NO ALL’OCCUPAZIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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NO ALL’OCCUPAZIONE da IL MANIFESTO

No all’occupazione, Palestina libera e Gerusalemme capitale

Israele/Palestina. Sabato 5 giugno dalle 15 alle 20 manifestazione nazionale a piazza San Giovanni

***  04.06.2021

I bombardamenti sulla striscia di Gaza sono cessati ma l’aggressione e la pulizia etnica nei confronti del popolo palestinese continuano. Nell’ennesimo massacro contro Gaza, durato 11 giorni, sono stati uccisi 256 palestinesi, fra cui 66 bambini e 42 donne, mentre i feriti sono 6 mila, tra cui 170 giornalisti. Gli sfollati sono più di 110 mila, 1.500 gli edifici abitativi e pubblici distrutti o gravemente lesionati, tra cui 66 scuole, moschee e presidi sanitari. Sono state inoltre sventrate strade, comprese quelle di accesso agli ospedali, distrutte o gravemente danneggiate infrastrutture, acquedotti e linee elettriche, la sede dei media, e centinaia di stabilimenti industriali e commerciali.

A Gerusalemme non si fermano le aggressioni dei coloni, protetti e appoggiati dai soldati israeliani, contro la moschea di Al-Aqsa e la popolazione palestinese con il chiaro obiettivo di liberare la città dalla loro presenza. In tutto il paese  sono in corso azioni punitive con massicci arresti di palestinesi nei Territori occupati nel 1948, La loro colpa, aver solidarizzato con i loro fratelli di Gerusalemme, della Cisgiordania e di Gaza; mentre, su coloro che hanno partecipato allo sciopero generale di protesta contro i bombardamenti, piovono i licenziamenti.

Ma qualcosa sta cambiando. Dopo molto tempo, i palestinesi dei Territori palestinesi occupati nel 1948 si sono sollevati di nuovo insieme, e le strade e le piazze di tutto il mondo si sono riempite di giovani manifestanti. Il consiglio per i diritti umani dell’ONU ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su possibili crimini di guerra e lo stesso ha fatto la procuratrice della Corte Penale Internazionale. Le ONG B’Tselem (Israele) e Human Rights Watch (Stati Uniti) hanno scritto nei loro rapporti che in Israele vige un sistema di Apartheid. Le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la comunità internazionale non possono più continuare nella loro politica complice di Israele, che gli permette di violare impunemente le risoluzioni ONU, i diritti umani e il diritto internazionale. È tempo che Italia, Unione Europea e gli altri Stati avvino il boicottaggio dell’economia di guerra israeliana e delle imprese e istituzioni che ne sono complici, come avvenne contro il regime di Apartheid in Sudafrica, oltre a rompere ogni trattato di associazione commerciale e militare con Israele.

La pressione internazionale dovrà mantenersi fintantoché Israele non avrà posto fine all’occupazione, colonizzazione e apartheid in Palestina, smantellato il Muro, riconosciuto a tutti gli abitanti della Palestina storica la piena uguaglianza dei diritti fondamentali, riconosciuto il diritto al ritorno dei profughi palestinesi (risoluzione ONU 194) Togliere l’assedio alla striscia di Gaza. Noi sosteniamo, il diritto all’autodeterminazione, alla resistenza con ogni mezzo possibile, come lo prevedi anche il diritto internazionale.

VITA, TERRA E LIBERTA’ AL POPOLO PALESTINESE

LE COMUNITA’ E LE ASSOCIAZIONI PALESTINESI IN ITALIA:

Le Comunità: Lazio, Toscana, Campania, Abruzzo, Veneto, Lombardia, Puglia, Sicilia, Sardegna, Modena, Parma.

Associazioni: API – Associazione dei Palestinesi in Italia, Unione Generale dei Medici e Farmacisti Palestinesi,

Unione Generale degli Ingegneri  e degli Architetti, Mezza Luna Rossa Palestinesi.

SIETE TUTTI INVITATI A PARTECIPARE

Aderiscono:

Alex Zanotelli – Moni Ovadia – Luisa Morgantini – Vauro Senesi – Marco Rizzo – Igor Camilli – Unione dei Giovani Palestinesi in Italia – FIOM Nazionale – Partito della Rifondazione Comunista- Sinistra Europea –  Associazione Memoria in Movimento- Salerno – Associazione Metaeducazione, Milano – AssopacePalestina – Cultura è Libertà – Periplo OdV, Bari – Potere al Popolo, Roma – Il Centro di Ricerca per la Democrazie – Gruppo D’Intervento Giuridico Internazionale – Associazione Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese – PCI- Partito Comunista Italiano – Patria Socialista –  Comitato con la Palestina nel Cuore – USB Nazionale – OSA- Opposizione Studentesca d’Alternativa – Rete dei Comunisti – Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista

«Nuovo», ma sempre contro la pace e contro i palestinesi

Israele/Palestina. Non è certo che l’opposizione riesca ad arrivare al giorno del giuramento in Parlamento unita e con i voti necessariZvi Schuldiner  04.06.2021

La nuova coalizione di governo già traballa prima di cominciare ed è ancora molto difficile immaginare quale sarà il vero risultato del presunto cambiamento di governo in Israele. È anche difficile tradurre in parole il senso di questa fase che ricorda un po’ gli ultimi giorni di Ceausescu in Romania. Non è certo che l’opposizione riesca ad arrivare al giorno del giuramento in Parlamento unita e con i voti necessari.

