POCHI IM-PECCABILI? NO, MOLTI IM-PERFETTI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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POCHI IM-PECCABILI? NO, MOLTI IM-PERFETTI da IL MANIFESTO

La spazzatura soffoca il Pianeta, oltre il riciclo per evitare il peggio

 

Luca Martinelli  02.09.2021

«Il problema non è nel cassonetto della differenziata, ma a monte». Undici parole sintetizzano il contenuto dell’ultimo libro di Marinella Correggia ed Elisa Nicoli, dal titolo assai evocativo: «Rifiuti addio». A dieci anni da «Zero rifiuti», uscito sempre per Altreconomia edizioni, Correggia (storica collaboratrice del manifesto e una delle firme dell’ExtraTerrestre) torna a scrivere – in questo caso a quattro mani – di un tema centrale per il futuro dell’umanità sul Pianeta, cioè un modello di produzione capitalistico e stili di vita (i nostri) che producono scarti.

IL PROBLEMA, secondo Correggia e Nicoli, è che «evocare il riciclo non serve, evidentemente, a cambiare il modello di produzione e consumo, ma solo a giocare in difesa, a chiudere la stalla con i buoi già scappati. Spesso passa anzi il messaggio insidioso che un “buon riciclo” possa persino giustificare questo sistema». Questo perché una volta svuotata la pattumiera e differenziati i rifiuti, tendiamo a rimuoverli dalla nostra coscienza.

Eppure non possiamo ignorare alcuni dati: ogni anno, nel mondo, l’attività umana produce 2 miliardi di tonnellate di rifiuti, di cui solo il 13% è riciclato e poco più del 5% compostato. I danni all’ambiente, al clima e alla nostra salute sono catastrofici: una lenta apocalisse che solo una radicale revisione delle nostre abitudini e delle scelte politiche possono scongiurare. Un rapporto della Banca mondiale, «What a waste 2.0, A Global Snapshot of Solid Waste Management to 2050» spiega che senza interventi, insomma con il business as usual, si rischia di passare da 2,01 miliardi di tonnellate (2016) a 3,4 miliardi nel 2050.

NON È POSSIBILE nemmeno invocare l’economia circolare come un mantra a fare giustizia dei nostri scarti: anche i processi di ri-produzione che praticano il riciclaggio più efficiente, minimizzano l’uso di materia nuova, o utilizzano i materiali più eco-friendly non possono comunque evitare un forte impatto sull’ambiente, specie se moltiplicati per milioni di merci. Bisogna proprio ridurre il numero di oggetti, di cose di cui riempiamo la nostra vita. Serve un cambiamento radicale, e questo libro spiega come operarlo, perché – emerge dalle pagine di «Rifiuti addio» – lo “stato dei rifiuti” in Italia e nel mondo discende anche dalle pratiche casalinga e outdoor di ognuno di noi e di tutti i giorni.

Le due autrici del libro non sono solo giornaliste: entrambe hanno fatto della prevenzione dei rifiuti un punto fermo della loro quotidianità e questo permette loro di raccontare in modo semplice e facilmente replicabile la loro esperienza, disegni compresi. La lettura di «Rifiuti addio», così, offre strumenti utili a chiunque abbia a cuore (da oggi) la salute delle persone e dell’ambiente, perché mette a nudo il problema centrale dei rifiuti: la nostra civiltà – perlomeno quella occidentale e capitalista – è programmata per produrre il superfluo e indurci a consumarlo. Il riciclo è solo un palliativo presentato come panacea. La raccolta dei rifiuti – anche se differenziati correttamente – è una falsa soluzione, perché il problema è a monte: il «sistema» consuma molte più materie prime di quante il Pianeta possa rigenerare (l’Earth Overshoot Day nel 2021 è caduto il 29 luglio) e progetta e produce un numero spropositato di merci, spesso futili o non essenziali.

NEL LIBRO C’È ANCHE un decalogo per le amministrazioni, che possono diventare motori di cambiamento. Al primo posto c’è la promozione del compostaggio domestico e di comunità anche con sconti in tariffa. Anche cambiando la propria dieta (più cibi freschi vegetali, meno preparati e surgelati) si riducono i rifiuti sul Pianeta. Altre cose da fare assolutamente: bandire gli usa e getta, anche quelli compostabili, nelle mense scolastiche, e incentivare il consumo di acqua di rubinetto, anche con certificati sulla qualità. Se non vi sentite pronti ad entrare nel futuro senza rifiuti, leggete quest’ultima esortazione: «non dobbiamo puntare necessariamente alla perfezione, perché una nicchia di “im-peccabili” è molto meno efficace di una larga massa che si impegna a migliorare anche solo in parte il proprio stile di vita».

