NESSUNA SCELTA. SOLO “ESORTAZIONI”. da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NESSUNA SCELTA. SOLO “ESORTAZIONI”. da IL MANIFESTO

Sulla transizione energetica la Ue in ordine sparso

Doccia scozzese. Niente accordo al vertice dei capi di Stato e di governo. Ogni Paese difende i suoi interessi. La palla passa ora ai ministri dell’Ambiente

Anna Maria Merlo  22.10.2021

Non è neppure più l’ora del blablabla sul clima e la transizione ecologica, malgrado i 177 miliardi che la Ue ha stanziato per la transizione climatica (per i 22 paesi che hanno ottenuto finora l’approvazione del piano di rilancio). I prezzi dell’energia esplodono e i governi della Ue temono le rivolte in stile gilet gialli. Ieri, al Consiglio europeo i 27 sono arrivati e sono rimasti divisi, la maggioranza presa nel ciclone dell’immediatezza ha messo tra parentesi i programmi di riduzione di Co2. Sul tavolo la toolbox della Commissione per far fronte alla crisi a breve: gli stati sono invitati a usare gli strumenti proposti dalla «cassetta» degli attrezzi della Commissione. Cioè aiuti di emergenza alle famiglie (35 milioni di europei sono in difficoltà energetica), aiuti di stato alle imprese, diminuire le tasse (che pesano in media per un terzo del prezzo finale), misure già adottate in vari paesi, a cominciare da Spagna, Italia, Portogallo, Grecia, Slovenia, ieri la Repubblica ceca ha messo l’Iva a zero per gas e elettricità, la Francia ha annunciato il blocco dei prezzi di gas e elettricità per tutto il 2022 e darà 100 a chi ha un salario inferiore ai 2.000 euro mensili.

I capi di stato e di governo non firmano conclusioni precise ma solo «esortazioni» e passano la patata bollente ai ministri dell’Ambiente, che si riuniscono il 26 ottobre a Lussemburgo, per definire delle misure a medio e lungo termine. Il blablabla delle «ambizioni» Ue torna per la Cop26 di Glasgow di fine mese con l’impegno a intervenire a favore della transizione energetica: ieri, Germania, Olanda, Danimarca e Svezia si sono schierate contro misure che possano interferire sulla transizione energetica. Restano grandi divisioni sulla strada da seguire. I 27 partono da mix energetici diversi tra paesi, che dipendono dalle politiche nazionali, non comunitarie. Francia e Germania si scontrano sul nucleare: per Parigi deve far parte della «tassonomia» per la transizione, Berlino difende il gas (e l’accordo con la Russia attraverso il North Stream 2). I 27 danno mandato alla Bei per aumentare gli investimenti nella transizione, tutti sottolineano che questa nuova crisi mette in luce un’eccessiva dipendenza dall’import di energia, per la Commissione è «una questione di sovranità del XXI secolo». Ma non c’è accordo tra chi continua a pensare, come la Commissione, che non devono essere toccati i meccanismi di mercato, che hanno permesso alla Ue di essere l’unica regione al mondo che non conosce blackout, e i paesi che pensano che ci voglia un intervento pubblico, sostenuto da Bruxelles.

Per Mario Draghi, l’intervento pubblico «è necessario» per la transizione energetica (e per il digitale). La proposta della Spagna di fare acquisti di gruppo di gas e fare stock comuni verrà «studiata», ma Germania e paesi del nord (Olanda, Danimarca, Finlandia, Austria) non sono per niente convinti. Per questi stati l’aumento di prezzo è una questione temporanea, legata alla ripresa a razzo del dopo-Covid e a termine la situazione tornerà normale. Solo il 50% degli stati membri hanno un obbligo nazionale di stoccaggio del gas, alcuni hanno riserve basse (Austria, Olanda), la Commissione propone una strategia a livello «regionale». Alla fine ognuno difende i propri interessi: la Grecia propone di essere la testa di ponte per l’importazione di gas dall’Egitto, la Francia pensa a una riforma del funzionamento del mercato dell’energia (vorrebbe potersi «sganciare» quando il prezzo marginale è troppo alto – è calcolato su quello del gas – per poter approfittare del prezzo interno meno alto dell’energia nucleare). La Polonia difende il carbone e chiede di rimandare il Green Deal e il programma Fit for 55.

Altro grande argomento al Consiglio di ieri: la Polonia e il non rispetto dello stato di diritto, sfida esistenziale per la Ue. Anche su questo fronte nessuna «conclusione» precisa. Bisogna aspettare la decisione della Corte di Giustizia europea, a cui ha fatto ricorso Varsavia (con Budapest) contro la «condizionalità» dei finanziamenti, oppure agire subito per bloccare la deriva dell’illegalità polacca, dove per il tribunale costituzionale c’è il «primato» delle leggi nazionali su quelle europee? Angela Merkel, al suo vertice di addio, difende il «dialogo». Emmanuel Macron si allinea, perché vuole evitare che la Polonia crei problemi durante l’imminente presidenza francese del Consiglio (da gennaio, ad aprile ci sono le presidenziali). Solo il Benelux è impaziente per applicare le sanzioni. La Commissione ha messo sul tavolo tre opzioni: nuova procedura di infrazione (ma ce ne sono già 4 in corso contro Varsavia); ricorso all’articolo 7 (ma c’è già una procedura dal 2017 e per arrivare alle sanzioni ci vuole l’unanimità, Polonia e Ungheria si spalleggiano a vicenda); applicare la condizionalità sui finanziamenti, regolamento in vigore dal 1° gennaio.