I lunghi anni di governo di Benjamin Netanyahu hanno registrato un peggioramento da quando l’ufficio del procuratore generale nazionale ha deciso per la necessità di una via giudiziaria di fronte ai casi di corruzione imputati al premier.  Per quest’ultimo, man mano che si avvicinavano i giorni del processo e ancora di più quando è iniziato, è diventato chiaro che occorreva fare di tutto per non arrivare alla sentenza: una condizione per evitare il carcere.

Netanyahu ha fatto di tutto per rendere impossibile la pace, così da portare a termine il piano della destra fondamentalista fin dal 1967: annettere tutti i Territori palestinesi occupati grazie alla guerra di quell’anno, continuare la politica di spoliazione dei palestinesi, portare sempre più coloni nei territori occupati celando, sotto le parvenze di una presenza dal volto «liberal», un’operazione brutale favorita dalla compiacenza internazionale.

L’odio verso i palestinesi in Israele e nei territori occupati è diventato sempre più necessario per mobilitare la destra israeliana, il veleno della provocazione permanente ha fatto parte della retorica del premier e dei suoi lacché nel Likud, partito addomesticato e obbediente che non fiata finché il leader al governo assicura benefici.

L’ultima guerra contro i palestinesi a Gaza non è stata altro che un nuovo capitolo della campagna per separare Gaza dalla Cisgiordania, approfondire le divisioni fra i palestinesi e giustificare il fallimento dei negoziati proprio con i palestinesi.

Negli ultimi due anni gli israeliani si sono recati alle urne quattro volte. Due questioni erano fondamentali: Netanyahu aveva scoperto che la chiave poteva essere la distruzione elettorale della Lista araba unita che aveva ottenuto 15 seggi alla Knesset. Attirare gli elementi islamici della lista ha permesso di rompere il tabù: anche i palestinesi in Israele possono partecipare ai negoziati politici, ha detto il premier.

Così il partito è stato diviso e l’insuccesso elettorale è stato grave: i collaborazionisti di Netanyahu hanno ottenuto quattro seggi e la Lista solo sei.
Molti elettori palestinesi, disgustati, si sono astenuti. I quattro voti della lista araba collaborazionista avrebbero assicurato al premier la possibilità di costituire nuovamente una coalizione di destra fondamentalista, ma si sono ribellati i razzisti estremi, i quali grazie all’aiuto dello stesso premier avevano potuto ottenere sei seggi.

La seconda questione aveva a che vedere con la presunta alternativa a Netanyahu: la nuova lista con a capo generali patriottici si è arresa alla presunta necessità di unità nazionale ai tempi del coronavirus, provocando un’enorme delusione tra coloro che sognavano di porre fine all’era Netanyahu.

Aiutato da un suo famiglio, il ministro della polizia, il premier ha iniziato l’escalation sfociata nell’ultima guerra. Un grande «successo»: ancora una volta possiamo vedere edifici distrutti e palestinesi morti, tutto in nome del sacrosanto diritto all’autodifesa. Quando la parola è passata alle bombe, Naftali Bennett, presunto leader dell’alternativa, ha detto che non era il momento di continuare a cercare un sostituto di Netanyahu. Dopo qualche giorno ha cambiato idea e oggi è il candidato premier.

Sarà un gran giorno, quello dell’abbandono della poltrona di primo ministro da parte di Netanyahu. Ma non è certo oggi, nonostante gli appoggi alla nuova coalizione. L’incognita maggiore è legata all’alternativa a Netanyahu. Molti degli elementi centrali della nuova coalizione appartengono alla destra razzista. Alcuni non sono meno nazionalisti e fondamentalisti del premier: Bennett, candidato premier, guidava il Consiglio dei coloni nei Territori. Il candidato a ministro della giustizia sarà Gideon Saar: proviene dal Likud, nel quale è stato sconfitto da Netanyahu che lo vedeva come un rivale interno minaccioso. Liberman, ex ministro della difesa e accusato di diversi casi di corruzione, sarà il titolare del ministero delle finanze.

Gantz, il «moderato» ministro della difesa, rimarrà al suo posto e Yair Lapid, accusato di essere «sinistrorso», fungerà da ala liberale moderata che non si discosta in modo radicale dal nazionalismo imperante. Nell’ala sinistra del governo troveremo rappresentanti di Meretz e del Partito laburista che daranno voce al femminismo e agli attivisti gay-lesbo-trans. Se ne gioverà il turismo europeo giovanile a Tel Aviv.

Tutto questo potrebbe essere un passo necessario per ristabilire alcune regole democratiche dimenticate, potrebbe contenere il razzismo dilagante che viviamo in questo periodo, ma non aprirà un nuovo cammino di negoziato vero con i palestinesi, per stabilire una società egualitaria e cambiare la realtà dei fatti.