NEXT GENERATION, CLIMATE LITIGATIONS da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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NEXT GENERATION, CLIMATE LITIGATIONS da IL MANIFESTO

Global Forum: nessuna transizione ecologica senza democratizzare il lavoro

Il movimento. L’appello Democratizing Work, firmato da oltre 6.000 studiose e studiosi di tutto il mondo, ha lanciato su Il Manifesto il movimento Democratizzare il lavoro nel mondo postpandemico: diritti sociali, giustizia climatica, socializzare la produzione. Dal 5 ottobre un convegno organizzato dalla sezione italiana apre il laboratorio del confronto sulle proposte

Comitato Scientifico #Democratizingwork Italia*  30.09.2021

Democratizzazione, de-mercificazione, de-carbonizzazione: sono le parole d’ordine del Manifesto #democratizingwork lanciato il 16 Maggio 2020 da studiose/i e attiviste/i internazionali per proporre un’uscita dalla pandemia attraverso un modello di sviluppo responsabile in grado di affrontare sia la crisi pandemia che le sue conseguenze. L’iniziativa, originariamente lanciata dalle accademiche Isabelle Ferreras, Dominique Méda e Julie Battilana giunge a un momento di discussione fondamentale che vivrà tra il 5 e il 7 Ottobre nel Global Forum #Democratizework un evento senza precedenti in cui prenderanno parola in più di 100 panel quasi 400 speaker provenienti da oltre 40 paesi nel mondo. Come comitato organizzativo italiano abbiamo deciso di fare la nostra parte all’interno di un movimento globale, provando a costruire in quelle giornate, con l’aiuto di accademici e accademiche, così come di attivisti e attiviste, una discussione in grado di calare sul contesto italiano le tre parole chiave dell’appello.

La pandemia, oltre ad aggravare in tutto il mondo le disuguaglianze già esistenti di classe, etnia e genere, ha messo in luce con inedita chiarezza la necessità di pensare a livello globale un’economia alternativa e più democratica, basata sui bisogni degli individui e della società, improntata alla cura piuttosto che al profitto, al rispetto del lavoro, delle comunità e dell’ambiente. Un progetto che è possibile raggiungere solo pensando alle interrelazioni tra la democratizzazione del lavoro, la demercificazione della società e la decarbonizzazione della produzione. Non più una semplice sommatoria, dunque, non più punti a sé stanti all’interno dell’ennesimo appello, ma pilastri di un’alternativa culturale, politica e economica in grado di funzionare solo se in grado di agire sinergicamente. Non ci può essere alcuna transizione ecologica senza una democratizzazione del lavoro, né si può pensare di avere le risorse necessarie a perseguire il risanamento ambientale senza mettere fine prima alle ondate continue di privatizzazione. L’interazione tra queste parole chiave è, dunque, per noi una base necessaria da cui partire per poter adeguare la società alle sfide sociali e ambientali che si configurano in maniera sempre più nitida all’orizzonte.

In questi mesi di emergenza sanitaria abbiamo visto chiaramente la fragilità delle società occidentali, la cui capacità di prendersi cura di sé stessa è messa irrimediabilmente in crisi dalle conseguenze di decenni di politiche votate alla supremazia del mercato e dei profitti. Da decenni, ormai, le catene globali del valore, unite alla tendenza alla finanziarizzazione delle imprese e dell’intera economia, estraggono sistematicamente risorse – ambientali e umane – senza che soggetti e territori coinvolti possano avere voce nelle decisioni che li riguardano. La politica democratica si è progressivamente svuotata di senso: riempita dalla finta lotta tra ciò che Nancy Fraser chiama i poli del “neoliberismo progressista” e del “populismo reazionario” ha finito per consegnare alla spoliticizzazione intere generazioni, intere aree del mondo, intere classi sociali, che si sentono sempre più impotenti. È successo, in breve, ciò che autori come Norberto Bobbio hanno sottolineato già da molti decenni: la democrazia politica se non diventa anche democrazia sociale non può perdurare.

Per questo, il Manifesto di #democratizingwork si dà come scopo quello di portare la democrazia dove oggi sembra difficile se non impossibile: nei luoghi di lavoro. Se vogliamo immaginare un modello di sviluppo differente, infatti, non possiamo che partire dall’idea che il lavoro non può più essere considerato una semplice risorsa economica. Il lavoro di infermieri, facchini, rider, operatori della logistica e delle cooperative sociali è stato ciò che nei drammatici mesi del lockdown ci ha consentito di prenderci cura di chi è stato colpito dal virus, così come di continuare a poter vivere le nostre vite. Eppure, oggi gli stessi sono nuovamente ricondotti nell’invisibilità perché considerati a “basso valore aggiunto”, marginali in un’economia che vuole riprendere al più presto con l’imperativo del profitto a tutti i costi. Una contraddizione che mostra come gli equilibri che avevano retto il rapporto tra capitale e lavoro nei trenta gloriosi, incardinati su una divisione sociale del lavoro impregnata da immaginari sviluppisti, non solo appaiono svuotati, ma sempre più insostenibili. Non basterà la nostalgia dei tempi andati a condurci fuori dalla pandemia, è giunto il tempo di mettere in atto una vera e propria rivoluzione culturale in grado di occuparsi, in una prospettiva solidale, non solo di come redistribuire la ricchezza ma anche di poter decidere democraticamente quale ricchezza produrre e come produrla.

