PENSARE IL MONDO CON GLI OCCHI DEI PAESI PIÙ POVERI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PENSARE IL MONDO CON GLI OCCHI DEI PAESI PIÙ POVERI da IL MANIFESTO

Pensare il mondo con gli occhi dei paesi più poveri

Francesco Bilotta  30.09.2021

Guardare il mondo con gli occhi degli «ultimi», i paesi più «poveri» del pianeta, quelli che gli indicatori economici e sociali e le statistiche internazionali collocano in fondo alla classifica. L’iniziativa «The Last 20» è il risultato della costruzione di un percorso alternativo per far emergere i problemi, le speranze, le istanze sociali, le lotte dei paesi impoveriti a causa di sfruttamento coloniale, guerre e conflitti etnici, catastrofi climatiche.

Il primo incontro si è tenuto a Reggio Calabria dal 22 al 25 luglio, negli stessi giorni in cui a Napoli era in corso la passerella del G20 su ambiente, clima ed energia. Da una parte la voce dei rappresentanti dei paesi che stanno pagando il prezzo più alto per i cambiamenti climatici, dall’altra i 20 paesi più industrializzati che producono il 90% del Pil mondiale e l’85% dei gas serra.
Se a Reggio Calabria erano stati i temi dell’immigrazione e dell’accoglienza ad essere affrontati, nelle successive tappe che hanno toccato Roma e Abruzzo e Molise, il confronto si è sviluppato su fame, insicurezza alimentare, mala agricoltura e sui temi della pace e del disarmo. Dal 24 al 27 settembre è stata Milano ad ospitare gli incontri degli «ultimi» 20 per analizzare due grandi questioni: l’impatto che il mutamento climatico ha sulle popolazioni dei paesi più fragili e la salute come bene comune globale.

L’aggravamento della situazione sanitaria a causa del Covid impone più che mai di considerare la salute un bene primario su cui concentrare investimenti, aiuto internazionale, cooperazione. Con l’invocazione a sospendere i brevetti per salvare migliaia di vite in Africa, Asia, America latina e aumentare la nostra stessa sicurezza.

In Africa, dove si concentra il maggior numero di paesi impoveriti, solo il 2% della popolazione ha avuto accesso al vaccino. Sul fronte climatico c’è stata la testimonianza di Sayed Hasnais, afgano di Unire (Unione nazionale rifugiati ed esuli), che ha evidenziato il fenomeno crescente della desertificazione e i conflitti sempre più acuti per accedere alle fonti d’acqua.

«Le guerre supportano il cambiamento climatico che, a sua volta, alimenta i conflitti», ha affermato. Il divario intollerabile che si è prodotto con i paesi «arricchiti» non può essere ignorato negli incontri di preparazione alla Cop 26 (conferenza mondiale sul cambiamento climatico) che si terranno in questi giorni nel capoluogo lombardo, in vista del vertice di Glasgow dall’1 al 12 novembre.

Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Haiti, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan, Yemen sono paesi di cui si parla soprattutto per le emergenze che devono affrontare, più che per il loro patrimonio naturalistico e culturale.

Tonino Perna, coordinatore del comitato «The Last 20», ha più volte sostenuto che «è necessario affrontare le sfide planetarie partendo dalla prospettiva dei paesi impoveriti, perché il pianeta va visto come un organismo vivente e bisogna misurare la temperatura sociale, economica e ambientale nelle sue parti più fragili».

Il prossimo appuntamento si svolgerà a fine ottobre a Santa Maria di Leuca, ultima tappa di questo meeting itinerante, dove verrà presentato un documento finale. Ma questa esperienza non si esaurisce. Verrà costituito un osservatorio permanente che, sulla base di indicatori sociali, economici e ambientali e con la collaborazione di organismi locali, produrrà un report annuale per monitorare nel tempo la situazione degli «ultimi» 20 e per evidenziare quei percorsi che possono favorire nuove dinamiche di autosviluppo

Come abbandonare il carbone senza emergenze

 

Livio De Santoli  30.09.2021

C’è un’incapacità a convivere con la complessità del mondo contemporaneo, ripete Bernhard Schlink l’autore di The Reader. Non esistono soluzioni facili a problemi complessi ed il governo della complessità è la cifra del nuovo millennio, da affrontare con un approccio unitario, complessivo. Una delle complessità soggetta a semplificazioni pericolose è quella dell’energia, come dimostra la recente confusione di dichiarazioni, amarcord, promesse, ipotesi fatte con una nonchalance allarmante. Sul caro energia, ad esempio, e sulle sue responsabilità. «Se avessimo intrapreso il Green Deal cinque anni prima, non saremmo in questa situazione, perché avremmo meno dipendenza dai combustibili fossili e dal gas naturale», afferma Timmermans della Ue, e ci voleva lui per bloccare la proliferazione di fake news sull’argomento, anche se c’è qualcuno che continua a rimestare nel torbido con la vecchia storia degli incentivi sulle rinnovabili (esistenti anche quando il costo del gas era più basso), oltretutto in progressiva naturale riduzione, oppure che considera folle la stessa Europa per la sua idea di decarbonizzazione.

