LOSCIOPERO DEL DEBITO SALVA LA TERRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LOSCIOPERO DEL DEBITO SALVA LA TERRA da IL MANIFESTO

«1,5 gradi? Un obiettivo irraggiungibile»

Intervista. Il meteorologo Luca Lombroso, observer a Glasgow, traccia un bilancio della Cop26

Serena Tarabini  18.11.2021

Chiusi i battenti della attesissima COP26, a un estremo c’è chi parla di successo (Boris Johnson dice «un colpo mortale al carbone»), all’altro chi di parla di flop (per Fridays’ for future è «l’ennesimo fallimento»). In mezzo tanti giudizi intermedi. Chiediamo una valutazione della COP26 e dello stato del pianeta a Luca Lombroso, meteorologo Ampro, che era a Glasgow come observer per l’Osservatorio Geofisico dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Luca Lombroso, sarebbe forse più costruttivo rinunciare alla dicotomia successo/fallimento quando si parla di COP?

Si, è bene non giudicare la COP sotto questi due opposte visioni. La Conferenza delle Parti è una sorta di «assemblea di condominio del Pianeta Terra», o se preferiamo l’unico tentativo di Parlamento globale, peraltro limitato appunto al clima. La decisione di una COP avviene con metodo di consenso, non a maggioranza. E’ un metodo di decisione diverso, per certi versi anche più equo e democratico di una decisione a maggioranza. E peraltro quale sarebbe la soglia e riferimento, se all’Onu si decidesse a maggioranza? Il numero di Stati in termini assoluti? La popolazione? Il reddito pro capite? Consenso significa non unanimità, non si vota, ma anche che nessuno si oppone. E il consenso porta inevitabilmente al compromesso. Anche a Parigi, anche a Kyoto, si voleva di più, a Parigi si provò a inserire la parola «decarbonizzazione», neanche era pensabile accennare indirettamente a carbone o combustibili fossili. Valutando da questo punto di vista Glasgow ha raggiunto comunque un risultato, anche se per il clima serve molto di più.

Chi ne esce contento e chi no?

Diciamo che la COP può essere vista e giudicata secondo diversi punti di vista e secondo diverse visioni, dipende da come è stata vissuta. Il giudizio può cambiare insomma in base al «cappello» che un partecipante indossa, e alle sue aspettative. La visione di un indigeno, di un ambientalista, di un giovane può essere diversa da quella di uno scienziato, di un lobbista (sì, ci sono ed è normale, in quanto la COP è un processo «multilaterale partecipato»). Non si esce dal carbone, insomma, senza coinvolgere chi col carbone ci guadagna, ci vive o ci lavora). A sua volta cambia il punto di vista per un negoziatore, per un politico, per un tecnico o, andando in alto, per un presidente o per il segretario generale Unfcc o Onu. Dal mio punto di vista, COP 26 è andata molto oltre quel che mi aspettavo fino a poche settimane prima, ma è meno di quanto poteva fare. Allo stesso tempo, è un grande passo avanti diplomatico, ma ampiamente insufficiente rispetto a quel che serve. Il cenno al carbone e combustibili fossili, anche se in termini ridimensionati e non assoluti, era impensabile anni fa.

L’impegno a contenere di 1,5 gradi l’innalzamento della temperatura al 2030 è rimasto, allora cosa ha deluso gli ambientalisti?

Qui secondo me c’è un equivoco di fondo. L’obiettivo 1.5°c esisteva già ed è scritto nell’accordo di Parigi sul clima. Qui è stato ribadito, si dice che è stato almeno in parte salvato. Ma voglio essere chiaro e netto: praticamente è un obiettivo quasi impossibile da raggiungere. Siamo già a +1.1°C, anche fermando ora e subito (impossibile) tutte le emissioni, gli 1.5°c saranno raggiunti e superati. Poi ci sono le scappatoie, il cosiddetto overshooting, un superamento temporaneo di 1.5°C e poi il rientro magari con tecnologie che ancora non esistono o sarebbero difficilmente accettabili.

Quali sono stati i punti di avanzamento reali, da cui ci possiamo aspettare dei cambiamenti concreti?

Credo che un punto importante sia l’adattamento. Se ne parla molto nella Glasgow Climate Pact, è previsto dall’accordo di Parigi sul clima, ma se ne parla poco nella narrazione e nella divulgazione dei cambiamenti climatici. Ma non è una alternativa, non esiste adattamento senza mitigazione, e certi stati come le piccole isole a 2°c non potranno adattarsi ma spariranno. Ricordiamoci insomma che dobbiamo «gestire l’inevitabile, evitare l’ingestibile».