Per poter democratizzare il lavoro, dunque, è necessario prima di tutto riconoscere che il profitto non è sinonimo di benessere. Al contrario, il sistema nel quale viviamo si basa tuttora sull’estrazione di valore da territori e persone senza che nel processo si generi una ricaduta positiva né per lavoratori e lavoratrici, veri protagonisti della produzione, né per le comunità locali, che vengono invece indebolite nella loro capacità di riprodursi. De-mercificare diventa allora la condizione necessaria per dare valore al lavoro di cura, alle iniziative di solidarietà, al ruolo delle artiste e degli artisti, a quelle iniziative di mutualismo che, particolarmente nei primi mesi di lockdown, abbiamo visto moltiplicarsi nelle nostre città. Il vero dramma della mercificazione totale della società che vediamo farsi sempre più spazio tra le ricette dei piani di ripresa approvati dai governi di tutto l’occidente è che non solo ci sta spingendo ogni giorno di più verso la catastrofe ambientale e sociale, ma sta anche impedendo di dotarci degli strumenti necessari per affrontarla.

Così, mentre dalla crisi economica generata dalla pandemia, che sia con ricette regressive o progressiste, è possibile uscirne, la crisi ambientale si fa ogni giorno più difficile da affrontare. Benché il tema della sostenibilità ambientale sia diventato ormai mainstream al punto da meritare attenzione e proclami da parte di governi e aziende, spesso con intenti di greenwashing, senza una reale partecipazione alle decisioni produttive delle comunità locali e della forza lavoro, la “transizione ecologica” rischia di diventare l’ennesima cornice entro il quale il capitalismo si riorganizza per superare la sua crisi. Non possiamo pensare che le imprese private possano essere le protagoniste solitarie di una riconversione ecologica, né che esse garantiscano un’occupazione sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. Così, se da un lato non possiamo immaginare una ripresa economica senza che questa si possa dare in una chiave di transizione ecologica, dall’altro essa non può che partire da una ritrovata dignità del lavoro e da una trasformazione radicale che metta al centro la partecipazione individuale e collettiva alla produzione di benessere condiviso.     

La pandemia può essere l’occasione di un cambiamento radicale, certo. Ma si deve superare il determinismo del “nulla sarà come prima” o del “ne usciremo migliori”. L’esito dipende dagli attori che giocano la partita, dalla forza che saranno in grado di esercitare, dalle dinamiche del conflitto già in essere per quanto a volte non immediatamente percepibili: non ci sono solo le lotte per il lavoro e nei posti di lavoro, per difendere o conquistare diritti sociali e politici, le campagne di difesa dell’ambiente, ma anche le ristrutturazioni aziendali, i licenziamenti, i tagli del welfare, la deregolazione del mercato del lavoro, il greenwashing, i piani di investimento e “di resilienza” decisi dalle élite, i “patti per il lavoro” attenti alla moderazione salariale più che alle esigenze di una classe lavoratrice sempre più impoverita. Nonostante siano spesso seppelliti da editoriali fiume e da ore di approfondimento televisivo sul nulla, viviamo una società segnata profondamente dai conflitti. Sappiamo che il capitalismo ha le capacità di mutare e di riprodursi, ma il modo in cui proverà a farlo, il risultato a cui si arriverà non è scontato. Gli effetti che produrrà sulle società locali e sugli equilibri mondiali dipendono soprattutto dalla capacità di elaborare idee alternative e di organizzarsi nei conflitti che continueranno a prodursi sui confini tra lavoro e ambiente, tra economia e politica, tra natura e società.

Per questo, come comitato organizzativo italiano del Global Forum pensiamo che tali obiettivi possano essere raggiunti soltanto attraverso un movimento culturale e politico in grado, allo stesso tempo, di pensare globale e di agire a livello locale. Abbiamo deciso di dar vita all’interno di questa cornice a una discussione che possa declinare in chiave nazionale la democratizzazione del lavoro, la de-mercificazione della società e la decarbonizzazione della produzione perché siamo convinti che per superare le secche del dibattito italiano sia necessario avviare una riflessione ampia e profonda in grado di sottrarsi da un’afasia che sembra pervadere la politica. Si tratta, dunque, di fare la nostra parte all’interno di un movimento globale perché questo ci sembra essere l’unico modo per riappropriarci della politica a casa nostra. È solo così che pensiamo sia possibile dar vita a un’alternativa politica, sociale culturale all’altezza delle sfide del nostro tempo.

