PERUGIASSISI: “I CARE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PERUGIASSISI: “I CARE” da IL MANIFESTO

“I Care”. In marcia per una società della cura

PerugiAssisi. Tra i volti, oltre alla presenza istituzionale del sindaco di Perugia Andrea Romizi e della governatrice umbra Donatella Tesei, da segnalare Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace condannato la settimana scorsa a tredici anni per aver cercato di offrire ai migranti un futuro migliore

Mario Di Vito  12.10.2021

Il cielo incerto e il primo vero freddo della stagione non fanno troppa paura. In ventimila, da tutta l’Italia, hanno percorso i 24 chilometri che separano Perugia da Assisi per la sessantesima edizione della Marcia per la Pace. In testa lo striscione con scritto «I care», con un occhio alla pandemia e un altro alla volontà esplicita dei partecipanti di prendersi cura del mondo.

«C’è bisogno della cultura della responsabilità e della cura reciproca – scandiscono gli organizzatori –, cura delle giovani generazioni, della scuola, dell’educazione, degli altri, del pianeta, dei bene comuni, della comunità e delle città». Un impegno che non riguarda soltanto quest’annata, ma che, nelle intenzioni, dovrà segnare tutto il prossimo decennio: «Cura è il nuovo nome della pace», come da frase di don Lorenzo Milani.

Un messaggio ribadito anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha inviato un messaggio ai manifestanti: «I valori che ispirano e la partecipazione che continua a suscitare la Marcia sono risorse preziose in questo nostro tempo di cambiamenti, ma anche di responsabilità. Questa edizione si svolge a sessanta anni dalla prima marcia promossa da Aldo Capitini, quell’originaria, esigente aspirazione alla pace e alla non violenza ha messo radici profonde nella coscienza e nella cultura delle nostre comunità.

La pace non soltanto è possibile. Ma è un dovere per tutti». Tra i volti, oltre alla presenza istituzionale del sindaco di Perugia Andrea Romizi e
della governatrice umbra Donatella Tesei, da segnalare Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace condannato la settimana scorsa a tredici anni per aver cercato di offrire ai migranti un futuro migliore e un’accoglienza degna in questo paese.

«Sono qui – spiega un Lucano visibilmente provato dagli eventi – perché non ho altri riferimenti per trovare entusiasmo e continuare. Non mi importa, alla fine penso che è quasi naturale pagare gli effetti collaterali di quello che ho fatto, senza dire luoghi comuni o costruire alibi. Quando ho cominciato ad interessarmi alle politiche di accoglienza è stato per una casualità e mai avrei immaginato che la normalità sarebbe diventata un fatto così eclatante.

Per me, non ci può essere pace senza diritti umani, senza uguaglianza e senza rispetto della vita. La Marcia della pace significa trovare la pace».
Applausi di tutto il corteo per lo striscione della Cgil, in solidarietà per il terrificante assalto subito ieri da parte di un gruppo di militanti fascisti in libera uscita per le strade di Roma durante la manifestazione dei «no green pass».

I militanti del sindacato hanno anche apprezzato le non scontate parole di vicinanza espresse dal palco da Romizi e Tesei, esponenti della destra umbra. Il sindaco di Perugia ha anche voluto esprimere «un pensiero affettuoso all’imam Abdel Qader, nostro concittadino e amico, uomo di pace e di dialogo che saliva sempre con noi su questo palco e che oggi non c’è più a causa delle conseguenze del Covid».

Tra il folto gruppo di stendardi istituzionali, si fa notare la sindaca di Assisi Stefania Proietti. «Siamo in migliaia a gridare basta alla violenza e all’indifferenza – dice –, oggi più di ieri è urgente non solo invocare la pace ma anche farla con azione concrete. Oggi più di ieri bisogna prendersi cura degli altri e mettere al centro la vita, la persona, la dignità».

Nella folla in marcia si vedono padre Alex Zanotelli, don Luigi Ciotti, Cecilia Strada, Aboubakar Soumahoro, la moglie dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio ucciso lo scorso febbraio in Congo Zadia Seddiki, i genitori del reporter Andy Rocchelli Elisa e Rino Signori.

