostro Paese è in vigore solo un regionalismo “rafforzato”, con alcuni poteri delegati che non configurano però “Stati autonomi”. Insomma, le Regioni-Stato sono un’invenzione dei loro presidenti, non un’interpretazione della nostra Costituzione”.

“È, dunque, nel rapporto Stato centrale-Regioni che si manifesta oggi il punto di maggiore crisi dell’articolazione istituzionale della nazione. Nel 2001 ci fu una svolta: si realizzò una riforma del Titolo V della Costituzione affrettata e confusa, le cui conseguenze paghiamo ancora oggi. La gestione della pandemia ne è la più drammatica testimonianza. Insomma, non può essere affidata la soluzione della questione meridionale alle Regioni”.