Invitiamo dunque tutti coloro che condividono l’esigenza di un movimento globale a partecipare alle giornate del Global Forum e, in particolare, ai panel che abbiamo costruito a partire dalle esigenze dei nostri territori oltre che all’Assemblea pubblica di #democratizingwork Italia del 7 Ottobre alle ore 20:00 in cui ci ritroveremo come rete italiana per discutere come proseguire collettivamente questo percorso.

***Ricordiamo inoltre che per partecipare è necessario iscriversi a questo link e che potete trovare il programma con tutti i panel qui.

 ***Qui il programma degli incontri italiani:

 𝟓 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞

– 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟎: 𝐂𝐨𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚𝐝𝐢𝐧𝐢 𝐞 𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐚𝐠𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨
Con: Paolo Venturi (Aiccon, Università di Bologna), Carmelo Rollo (Legacoop Puglia), Maria Ramella (Brigì community cooperative)
Modera: Francesca Martinelli (Fondazione Centro Studi Doc)

Supporto tecnico: Chiara Faini (Fondazione Innovazione Urbana)

– 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟒.𝟑𝟎: 𝐎𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐚: 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢/𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐫𝐢𝐜𝐢, 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞 𝐫𝐞𝐜𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐞
Con: Rosa Fioravante (Università di Urbino), Antonio Caselli (Greslab), Luca Federici (Rimaflow)
Moderazione: Francesco Gentilini (Rete Italiana Imprese Recuperate) 

Supporto tecnico: Guido Cavalca (Università di Salerno)

 𝟔 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞

– 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟎: 𝐋𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞. 𝐅𝐫𝐚𝐠𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐯𝐢𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞
Con: Bertram Niessen (direttore scientifico di Chefare) Tommaso Sacchi (Assessore alla Cultura del Comune di Firenze), Piersandra Di Matteo (drammaturga e direttrice artistica di Short Theatre)
Modera: Chiara Faini (Fondazione Innovazione Urbana)

Supporto tecnico: Francesca Martinelli (Fondazione Centro Studi Doc)

– 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟏.𝟒𝟓: 𝐃𝐞𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨. 𝐒𝐚𝐥𝐚𝐫𝐢𝐨, 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢, 𝐰𝐞𝐥𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐫𝐢𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐚𝐫𝐢𝐨
Con Roberto Ciccarelli (giornalista de il Manifesto e saggista), Cristina Morini (ricercatrice indipendente e saggista), Angelo Junior Avelli (Deliverance Milano)
Modera: Paolo Borghi (Università di Milano) 

Supporto tecnico: Francesca Martinelli (Fondazione Centro Studi Doc)

– 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟑.𝟑𝟎: 𝐈𝐧 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐀𝐝𝐢𝐥 𝐁𝐞𝐥𝐚𝐤𝐡𝐝𝐢𝐦: 𝐚𝐥𝐠𝐨𝐫𝐢𝐭𝐦𝐢, 𝐬𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐧𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐥𝐨𝐠𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚
Con: Vando Borghi (Università di Bologna), Lisa Dorigatti (Università di Milano)
Francesco Massimo (Sciences-Po Paris)
Moderazione e supporto tecnico: Marco Marrone (Cà Foscari Università di Venezia)

– 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟒: 𝐃𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐧𝐝𝐞𝐦𝐢𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐧𝐝𝐞𝐦𝐢𝐚, 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 𝐬𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞. 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐮𝐫𝐚?
Con: Sabrina Marchetti ((Cà Foscari Università di Venezia) Alberto Campailla (Nonna Roma) e Marie Moïse (Università di Padoca) 

Moderazione e supporto tecnico: Paolo Borghi (Università di Milano)

 𝟕 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞

– 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟓.𝟎𝟎 𝐄𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 𝐞 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥‘𝐀𝐧𝐭𝐫𝐨𝐩𝐨𝐜𝐞𝐧𝐞
Con Stefania Barca (Universidade de Santiago de Compostela), Andrea Ghelfi (University of Nottingham), Luigi Pellizzoni (Università di Pisa)
Modera: Emanuele Leonardi (Università di Bologna) 

Supporto tecnico: Maura Benegiamo (Università di Pisa)

–𝐨𝐫𝐞 𝟐𝟎.𝟎𝟎 Assemblea pubblica di #democratizingwork Italia (𝐌𝐞𝐞𝐭 𝐚𝐧𝐝 𝐌𝐢𝐧𝐠𝐥𝐞)

*Il comitato scientifico del Global Forum on Democratizing Work che ha organizzato il ciclo di conferenze italiane è composto dai ricercatori e attivisti: Paolo Borghi (Università di Milano), Guido Cavalca (Università di Salerno), Chiara Faini (Fondazione per l’Innovazione Urbana), Rosa Fioravante (Università degli Studi di Urbino Carlo Bo), Marco Marrone (Università Ca’ Foscari) e Francesca Martinelli (Fondazione Centro Studi Doc).