Considerato che in questa crisi dei costi dell’energia i prezzi degli impianti rinnovabili sono rimasti bassi e stabili, e che quelli dei fossili – in piena bolla da stranded asset – sono soggetti a fluttuazioni verosimilmente al rialzo anche nel prossimo futuro, la soluzione non può essere una tantum, dettata dall’emergenza.

Anche perché l’unica cosa che non possiamo permetterci è che gli aspetti sociali vengano contrapposti a quelli climatici. Quindi, riflessioni su situazioni complesse che meritano risposte chiare e programmate. Vediamone qualcuna.

In Italia nei primi sei mesi del 2021 sono stati installati complessivamente 452 MW di impianti a fonti rinnovabili, che seppur in crescita del 34% rispetto allo stesso periodo del 2020 (grazie soprattutto al traino del fotovoltaico, 362 MW, con un eolico praticamente fermo), sono sideralmente lontani dagli obiettivi previsti al 2030. Questi aspettano l’imprimatur del PNIEC, ma anche in assenza di un PNIEC da revisionare urgentemente, sono definiti nel recente Piano per la Transizione Ecologica del governo: aumentare entro il 2030 la capacità rinnovabile attuale (pari a 56 GW) di 73 GW, cioè realizzare 8 GW ogni anno per i prossimi nove anni. Il problema non è nell’offerta, visto che per esempio in Puglia sono in attesa di autorizzazione centinaia di impianti per rinnovabili e per una potenza di 27 GW, ma – lo dicono tutti – proprio nella lentezza delle autorizzazioni burocratiche. Il decreto Semplificazioni da questo punto di vista è apparso tiepido.

Il processo autorizzativo ha comportato, nel caso dell’eolico, una paralisi pressoché totale negli ultimi nove anni. Infatti si è passati dai 2.463 MW eolici autorizzati nel triennio 2012/2014 (con una media di 821 MW/anno), ai 1.186 MW eolici nel triennio 2015/2017 (con una media di 395 MW/anno) ai soli 589 MW nell’ultimo triennio 2018/2020 (con una media di 196 MW/anno, periodo in cui spicca il dato di soli 102 MW installati nel 2020). Ciò significa un calo del 76% dei provvedimenti autorizzativi emessi dalle Pubbliche Amministrazioni competenti in 9 anni, con tempistiche medie di 5 anni e mezzo (contro i sei mesi previsti dalle normative europee). Le procedure dovrebbero essere snelle e trasparenti, grazie anche alla individuazione, da parte delle Soprintendenze, delle mitigazioni richieste a seconda della tipologia di area nella quale si richiede di effettuare l’intervento. Nel frattempo, però, nel recepimento italiano della Direttiva rinnovabili in corso di dibattito parlamentare in questi giorni non c’è traccia di strumenti compensativi, sia per quanto riguarda l’indicazione delle aree idonee, sia per le definizioni del burden sharing regionale, cioè le quote assegnate ad ogni regione. Le prossime linee guida del Consiglio dei Ministri sull’individuazione delle aree idonee dovrebbero, a nostro avviso, comprendere anche interventi correttivi sull’eventuale ritardo delle pianificazioni regionali.
Ma non basta questo: anche in presenza di una forte spinta semplificativa, bisogna integrare lo sviluppo con una pianificazione della distribuzione degli impianti sul territorio nazionale, altrimenti si rischia di avere dei contraccolpi sul sistema dovuti a zone ad elevata concentrazione di impianti. Tutto questo si riflette sull’adeguatezza della rete e sui prezzi dell’energia; Terna ha intenzione di investire quasi venti miliardi di euro sul mercato della capacità (non di poco conto, riguardando accumuli fino a 5 TWh/anno), con valori destinati progressivamente a seguire l’evoluzione delle installazioni rinnovabili, ma senza un piano complessivo definito al 2030 anche questi investimenti rischiano di essere inefficaci.

Assume sempre più rilevanza infine mantenere il parco di generazione da rinnovabili in condizione di efficiente utilizzo e promuovere le attività di revamping e repowering, e questo innesta problematiche circa la costituzione ed il rafforzamento di intere value chain a carattere nazionale per le quali occorrerebbero strumenti di sostegno economico ad hoc. L’esempio delle 40 mila tonnellate di pale eoliche da non poter smaltire se non in discarica è significativo. Si tratta di rafforzare comparti industriali nazionali per ogni tecnologia; quello dell’eolico italiano ad esempio, che già oggi occupa oltre 16.000 persone e che potrebbe quadruplicare al 2030 tale numero se solo venisse consentito agli operatori eolici di realizzare gli obiettivi che il Governo Italiano ha indicato.

Governare la complessità in modo integrato è fondamentale non solo per mantenere il passo con il processo di decarbonizzazione, ma anche per non ripetere gli errori del passato, eliminando l’esposizione del nostro Paese a perturbazioni esterne.