QUALE ORDINE GLOBALE? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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QUALE ORDINE GLOBALE? da IL MANIFESTO

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Quale ordine globale senza spingere il mondo alla rovina

Governi e società. In Afghanistan, come altrove, è mancata non la “nazione”, ma un tessuto civile in cui le differenze (etnie, religioni e identità di genere) potessero convivere. Nessun governo può durare a lungo, se non offre una risposta all’esigenza di autogoverno che tiene insieme i diversi segmenti di una popolazione civile

Massimo De Carolis  27.08.2021

Il ritiro degli Stati uniti e dei loro alleati dall’Afghanistan segna il definitivo tramonto del progetto, avviato con la prima guerra del Golfo, di istituire un “nuovo ordine globale” o, per essere più espliciti, un governo del mondo. Il nuovo ordine pretendeva di reggersi su tre pilastri: l’espansione dei mercati, l’esportazione della democrazia e lo strapotere militare americano, dettagli marginali – di fronte al disastro di Kabul – agli occhi di un’opinione pubblica sempre più decisa a bollare come follia qualunque ipotesi di un governo planetario. A sinistra si riaccende la critica all’imperialismo, a destra si rafforza l’appello alla sovranità nazionale, e le due voci si uniscono nella medesima richiesta: che ognuno se ne resti tra i suoi confini e la sua gente, e si accantonino una volta per tutte le ambizioni globali che ci stanno portando alla rovina.

L’esigenza è comprensibile ma scarsamente realistica. Da decenni lo sviluppo della tecnica ha imposto alle nazioni un grado di interdipendenza del tutto incompatibile con una logica isolazionista: non solo ogni singolo Stato, ma persino ogni attore che ambisca al potere politico in un particolare territorio ha oggi l’interesse e finanche la necessità di incidere sugli equilibri altrui. Le “guerre incivili” degli ultimi decenni insegnano che non c’è attore locale che non sia, al tempo stesso, l’anello di una qualche catena globale, tenuta insieme da un torbido intreccio tra politica ed economia.

I talebani sono un perfetto esempio di questa regola generale. Come combattenti islamisti, aspirano a porsi a capo del jihad, in modo da spingere verso le loro casse disastrate gli ingenti finanziamenti degli stati petroliferi del golfo. Come produttori della quasi totalità dell’oppio che alimenta i mercati legali e illegali, hanno la necessità di rafforzare il proprio ruolo dominante al loro interno. Come nuovi padroni assoluti di un territorio strategicamente decisivo, hanno un ovvio interesse a inserirsi in progetti geopolitici di portata apertamente planetaria, a cominciare dalla Via della Seta. L’interrogativo se debba nascere o meno un ordine globale è dunque fuori tempo massimo. In questione è piuttosto quale ordine, quali attori e quali forme di potere possano davvero governare i processi globali senza spingere il mondo intero alla rovina. Nessun soggetto politico può sperare di sottrarsi a questa questione, meno di tutti i grandi movimenti nati su temi come le disuguaglianze, le migrazioni o la crisi ambientale, nei quali risuona comunque (fosse anche contro voglia) un’esigenza di governo dei processi globali.

In questa prospettiva, l’esperienza americana in Afghanistan ha molto da insegnare su tutto ciò che non andrebbe fatto. Che l’obiettivo americano non sia mai stato “costruire una nazione” ma, più modestamente – come dice Biden per giustificare il ritiro – garantire la sicurezza degli Stati uniti rispetto alla minaccia terroristica di Al Qaida è al massimo una mezza verità. Il radicamento di Al Qaida in Afghanistan aveva già cessato di essere una minaccia seria dopo gli scontri militari a Tora Bora o, al più tardi, dopo l’uccisione di Bin Laden, avvenuta non a caso in territorio pakistano.