Next generation, climate litigations

Pre Cop26. La difesa di diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, all’alimentazione sono istanze universali che uniscono ormai, dalle piazze ai tribunali, il destino di popoli, paesi e generazioni diverse

Marica Di Pierri  30.09.2021

Molti occhi sono puntati in questi giorni su Milano, ove si celebrano due appuntamenti di rilievo nella strada che porterà all’attesissima COP26 sui cambiamenti climatici di Glasgow. Il primo, particolarmente significativo, è la COP dei giovani, o Youth COP, in corso da martedì scorso e che si concluderà oggi, 30 settembre. Poi verrà la Pre-COP, ultima occasione formale per i paesi membri della Convenzione ONU sul climate change di definire i dettagli negoziali prima del vertice scozzese di novembre.

Gli oltre 400 giovani giunti a Milano da tutto il mondo sono rappresentanti di una generazione in prima fila nel rivendicare giustizia climatica e diritti fondamentali. Diritti che, oltre a guardare al tempo presente, sono sempre più declinati al tempo futuro.
Numerosi report, promossi da agenzie ONU, Ong e centri studi indipendenti, hanno analizzato negli anni il crescente impatto del clima sui minori. Bambini e giovani rappresentano il 30% della popolazione mondiale; costituiscono il gruppo più numeroso di persone colpite e sono al contempo più vulnerabili degli adulti ai suoi impatti. È sulle nuove generazioni che ricadranno i costi maggiori dei cambiamenti climatici.

Non a caso i giovani attivisti climatici sono stati protagonisti in questi ultimi, drammatici anni, di straordinarie mobilitazioni, di denunce lucide e accorate scagliate in faccia ai grandi della terra, nonché di un numero crescente di cause legali contro Stati e governi, intentate anche in nome delle giovani generazioni e per conto di quelle future.
La difesa di diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, all’alimentazione sono istanze universali che uniscono ormai, dalle piazze ai tribunali, il destino di popoli, paesi e generazioni diverse.

Anche a Milano, come avverrà a Glasgow, le climate litigations sono tra gli strumenti di battaglia climatica che destano maggiore attenzione. A ritrovarsi a confronto nell’iniziativa Next generation: climate litigation, promossa dalla Climate Open Platform nelle giornate della YouthCOP, i protagonisti di alcune delle più significative azioni legali climatiche europee.

A partire dall’ «Urgenda case» che ha ottenuto nel 2019 in Olanda la prima pronuncia europea favorevole ai ricorrenti aprendo la strada al filone processuale anche in Europa, si contano ormai nel vecchio continente casi climatici in ben 18 paesi: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Polonia, Spagna, Svizzera, Regno Unito, Olanda, Slovenia, Svezia, Ucraina. E, non ultimo, Italia. Anche l’Italia ha infatti da giugno ha la sua causa climatica, lanciata da A Sud e promossa dalla Campagna Giudizio Universale, cui aderiscono oltre 100 realtà di tutto il paese.

In molti dei contenziosi citati, centrale è il tema della giustizia intergenerazionale. Un anno fa in Portogallo sei giovani tra i 9 e i 22 anni hanno presentato ricorso contro 33 paesi europei davanti alla Corte Europea di Strasburgo, accusandoli di violare i diritti umani e mettere a rischio le future generazioni. In Germania, la Corte Costituzionale Federale ha accolto nel maggio scorso il ricorso presentato da un gruppo di giovani attivisti, sostenuti da alcune organizzazioni tra cui Fridays For Future.

La storica sentenza ha bocciato la legge tedesca sul clima, rilevando che nel non indicare la road map di riduzione delle emissioni dopo il 2030, stava scaricando «in modo irreversibile i maggiori oneri di riduzione delle emissioni su periodi successivi al 2030». In altre parole: violava i diritti dei più giovani. Anche il caso italiano, Giudizio Universale, cui prima udienza è fissata per il prossimo 14 dicembre, vede tra i ricorrenti ben 17 minori: tra le argomentazioni presentate al Tribunale Civile di Roma si fa riferimento al dovere dello Stato di proteggere il sistema climatico «per la presente e le future generazioni», come previsto dall’UNFCCC dall’Accordo di Parigi.

È dunque in nome del diritto al futuro che le nuove generazioni portano alta la bandiera della giustizia climatica e si candidano a dettare ai leader del mondo tempi e modi per agire con rapidità e decisione contro quella che è già oggi la più grave violazione dei diritti intergenerazionali della storia.

* Associazione A Sud