MAGIS UT VALEAT da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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MAGIS UT VALEAT da IL MANIFESTO

Una vera «rivoluzione verde» per la nostra Costituzione

Riforme. Le modifiche sulla tutela ambientale agli articoli 9 e 41 approvate in senato sono troppo generiche e possono perfino imbrigliare la forza propulsiva della Carta

Gaetano Azzariti  19.06.2021

Si vuole introdurre in Costituzione un’esplicita previsione di tutela ambientale. Ci si interroga però sulla reale forza innovatrice di una simile revisione. Sarebbe, infatti, un errore cambiare la Costituzione perché nulla cambi.

La sfida riguarda allora il «modello di sviluppo»: detto in sintesi, passare da un’idea di sviluppo basato sul primato economico-finanziario, a quella di uno sviluppo ecosostenibile come priorità. Un vero e proprio cambiamento di paradigma.

Per conseguire quest’obbiettivo non basta inscrivere in Costituzione un generico «diritto all’ambiente», è anche necessario affermare uno specifico dovere di rispettare l’ecosistema da parte di tutti i soggetti dell’ordinamento giuridico, siano essi pubblici ovvero privati. Chiediamoci allora se il disegno di legge approvato dal Senato risponde – in tutto o in parte – a questa prospettiva di radicale rovesciamento.

Le modifiche proposte coinvolgono due articoli. Si aggiunge la tutela ambientale a quella del paesaggio (art. 9); si pongono l’ambiente e la salute tra i limiti espressi all’attività economica dei privati, assegnando inoltre alle leggi il compito di indirizzare e coordinare l’attività economica pubblica e privata a fini ambientali, oltre che sociali (art. 41).

La prima modifica (l’aggiunta della tutela ambientale a quella del paesaggio) non cambia granché, si limita infatti a recepire un principio di fatto già presente nel nostro ordinamento giuridico. La normativa in materia ambientale, ma anche un’ampia giurisprudenza ordinaria, costituzionale e sovranazionale, hanno da tempo affermato l’esistenza di un diritto soggettivo all’ambiente.

Non sempre però questo diritto riesce ad affermarsi e a prevalere su altri diritti, quelli d’ordine economico e sociale in particolare.

Ecco perché sarebbe necessario – se si vuole realmente cambiare modello di sviluppo – aggiungere un comma di chiusura del seguente tenore: «È compito della Repubblica promuovere lo sviluppo ecologico e ambientale anche in ambito sociale ed economico e realizzare le condizioni necessarie a rendere effettivo tale diritto».

Nulla di più, perché in Costituzione si scrivono principi e non regole; ma anche nulla di meno, perché i principi costituzionali devono avere una propria forza prescrittiva che si impone alla legislazione ordinaria e alle decisioni dei giudici.

Qualora tra i principi fondamentali della Costituzione si dovesse affermare una esplicita «superiorità in grado» dell’ambiente rispetto alle libere dinamiche sociali ed economiche diventerebbe poi difficile adottare una normativa a scapito dell’equilibrio eco- ambientale.

Si verrebbe, infatti, a modificare il bilanciamento tra diritti, sicché le norme che non dovessero rispettare l’ambiente sarebbero, nella gran parte dei casi, suscettibili di essere dichiarate illegittime.

È noto in effetti che il sacrificio del bene ambientale non avviene normalmente in sé (non si inquina tanto per inquinare) ma per favorire altri interessi. È quando il diritto all’ambiente si scontra con altri diritti anch’essi costituzionalmente protetti – come quello d’iniziativa economica ovvero quello al lavoro – che la tutela ambientale ha spesso la peggio, soccombendo nell’opera di bilanciamento che viene effettuata prima dal legislatore in sede politica, poi dalla Corte costituzionale in sede di sindacato di legittimità.

Il caso più noto è quello dell’Ilva, ma in molti altri casi si sono giustificare produzioni altamente inquinati, si è ammessa la prosecuzione di incentivi per attività nocive alla salute e all’ambiente, non si è ostacolato l’inizio di attività prive di verifiche preventive di compatibilità o contrarie ai principi di precauzione, in nome di diritti e interessi che si ritiene di dover tutelare anche se questi si pongono in conflitto con l’ambiente.

 Lo scopo della riforma dovrebbe essere quello di impedire tutto ciò, stabilire un diverso equilibrio rafforzando nel bilanciamento il valore della tutela ambientale, cambiare le priorità e indicare – in questo modo – un diverso «modello di sviluppo» rispetto all’attuale.

Se fosse la Costituzione direttamente a prescrivere una tutela privilegiata dell’ecosistema che debba imporsi anche in ambito economico e sociale, la Corte, e prima ancora il legislatore, non potrebbero più disattendere le istanze ambientali.

Non potrebbe più, ad esempio, il nostro giudice di costituzionalità affermare che «tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile, pertanto, individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri». È stato così che la Consulta ebbe a motivare la propria decisione nel caso dell’Ilva (sent. n. 85 del 2013), legittimando la prosecuzione dell’attività inquinante dello stabilimento di Taranto.

La modifica proposta all’articolo 9 rafforzerebbe e chiarirebbe altresì la portata delle integrazioni che si vogliono introdurre all’articolo 41. In questo caso – s’è detto – si vuole aggiungere l’ambiente e la salute tra i limiti espressi all’attività economica privata, nonché indirizzare tale attività (anche quella pubblica) a perseguire finalità «sociali e ambientali».