Se l’occupazione non è cessata allora, è perché aveva altri obiettivi, strategici ed economici allo stesso tempo. Eppure, nella frase di Biden c’è del vero. Perché, nella neo-lingua della politica globale, il termine “sicurezza” indica esattamente la dimensione torbida che ha guidato l’intervento americano, in cui gli interessi dell’industria bellica e il potere di ricatto dei signori della guerra sono i primi fattori presi in considerazione, mentre l’esigenza di autodeterminazione della società civile vale quanto il due di briscola. La locuzione “nation building” è, a sua volta, del tutto interna al lessico della sicurezza: ne definisce il correlato ideologico, cui si può rinunciare in caso di bisogno.
Ciò che è veramente mancato – in Afghanistan come in decine di altri teatri di guerra – non è la costruzione di una fantomatica “nazione”, ma quella di un tessuto civile in cui le differenze tra nazionalità, etnie, confessioni religiose e identità di genere potessero contribuire alla vita collettiva, senza essere forzosamente spinte verso il conflitto.

Se a una parte consistente degli afgani, persino i talebani, sono sembrati più vicini alla loro esigenza di autodeterminazione di quanto non lo siano stati gli occidentali e i loro alleati, è perché evidentemente a una tale esigenza non si è voluto o saputo dare alcun valore. A muoversi con efficacia su un tale terreno sono state solo le organizzazioni non governative come Emergency o Rawa, proprio perché la loro missione non era costruire un governo, bensì segnarne i limiti, in nome di esigenze incondizionate come la parità dei diritti, la dignità umana o il diritto alla salute.

Può sembrare un paradosso, ma è invece un punto cruciale. Il concetto e le pratiche del governo sono infatti segnate, da sempre, da un’intima ambivalenza. Da un lato, implicano l’esercizio di un potere sulle condotte altrui, per pilotarle e orientarle in una precisa direzione. Dall’altro, esprimono l’esigenza di autogoverno senza la quale non può esistere comunità politica. L’equilibrio tra i due poli è precario da sempre ma, negli ultimi decenni, le tecnocrazie occidentali hanno talmente calcato la mano sulla prima delle due accezioni, da illudersi di poter neutralizzare la seconda. Un’illusione che stanno pagando a caro prezzo, sia all’estero che in casa propria.

Per quanto orribili, gli eventi di Kabul contengono quindi una lezione non del tutto negativa: nessun governo può durare a lungo, se non offre una risposta all’esigenza di autogoverno che tiene insieme i diversi segmenti di una popolazione civile. Resta da chiedersi se esista, al momento, un soggetto politico capace di tradurre in pratica una simile lezione. Pare che Churchill abbia detto, un giorno: “Gli americani faranno di sicuro la cosa giusta, una volta esaurita ogni altra possibilità”. C’è solo da sperare che sia vero anche stavolta.

In Afghanistan il fallimento non è stato solo militare, ma della logica degli aiuti

Disastro afghano. L’economia è stata eterodiretta da modalità e priorità decise dai «donatori» (Usa e Regno Unito in primis). Così la povertà «resta alta», dice la Banca Mondiale

Pier Giorgio Ardeni  27.08.2021

I commenti di questi giorni sull’evoluzione del conflitto afghano sono stati per lo più incentrati sugli aspetti politico-militari, trascurando l’importanza del ruolo giocato dai fattori economici e dagli aiuti internazionali. Se i Talebani hanno ripreso il potere e se l’esercito e lo Stato afghano si sono dissolti di fronte alla loro avanzata è, infatti, anche a causa delle disparità e della miseria che, in vaste zone del Paese, sono oggi maggiori di ieri.

Già negli anni Settanta, l’Afghanistan era tra i più poveri del mondo. Dopo la fine del Regno afgano nel 1973, le successive vicende non avevano alterato le caratteristiche economiche di un territorio di valli e picchi montani, deserti e pianure – «il giardino luminoso del re angelo» di Peter Levi – dedito all’agricoltura e alla pastorizia delle sue tribù nomadiche, con risorse minerarie, sulle antiche rotte mercantili da Oriente a Occidente. Né era mutata la distribuzione geografica dei vari gruppi etnici secondo linee tribali storiche, nonostante l’enorme emorragia di rifugiati fuoriusciti verso Pakistan e Iran (fino a un terzo della popolazione).

La vittoria degli «studenti» integralisti islamici nel 1996 contro le milizie dell’«Alleanza del Nord» – anch’essa secondo linee etnico-religiose – per controllare poi solo tre quarti del Paese, aveva portato l’Afghanistan all’isolamento e all’ulteriore impoverimento. E, con l’invasione del 2001, gli americani avevano re-installato una coalizione di varie milizie e signori della guerra, prendendo in mano un Paese devastato da più di vent’anni di conflitto e distruzioni.