L’Europarlamento ha votato ieri (502 voti a favore su 671) per denunciare la Commissione se non farà rispettare lo stato di diritto in Polonia, attraverso l’applicazione della «condizionalità» (blocco dei finanziamenti) e una nuova procedura articolo 7. Ieri, in una lettera ai 27, il presidente David Sassoli denuncia: «mai la Ue è stata messa in discussione in modo così radicale».

E’ il primo Consiglio da mesi dove il Covid non è l’argomento principale. Ma la pandemia preoccupa ancora. In particolare i baltici, Romania e Bulgaria, dove le contaminazioni esplodono, la vaccinazione è bassa e può mettere in crisi la libera circolazione. Imbarazzo su Covax, il programma internazionale di aiuti: la Ue, che ha ordinato 4 miliardi di dosi, ne ha esportato un milione in 150 paesi, e ha promesso 250 milioni entro fine anno, ma per ora è ferma a 56 milioni di doni.

 

Una lobby di Paesi inquinatori per «annacquare» la Cop26

La denuncia di Greenpeace e Bbc. Pressioni sul gruppo di scienziati al lavoro sul rapporto delle Nazioni unite

Luca Martinelli  22.10.2021

«Una fuga di documenti rivela che alcune nazioni stanno facendo pressioni per cambiare un rapporto chiave sul clima» titolava ieri mattina Bbc News. A dieci giorni dall’avvio della Conferenza Onu sul clima, la Cop26 di Glasgow, Greenpeace UK ha offerto un gigantesco scoop ai giornalisti della principale emittente pubblica del mondo, passando loro oltre 32.000 osservazioni presentate da governi ma anche da aziende e da altre parti interessate al team di scienziati che compilano il rapporto delle Nazioni unite progettato per riunire le migliori prove scientifiche su come affrontare il cambiamento climatico.

L’analisi dei documenti mostra infatti che alcuni Paesi – e tra questi ci sono senz’altro Brasile, Argentina, Australia, Giappone, Arabia Saudita e altri Stati membri dell’Opec, l’organizzazione dei produttori di petrolio – starebbero cercando di «annacquare» il prossimo rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico nato nel 1988 e Nobel per la Pace nel 2007. In particolare, si vorrebbe arrivare ad eliminare o indebolire la parte conclusiva del report, che afferma (ma non è una novità) che per contenere l’innalzamento delle temperature medie globali entro 1,5° – seguendo la traiettoria tracciata dopo la firma dell’Accordo di Parigi, ormai sei anni fa – dovremmo rapidamente cessare l’estrazione di fonti fossili come carbone, petrolio e gas.

Eppure, chi a parole lotta contro il cambiamento climatico nella pratica fa altro: secondo un consigliere del ministero del petrolio saudita, frasi come «la necessità di azioni di mitigazione urgenti e accelerate a tutte le scale…» dovrebbero essere eliminate. Un alto funzionario del governo australiano, invece, rifiuta la conclusione che la chiusura delle centrali a carbone, uno degli obiettivi dichiarati della Cop26, sia necessaria. Va da se che l’Arabia Saudita è uno dei più grandi produttori di petrolio del mondo e l’Australia è un grande esportatore di carbone. L’Istituto centrale indiano per la ricerca di minerali e combustibili avverte che il carbone rimarrà probabilmente il pilastro della produzione di energia per decenni.

E l’India è il secondo maggior consumatore di carbone al mondo. Se si vanno a toccare altri aspetti collegati al climate change, il tenore dei messaggi non cambia: il Brasile e l’Argentina, due dei più grandi produttori di prodotti a base di carne e di colture per l’alimentazione animale nel mondo (come la soia), si oppongono alla richieste di una dieta verde, il cui pilastro è la riduzione del consumo di carne. Dalla Svizzera arrivano commenti per modificare le parti del rapporto che sostengono che i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno del sostegno, in particolare finanziario, dei Paesi ricchi. Alcuni Paesi dell’Europa dell’Est, come Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia, sostengono che la relazione manca della necessaria apertura sul ruolo che l’energia nucleare può giocare nel raggiungimento degli obiettivi sul clima, mentre l’India va oltre e sostiene un «pregiudizio» contro il nucleare.

E dato che la tecnologia sarebbe la risposta, Arabia Saudita, Cina, Australia, Giappone e Opec – grandi produttori o utenti di combustibili fossili – sostengono la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS). Invitano, cioè, a non ridurre le emissioni, a patto di poterle nascondere sottoterra. Una non soluzione. «Questo incontro di Glasgow è un momento vitale in cui i governi devono essere coraggiosi» ha detto Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International, intervistata da The Associated Press. «Lavorare dietro le quinte per cercare di cancellare la letteratura scientifica per me mostra solo la misura in cui stanno cercando di fermare tutti i progressi o qualsiasi progresso possibile per risolvere la crisi del clima» ha aggiunto.