 

Spreco zero, dal Food Divide al Recovery Food

 

Andrea Segrè  02.09.2021

La riduzione dello spreco alimentare – una sfida allo stesso tempo etica, sociale, ambientale economica – è entrata a pieno titolo nell’Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile: l’obiettivo dichiarato è dimezzarlo a livello globale (Goal 12.3). Ci riusciremo? Difficile prevederlo, ma almeno sembra più realistico degli obiettivi di azzerare la fame e la povertà, peraltro in un lasso di tempo così ridotto e con l’impatto della pandemia covid-19 ancora in corso. Per questo, in collaborazione con Ipsos abbiamo portato l’Osservatorio sullo spreco alimentare a livello internazionale (Waste Watcher International) con l’intento di realizzare il primo strumento globale per analizzare i comportamenti dei consumatori e monitorare le politiche pubbliche e private che si pongono l’obiettivo di mettere il cibo al centro della sostenibilità sociale, ambientale ed economica. Il primo rapporto globale sarà disponibile dalla fine di settembre, nel frattempo vale la pena inquadrare il fenomeno a livello nazionale considerando che quanto rilevato in Italia può essere un utile percorso da estendere in altri Paesi.

Paradossalmente, nell’attuale fase pandemica la riduzione dello spreco alimentare, passando per il recupero a fini caritativi e per la prevenzione a fini educativi, assume una valenza strategica per la rigenerazione di una società più equa, sostenibile e solidale.

Accesso, eccesso e non accesso al cibo diventano – assieme a povertà e sicurezza alimentare – le parole chiave da declinare concretamente attraverso una serie di azioni. I primi dati che emergono dal nostro Paese sono confortanti (Waste Watcher International 2021: il caso Italia). Nel corso dell’anno pandemico abbiamo assistito sia ad una riduzione delle quantità di cibo sprecate (si è passati dai 600 etti la settimana dell’anno pre-pandemia ai 529 grammi: con un calo di 3,6 kg e un risparmio di 6 € pro capite, ovvero 376 milioni € a livello nazionale), sia ad un aumento dei livelli di coscienza delle persone intorno al tema dello spreco alimentare.

Tra gli italiani l’atto di gettare cibo nei rifiuti è sempre più percepito come un gesto deleterio per la società, per le persone e per il futuro dell’ambiente. Esso è vissuto come uno spreco inutile di denaro per le famiglie (85%); un atto diseducativo per i giovani (84%); un’abitudine immorale (83%) e uno spreco di risorse vitali (80%). Per le persone gettare cibo aumenta, inoltre, l’inquinamento (77%), produce perniciose conseguenze economiche e sociali (76%), ha gravi conseguenze ambientali (76%), alimenta le disuguaglianze tra Paesi ricchi e poveri (72%) e contribuisce al riscaldamento globale (69%).

Un comportamento alimentare virtuoso che però solo una parte di persone, quelle che hanno accesso al cibo, riescono a mettere in pratica: il bicchiere mezzo pieno nel food divide, il divario alimentare. Perché dall’altra parte il bicchiere si sta svuotando rapidamente. Nel senso che si è registrato un drammatico aumento della povertà economica e quella alimentare – numero di persone assistite con pacchi o buoni o altre forme di aiuto diretto e indiretto – che ha quasi raddoppiato i numeri del periodo pre-Covid: l’Istat stimava nel 2018 4,6 milioni di individui in povertà assoluta in Italia, e 8,8 milioni in povertà relativa), Peraltro, un censimento reale dei poveri alimentari è molto difficile da fare perché una buona parte dei “nuovi poveri” sfugge alle misure di aiuto in quanto lavoratori in nero. Inoltre, alla “categoria” legata alla povertà alimentare va aggiunta quella parte della popolazione in povertà relativa e assoluta, che nel 2019 riguardava rispettivamente 9 e 5 milioni di persone. Nell’incrocio fra esperienze nazionali e internazionali è nata il 5 febbraio 2021, in occasione dell’VIII Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, la proposta di lanciare in Italia il Recovery Food. Si tratta di un programma volto a migliorare l’efficienza del sistema agroalimentare riducendone l’impatto ambientale anche attraverso la riduzione di perdite e sprechi alimentari (sostenibilità); ad incrementare il recupero delle eccedenze a fini caritativi (solidarietà); a promuovere attraverso l’educazione alimentare e ambientale l’adozione di diete alimentari salutari (salute). Il Recovery Food consentirebbe un passo “triplo” verso la sostenibilità del nostro Paese.

Vale la pena di approfondire una delle misure proposte per incrementare il recupero solidale a beneficio di chi non ha accesso al cibo, ovvero rendere obbligatoria la donazione degli alimenti invenduti nella filiera agroalimentare, in particolare a livello della grande distribuzione. La donazione obbligatoria sembra un ossimoro, ma in questo momento è ciò che servirebbe all’Italia.