“NON C’È PIÙ TEMPO” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“NON C’È PIÙ TEMPO” da IL MANIFESTO

Il futuro non può più attendere

Clima. In un’atmosfera surreale cui ormai non facciamo quasi più caso, la manifestazione per la giornata di mobilitazione sul clima riprende a lanciare un messaggio: basta false promesseGiuseppe Onufrio*  20.03.2021

In un’atmosfera surreale cui ormai non facciamo quasi più caso, la manifestazione per la giornata di mobilitazione sul clima riprende a lanciare un messaggio: basta false promesse. E, purtroppo, la situazione delle politiche per combattere la crisi climatica è ancora ferma. In un contesto globale che al momento non promette nulla di buono, tra tensioni internazionali e conflitti tra le potenze più importanti (anche per le emissioni di gas serra) Usa e Cina, a tentare di riprendere un ruolo l’Europa, anch’essa non senza difficoltà.

Così la giornata di mobilitazione che si è svolta in tutto il mondo – al largo delle coste dell’India un’attivista a bordo dell’Arctic Sunrise di Greenpeace ha fatto una protesta subacquea – in Italia è rivolta al governo che sta redigendo il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr), un’occasione storica – e unica – di finanziare una vera svolta verde.

Certo le dichiarazioni del Ministro per la transizione ecologica sembrano più rivolte a tranquillizzare i settori industriali più recalcitranti a ogni cambiamento che i giovani scesi in piazza e mobilitati anche sulle piattaforme sociali. L’accenno alla fusione nucleare – già usato dall’Ad di Eni Descalzi – è pura fuffa. Il progetto Iter, in fase più avanzata rispetto a quello che finanzia Eni, non sarà operativo prima del 2035 e non produrrà commercialmente prima del 2050. Citare la fusione nel contesto della transizione ecologica è un esempio di diversione dell’attenzione che, nel caso di Descalzi, serviva a coprire il nulla delle politiche climatiche della sua azienda. Serve anche a sviare l’attenzione per un Pnrr senza alcuna vera ambizione climatica?

«Fra dieci anni avremo l’idrogeno verde e le automobili che andranno a celle a combustibile» è una sua opinione non confermata dal grosso degli investimenti che il settore sta facendo. Il motivo per cui questa affermazione è risibile è che il consumo totale di energia di un’auto a idrogeno è oltre il triplo di quella di un’auto elettrica. L’idrogeno infatti non è una fonte di energia ma un vettore energetico come l’elettricità: bisogna produrlo a partire da qualche fonte. E l’idrogeno verde lo si fa da elettricità prodotta da fonti rinnovabili: così le perdite associate alla produzione di idrogeno da rinnovabili al suo trasporto e stoccaggio fino quelle per la ri-conversione dell’idrogeno in elettricità con le celle a combustibile rende la competizione con le auto elettriche persa in partenza di almeno un fattore tre a vantaggio dell’elettrico.

Ma la frase più insidiosa tra tutte quelle che ha dichiarato Cingolani riguarda, implicitamente, il ruolo del gas fossile quando parla di rinnovabili: «sappiamo quale strada dobbiamo fare, dobbiamo partire da A e arrivare a B, più difficile è dire con quale pendenza raggiungere la meta». Il settore delle rinnovabili è pressoché bloccato da 9 anni, e per farlo ripartire seriamente servirebbe aumentare le installazioni di sei volte, con procedure autorizzative serie ma più snelle (l’ultimo impianto eolico entrato in funzione ci ha messo 8 anni per essere autorizzato).

Il «vecchio» Piano integrato energia e clima del governo Conte prevedeva molto gas e una curva di crescita delle rinnovabili «schiacciata» fino al 2025, anno di fuoriuscita del carbone. Dalla frase di Cingolani sulla «pendenza» potremmo dunque aspettarci un Pnrr apparentemente «verde» – con obiettivi rinnovabili importanti al 2030 – ma con curve di raggiungimento pressoché impossibili, per una pendenza di crescita a «mazza da hockey» mantenendo dunque una crescita lenta nei prossimi 5 anni. Certo, anche il clima segue purtroppo una pendenza di quel genere, ma associarla alle politiche energetiche servirebbe solo a tranquillizzare lor signori: andremo con molto gas (fossile).

Se davvero così fosse, il Governo presieduto da Mario Draghi avrebbe fallito la sua dimensione «ambientalista» – che ha rivendicato all’incontro con le associazioni – e avrà avuto solo il senso di proteggere quella parte dell’industria nazionale che vuol rimanere in retroguardia sul tema. E non avrà dato risposte ai giovani che, con mascherine e distanziamento e molta inventiva, sono ancora scesi in piazza. Speriamo di essere smentiti dai fatti.

* Direttore Greenpeace Italia

«Non c’è più tempo» lo sciopero globale per salvare il clima

Clima. Dall’Italia all’India le azioni promosse da Fridays for future international. La protesta sott’acqua di Greenpeace nel PacificoLuca Martinelli  20.03.2021

Dopo aver portato in piazza milioni di giovani in tutto il mondo negli ultimi due anni, ieri il movimento Fridays For Future è tornato a manifestare in 62 Paesi del mondo: sono 802 le città in cui si sono tenute iniziative nell’ambito del «Global Day of Action», lo sciopero globale per chiedere azione contro al crisi climatica, organizzato periodicamente dal movimento di Greta Thunberg.