L’azione di pressione, ha spiegato Morgan, è guidata dalle grandi imprese, alcune delle quali parteciperanno ai lavori della Cop26 accompagnando le delegazioni governative. «Un piccolo gruppo di Paesi – sottolinea Morgan – continua a mettere i profitti di poche aziende davanti agli interessi di tutte le persone», e «invece di eliminare gradualmente la produzione di fonti fossili e gli insostenibili allevamenti intensivi, continuano a usare ogni occasione per proteggere gli interessi di pochi, mentre il Pianeta brucia. Tutto questo, mentre continuano a reclamizzare soluzioni fasulle come la cattura e lo stoccaggio sotterraneo della CO2» sottolinea Greenpeace. «Ci sarà un grande sforzo di greenwashing a Glasgow e deve essere riconosciuto» ha concluso Morgan.

Oggi intanto i giovani di Fridays for future scendono di nuovo in piazza per il clima, un altro sciopero in vista di Cop 26 che tra pochi giorni comincia a Glasgow, in Scozia, tra le defezioni annunciate di diversi leader dei paesi tra l’altro più inquinatori del Pianeta.

«Aumenta la produzione di carbone e petrolio»

Il rapporto Onu. Quindici Stati insistono con un uso eccessivo di combustibili fossili

Luca Martinelli  22.10.2021

Greta aveva ragione: il bla bla bla dei governi sul clima, quello denunciato a fine settembre dalla leader di Fridays for Future durante l’appuntamento dello Youth4Climate, alla PreCop26 di Milano, è ora messo nero su bianco dall’Unep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

Il documento che sintetizza l’inazione sul fronte della tanto declamata decarbonizzazione si chiama «Production Gap Report», ed è realizzato in collaborazione con una quarantina di ricercatori di Stockholm Environment Institute (SEI), International Institute for Sustainable Development (IISD), Overseas Development Institute (ODI) ed E3G. Nel 2021, il rapporto è arrivato alla terza edizione. «La ricerca è chiara: la produzione globale di carbone, petrolio e gas deve iniziare a diminuire immediatamente e bruscamente per essere coerente con la limitazione del riscaldamento a lungo termine a 1,5°C. Tuttavia, i governi continuano a pianificare e sostenere livelli di produzione di combustibili fossili che sono di gran lunga superiori a quelli che possiamo bruciare in sicurezza» ha commentato Ploy Achakulwisut, tra i principali autori del rapporto e scienziato del Sei.

Il 2021 Production Gap Report – diffuso dall’UNEP il 20 ottobre – fornisce i profili di 15 grandi Paesi produttori: sono Australia, Brasile, Canada, Cina, Germania, Kazakhstan, India, Indonesia, Messico, Norvegia, Russia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti. La maggior parte di questi governi, che fanno parte del G20 e saranno a Roma alla fine della prossima settimana, continua a fornire un significativo sostegno politico alla produzione di combustibili fossili.

In particolare, il rapporto evidenzia come i governi stiano pianificando di produrre entro nel 2030 il 110% in più di combustibili fossili rispetto a quanto sarebbe coerente con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5°C e il 45% in più di quanto sarebbe compatibile con una limitazione del riscaldamento a 2°C. Il divario di produzione è più ampio per il carbone: i piani di produzione dei governi e le proiezioni di produzione dei governi porterebbero a circa il 240% in più di carbone, il 57% in più di petrolio e il 71% più gas nel 2030 rispetto ai livelli globali coerenti con la limitazione del riscaldamento a 1,5°C. Il divario di produzione è rimasto in gran parte invariato rispetto alle precedenti valutazioni, ovvero ai rapporti pubblicati nel 2019 e 2020. I governi stanno complessivamente pianificando di aumentare la produzione di gas fino addirittura al 2040.

Sono discorsi sentiti anche in Italia, del metano come strumento della transizione ecologica. E invece, questa continua espansione a lungo termine espansione della produzione di gas è incoerente con i limiti di temperatura di Parigi. Lo dice l’Unep. Che nel rapporto spiega anche che se le tecnologie di rimozione dell’anidride carbonica, i palliativi come il Carbon Capture and Storage (CCS), non si sviluppano su larga scala, la produzione di combustibili fossilidovrebbe diminuire ancora più rapidamente.

Nella sua introduzione al rapporto, Inger Andersen – direttore esecutivo di Unep – sottolinea che il Production Gap Report «mette in luce il percorso che i governi devono prendere per allineare la loro fornitura di combustibili fossili con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Finora, questa azione è stata in gran parte limitata alla promozione della cattura e dello stoccaggio del carbonio e minimizzare le emissioni dai processi di estrazione. Tuttavia, come mostra il rapporto di quest’anno, queste misure da sole sono insufficienti e non possono sostituire una riduzione globale e a lungo termine di carbone, petrolio e gas». La decarbonizzazione, insomma, dev’essere reale.