Sono modifiche tutt’altro che secondarie. Il vero rischio è che non siano assunte nella loro piena forza normativa, come spesso capita ai principi costituzionali che rimangono inattuati ovvero come accade a prescrizioni pur puntuali che però vengono interpretate minus quam valeat. Un’esplicita indicazione sul primato dello sviluppo eco-ambientale (e non solo – come va invece di moda – genericamente «sostenibile») posta tra i principi fondamentali della Costituzione, fornirebbe una solida «copertura» alla interpretazione magis ut valeat dell’ambiente come limite e come indirizzo all’attività economica privata e pubblica così come indicato nell’ipotesi di modifica dell’articolo 41 della nostra Costituzione.

La «rivoluzione green» di cui tutti parlano comincerebbe allora a passare dalle parole ai fatti, iniziando dalla forza propulsiva della Costituzione. Questo Parlamento è in grado di assumere una così impegnata prospettiva?

Recovery Plan, il «nucleo tecnico» una dichiarazione di guerra di Draghi

Marco Bersani  19.06.2021

Mentre è imminente l’arrivo in Italia della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che dovrà benedire il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) presentato dal governo italiano, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha attivato una nuova struttura «tecnica» per la gestione dei fondi che dovranno arrivare.

Si chiamerà «Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica» e, per i cultori della leggenda di un Draghi neo-keynesiano, ansioso di riscoprire gli insegnamenti adolescenziali del compianto Federico Caffè, l’impatto non sarà senza conseguenze.

I «fab five» che parteciperanno alla struttura sono Carlo Cambini, Francesco Filippucci, Marco Percoco, Riccardo Puglisi e Carlo Stagnaro, economisti della più stretta cerchia liberista, per i quali varrebbe da subito la domanda: «Perché assegnare la valutazione sugli investimenti pubblici a persone che pensano che lo Stato non dovrebbe esercitare alcun ruolo nell’economia, se non quello di facilitarne l’apertura ai mercati?»

Fra questi – tutti maschi, of course – la figura più emblematica è Carlo Stagnaro, fondatore e ora direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni. Cosa sia questo istituto lo dice la sotto-denominazione «Idee per il libero mercato» e la mission: «Dare il contributo alla cultura politica italiana, affinché siano meglio compresi il ruolo della libertà e dell’iniziativa privata, fondamentali per una società davvero prospera e aperta».

Proviamo a spaziare fra alcune delle loro analisi.

Ecco come sintetizzano la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua: «(..) In questi dieci anni non c’è stato spazio per una operazione verità sul reale contenuto dei quesiti e sull’ingannevolezza della retorica che li ha circondati e animati e che ha fatto letteralmente deragliare il dibattito pubblico. Sarebbe sbagliato dire che il populismo è nato in quelle giornate di giugno, ma i referendum sull’acqua ne hanno rappresentato una poderosa prova di forza» .

Dall’acqua alla crisi climatica, ed ecco l’Istituto Bruno Leoni dileggiare a più riprese Greta Thunberg e i movimenti ecologisti («priva di ogni modestia intellettuale, la liceale Thunberg ha già deciso che esiste un riscaldamento globale di origine antropica»); sostenere analisi di negazionisti climatici («Le basi scientifiche del global warming sono ancora controverse e gli effetti dell’attività umana sul clima sono motivo di accesi dibattiti. L’organismo preposto a informare e consigliare i governi sulle politiche climatiche (l’IPCC) si è dimostrato parziale e tendenzioso» ); fino ad aderire alla Cooler Heads Coalition, una coalizione conservatrice internazionale, dedita esclusivamente ad affermare il negazionismo climatico.

E che dire di un ricco pamphlet pubblicato dallo stesso Carlo Stagnaro nel 2003 intitolato «Una società armata è una società libera» sul diritto di possedere armi (naturalmente contro il monopolio dello Stato), con tanto di citazione di Adolf Hitler in apertura?

Se Stagnaro è la figura più impresentabile, anche il quartetto degli altri nominati condivide l’impostazione di fondo, che, di fatto, rappresenta la cifra culturale dello stesso Mario Draghi: il mercato è il fulcro della società, sono i profitti delle imprese a determinare il benessere sociale, è il privato a garantire efficienza e solidità.

Con questo team di economisti, Draghi si prefigge l’obiettivo di chiudere definitivamente tutte le faglie aperte dalla pandemia nella narrazione liberista e di dare il via ad una nuova stagione di espropriazione sociale guidata dai grandi capitali della finanza, dell’impresa e della rendita.

È una dichiarazione di guerra a tutte e tutti coloro che in questo anno e mezzo hanno detto chiaramente come la pandemia non fosse un’incidente di percorso, bensì un eccezionale evidenziatore di tutte le insuperabili contraddizioni del modello capitalistico e come fosse necessario mettere in campo la sfida per un’alternativa di società, che opponesse il «noi» all’«io», la cura alla competizione, l’interdipendenza alla predazione, l’uguaglianza al dominio.

Forse è giunto il momento di dire a chiare lettere tanto al Governo, quanto ad un Parlamento unanimemente allineato, che non siamo stati chiusi un anno e mezzo per farci riportare a una normalità che abbiamo da subito considerato il problema e non la soluzione.