Il resto è militanza diffusa, cattolici di base, striscioni, bandiere, migliaia di persone partite da ogni angolo d’Italia per per poter dire di esserci, per affermare di combattere ogni giorno per la pace, l’uguaglianza e la solidarietà. Per cercare di fare del mondo un posto migliore.

Dopo la disfatta in Afghanistan quali priorità

Pace in movimento. Il drammatico frangente attuale impone di riportare al vertice dell’agenda politica l’obiettivo di uscita dalla Nato

 Angelo Baracca  12.10.2021

Le considerazioni di Tommaso di Francesco meritano a mio avviso una riflessione di fondo sulle priorità del pacifismo italiano dopo il disastro della guerra in Afghanistan. Una prima considerazione è che il disastro in Afghanistan non è stato solo degli Stati Uniti, ma della Nato, e noi eravamo lì per conto della Nato, abbiamo ucciso e siamo stati uccisi per conto della Nato. Alleanza che – vale ricordarlo – era durante la Guerra Fredda un’alleanza (con tutte le riserve) difensiva, ma dopo la dissoluzione dell’Urss si è trasformata in alleanza apertamente aggressiva, che proietta interessi «fuori area» di paesi che dominano l’Alleanza (non certo nostri in Afghanistan).

Il drammatico frangente attuale impone di riportare al vertice dell’agenda politica l’obiettivo di uscita dalla Nato. Sappiamo bene che nel variegato arcipelago pacifista vi sono valutazioni diverse, ma è urgente ora aprire un confronto a tutto campo. Il mio parere è molto netto:

– Gli Stati Uniti sono i responsabili di quasi tutte le guerre scatenate e combattute nei passati 70 anni, la Nato è controllata da Washington ed è lo strumento col quale vincola i paesi europei a sottomettersi e a partecipare agli interventi militari.

– La Nato ci vincola a missioni militari all’estero, e ad aumentare la spesa militare (con gaudio del Ministro della difesa Guerini).

– A dicembre con il ritiro degli Stati uniti dall’Iraq l’Italia avrà al comando del contingente Nato, a me sembra una prospettiva agghiacciante, ma nelle presenti condizioni inevitabile.

– Non vi è alcun dubbio che all’interno della Nato si scontrano vari imperialismi e sub-imperialismi, vari interessi neocoloniali obiettivamente in contrasto fra di loro: ma di questi contrasti e questi giochi l’Italia non è per nulla arbitra, ma completamente succube.

Nelle condizioni attuali a me paiono ovviamente giustissime le richieste dell’area pacifista di tagliare le spese militari, ma nella sostanza vane finché saremo proni alla Nato. E a questo proposito vi è a mio avviso un secondo aspetto sul quale il movimento pacifista è stato indubbiamente attivissimo in passato, ma che in questo frangente dovrebbe essere riportato al vertice dell’agenda politica: il nuovo modello di difesa che ha portato all’esercito professionale – approvato, significativamente!, da tutte le forze politiche, con la sola opposizione del Prc – era concepito appositamente pensando alle missioni militari all’estero! È indubitabile che i soldatini di leva non potessero essere in grado di utilizzare le dotazioni sempre più tecnologiche, e che non potessero essere buttati in campi di battaglia come l’Afghanistan e altri simili. Sia chiaro, non si tratta certo di riproporre la leva, nel mondo pacifista ci sono varie proposte ed elaborazioni.

La cosa che in questo frangente storico a me sembra urgente e non rinviabile è riportare la critica all’esercito professionale al vertice dell’agenda politica, in modo unitario nella galassia pacifista. Quella dissennata riforma (ma ben ponderata dalle forze partitiche) ha accelerato la dotazione al nostro esercito di armamenti sempre più aggressivi (portaerei, sommergili, dotazione di missili a medio raggio, droni armati, ecc.). Anche la rilevanza, il ruolo e la struttura della nostra industria bellica sono radicati nel contesto delle due condizioni precedenti e richiedono strumenti e consapevolezze nuovi per potere essere affrontati con efficacia.

È urgente e non rinviabile a mio avviso che si sviluppi un confronto franco e aperto non solo negli ambienti pacifisti, ma che sia capace di uscire da questi ambiti e di estendersi − in questo frangente − alle/i giovani e all’opinione pubblica.