Così, al di là dell’impegno politico-militare della «guerra al terrore», la presenza delle truppe americane e degli alleati Nato diede il via al più consistente flusso di aiuti internazionali della storia recente. L’attenzione fu posta sulla ricostruzione delle infrastrutture e di un’economia ridotta al minimo, sulla fornitura di servizi pubblici, sulla strutturazione fisica e normativa delle istituzioni. Tuttavia, per un Paese che viveva ai limiti della sussistenza, con una vasta economia informale, e per una popolazione per il 70% rurale e per il 30% ancora nomadica – i Kochi, per lo più Pashtun – le condizioni di vita non mutarono. Il consenso del governo rimase debole, fiaccato da spaccature lungo linee etnico-tribali antiche e recenti, acuite dalla povertà e dal divario urbano-rurale che, negli anni, andò accentuandosi.

Gli aiuti internazionali fecero da subito di quella afghana un’economia dipendente in tutto e per tutto dai donatori esteri. In vent’anni il PIL afgano è passato da 4 a 20 miliardi di dollari annui, contro un flusso cumulato di fondi in «assistenza ufficiale allo sviluppo» pari a 76,6 miliardi (fonte: OCSE) e più di 50 miliardi annui di «aiuti militari». Fino al 2011, gli aiuti annuali allo sviluppo sono stati finanche pari al 90% del PIL. Grande parte del flusso di fondi (il 73%), tuttavia, è stato speso «fuori dal budget», ovvero non direttamente attraverso il bilancio pubblico afghano, secondo linee stabilite dai Paesi donatori, pur se in settori meritevoli (istruzione, servizi sanitari e sociali). In sostanza, l’economia afghana è stata letteralmente guidata dagli aiuti, secondo modalità e priorità decise dai donors (Stati uniti e Regno Unito in primis). La crescita dell’economia, che pur c’è stata, è stata trainata solo in piccola parte dall’agricoltura e per lo più dai servizi, «indotti» dalla presenza straniera. Peraltro, nonostante la dichiarata «guerra ai narcotici», l’Afghanistan produce oggi l’80% dell’oppio mondiale (si era quasi azzerato sotto i Talebani).

In vent’anni, come ammette anche la World Bank, la povertà è però rimasta drammaticamente alta, con l’aggravante di un’aumentata disuguaglianza a vantaggio di esigue fasce di popolazione concentrate nelle aree urbane e impiegate dall’indotto degli aiuti. Uno Stato rentier totalmente dipendente dagli aiuti si è così creato, vessato da corruzione e frammentazione, incapace di raggiungere la maggioranza di suoi cittadini. Come le popolazioni rurali e nomadiche hanno visto peggiorare le loro condizioni – tra i Kochi i tassi di povertà superano il 60% – è facile capire come i Talebani possano avere avuto successo nel fomentare la rivolta anti-governativa e anti-americana. È dove povertà e miseria sono più alte che questi hanno fatto più presa (la correlazione geografica tra tassi di povertà e numero di conflitti e scontri a fuoco negli anni è altissima).

Gli aiuti sono stati direzionati secondo le preferenze dei donatori e poco o nulla è stato fatto per includere le masse di «poveri diseredati» nel vasto Paese, la cui condizione oggi è come quella di un ventennio addietro, come quella di sempre. Se la guerra e il sostegno dato all’opera di «state building» sono stati «inutili», non riuscendo a sradicare l’insorgenza, è anche perché la coalizione non è stata inclusiva, acuendo i divari territoriali ed interetnici, verso i quali gli aiuti, pur sulla carta liberi della logica militare, hanno seguito il loro noto perverso meccanismo. Se la strategia americana – avulsa da ogni considerazione socio-economica e demografica, nel suo perseguimento di un astratto modello democratico imperniato su alcune élite prescelte – ha le sue colpe, non meno responsabile è stata la logica che, in Afghanistan come altrove, guida da sempre gli «aiuti allo sviluppo» di rispondere a priorità e convenienze dei donatori e solo, occasionalmente, a quelle delle popolazioni beneficiarie.