FFF HA DATO INDICAZIONE ai suoi militanti di manifestare nel rispetto delle norme nazionali anti-Covid. Questo ha fatto sì che fossero previste anche iniziative su internet (webinar, mail bombing). «Man mano che il mondo diventa sempre più caldo – spiega una nota pubblicata sul profilo Facebook di Fridays For Future International – e mentre le calamità naturali diventano più severe e ricorrenti, dobbiamo trattare l’emergenza climatica ed ecologica come un’emergenza, il che significa un’azione immediata e #NoMoreEmptyPromises dai nostri leader mondiali. Alziamo la voce, più forti e rumorosi che mai per lottare per la giustizia climatica e chiedere azioni immediate». Per la prima volta, ieri, la protesta per il clima è arrivata anche sott’acqua: merito di Shaama Sandooyea, giovane scienziata e attivista di FFF Mauritius, impegnata in una spedizione di ricerca condotta a bordo dell’Arctic Sunrise di Greenpeace, che si è immersa nel cuore dell’Oceano Indiano con un cartello con il messaggio «Youth Strike for Climate». Lo sciopero per il clima «subacqueo» ha avuto luogo a Saya de Malha Bank, sede di un ecosistema chiave per la regolazione del clima del nostro Pianeta, ovvero una delle più vaste praterie di piante acquatiche al mondo, responsabili dell’assorbimento di parte della CO2 in atmosfera, a 735 km dalla costa delle Seychelles.

«HO MANIFESTATO IN QUESTA bellissima e remota area dell’Oceano Indiano per consegnare un semplice messaggio – ha detto Sandooyea – abbiamo bisogno di un’azione per il clima e ne abbiamo bisogno ora. I governi di tutto il mondo devono prendere sul serio la crisi climatica e agire da subito per la riduzione delle emissioni e la protezione dei nostri oceani». Oceani sani sarebbero in grado di immagazzinare enormi quantità di anidride carbonica e calore e svolgono un ruolo chiave nella mitigazione dei cambiamenti climatici.

ANCHE IN INDIA I GIOVANI hanno manifesto all’aperto, in varie città.

A Guhawati, in Assam, è stata organizzata una marcia e una visita all’impianto di riciclo dei rifiuti solidi. Tra gli slogan più utilizzati «È adesso, o mai più». Basta false promesse, non c’è più tempo: lo ha detto, a Napoli, padre Alex Zanotelli, che è sceso in piazza con i giovani di Fridays For Future del capoluogo campano: «Questa è l’ultima generazione che abbiamo, la mia ha tolto il futuro a questi ragazzi che sono l’unico presente che abbiamo e toccherà a loro ripensare il futuro anche perché non vedo alcun cambiamento su questo punto nemmeno con il governo Draghi». A quasi dieci anni dal referendum disatteso sull’acqua pubblica e contro il nucleare, il missionario comboniano ha anche detto «basta vedere chi è stato messo alla guida del ministero per la Transizione ecologica», pensando al ministro Cingolani che nei giorni scorsi aveva rilanciato sull’atomo.

TRA GLI APPUNTAMENTI ITALIANI, duemila i ragazzi in piazza a Torino. In parallelo, nel pomeriggio si è tenuto l’incontro con i rappresentanti del ministero dell’Ambiente, dell’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo e delle Regioni Lazio e Marche promosso da Oxfam Italia nell’ambito della campagna #2021ultimachiamata, che nell’ultimo mese ha raccolto l’adesione di oltre 2 mila cittadini italiani. Obiettivo: «Proposte per contribuire al miglior impiego possibile dei fondi del Next Generation Eu». Anche Legambiente ha partecipato alla giornata, promovendo un’iniziativa digitale, il primo sciopero fatto in Dad, #UnmuteClimateChange (lo studente che non può manifestare per strada, resta in muto per tutta la lezione legando questa scelta agli hashtag #NoMoreEmptyPromises e #UnmuteClimateChange. L’associazione ambientalista ha posto l’accento su un altro tema che non pare nell’agenda del ministero: l’approvazione di «una riforma fiscale che annulli entro pochi anni i 19 miliardi di euro di sussidi ambientalmente dannosi regalati ogni anno a carbone, gas e petrolio trasformandoli in incentivi per la riconversione di impianti e mezzi, partendo da agricoltura e autotrasporto».

LA PRIMA MANIFESTAZIONE italiana è stata quella di Milano, dove in centinaia hanno partecipato al bike strike tra Largo Cairoli e il Duomo, con sosta in piazza Affari.

Sotto la Madonnina ha preso il megafono Martina Comparelli, uno dei sei portavoce di Fridays For Future Italia: «Abbiamo bisogno di decisioni radicali. Non siamo ragazzini portatori di sventura. Il 10 aprile è il primo appuntamento per costruire insieme una PreCop alternativa». In autunno, quando i ministri arriveranno a Milano per preparare il vertice Onu di novembre non saranno soli: «Siamo stanchi di false promesse, racconteremo una storia alternativa e lo faremo in tanti».