Nel corso della COP sono arrivati i risultati molto preoccupanti di ricerche ed inchieste: ad esempio il Washington Post ha segnalato l’enorme divario che sussiste sui tassi di emissione dichiarati dai paesi e quelli effettivi, oppure lo studio di Climate action tracker (Cat) secondo cui le emissioni saranno due volte più alte nel 2030 di quanto devono essere per rimanere entro 1,5 gradi: sono stati presi in considerazione?

Ecco la vera sfida, tante promesse, anche da accordi separati fra Stati, annunciati alla COP ma esterni al sistema Onu. Sulla deforestazione, sulle emissioni di metano, sulla transizione a mobilità a emissioni zero (e qui l’Italia manca, non ha aderito), l’alleanza Boga, oltre il petrolio e il gas, anche qui Italia presente solo come «amico». Ora, dicevo, la sfida è vedere se questi impegni saranno mantenuti, e anche se sono praticamente realizzabili. Se fra un paio d’anni le emissioni saranno aumentate rispetto al 2019 anziché diminuire, a rischio sarà la credibilità delle COP e delle Nazioni Unite, ma soprattutto a rischio, a causa di cambiamenti climatici verso l’ingestibile, sarà la società umana.

 

 

Quei 2 gradi in più che sconvolgeranno il nostro mondo

Dossier. Fallita la Cop26, il rapporto Ipcc fotografa la catastrofe: Artico senza ghiaccio, oceani innalzati, isole sparite, città sott’acqua e migranti climatici

Serena Tarabini  18.11.2021

Lo scorso agosto, mentre le inondazioni flagellavano il nord Europa, il caldo arroventava Canada e Europa, e in vaste aree del pianeta dilagavano incendi senza precedenti, L’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite ha pubblicato il Sesto rapporto sulle basi fisico-scientifiche dei cambiamenti climatici che, a quasi trent’anni dal primo, definiva il riscaldamento del pianeta inequivocabilmente responsabilità dell’attività umana e i cambiamenti climatici in fase di accelerazione e diffusi a tutte le aree del pianeta, rendendo ormai irreversibili fenomeni come lo scioglimento della calotta artica e dei ghiacciai, la perdita di carbonio dal permafrost, l’aumento del livello del mare e l’acidificazione degli oceani.

UN RAPPORTO RILEVANTE non solo per l’uso di modellistica sempre più sofisticata degli effetti dei cambiamenti climatici e sulla quantificazione del fattore antropico, quanto sulle possibili soluzioni che venivano prospettate dagli scienziati, e che dovevano fornire le basi di discussione per la COP26.

RISPETTO AL PASSATO L’IPCC HA FORNITO una valutazione dei cambiamenti climatici su scala regionale più dettagliata, ha incluso un focus sulle informazioni utili per valutazione del rischio, l’adattamento e altri processi decisionali che sono di aiuto nel tradurre i cambiamenti fisici del clima – calore, freddo, pioggia, siccità, neve, vento, inondazioni costiere e altro – nei loro significati più diretti per le società e per gli ecosistemi e ha quindi esplorato la «risposta climatica» dei luoghi prospettando 5 nuovi scenari di emissioni, che vanno da bassi a elevati: nessuno di questo scenario era confortevole, ma visti i risultati dei negoziati a Glasgow, è probabile che quelli meno pessimistici li possiamo anche mettere da parte.

SECONDO IL RAPPORTO, INFATTI, il riscaldamento globale di 1,5°C e 2°C sarà superato durante il corso del XXI° secolo a meno che non si verifichino nei prossimi decenni profonde riduzioni delle emissioni di CO2 e di altri gas serra, e alla COP26 si è capito che non sarà così. Infatti, gli scenari ottimistici sono in linea con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere i limiti del riscaldamento globale sotto i 2 °C, un livello di riscaldamento che aumenta la frequenza e l’intensità di eventi climatici estremi e si traduce in un innalzamento del livello del mare di oltre 60 centimetri, ma dove le conseguenze climatiche più gravi vengono evitate.

COSA SUCCEDERA’ E QUALI SONO I LUOGHI più a rischio del pianeta lo si capisce dalla descrizione dei cambiamenti che avverranno negli «estremi». Si prevede infatti che per esempio alcune regioni alle medie latitudini e semi-aride, e la regione del monsone sudamericano, vedranno il più alto aumento della temperatura media dei giorni più caldi (di circa 1,5/2 volte il tasso di riscaldamento della globale). L’Artico sperimenterà il più alto aumento della temperatura media dei giorni più freddi (di circa 3 volte il tasso di riscaldamento globale) e probabilmente sarà praticamente privo di ghiaccio marino a settembre almeno una volta prima del 2050.

ECCO, QUINDI, COME IL POLO NORD diventa uno dei luoghi a rischio scomparsa. Questo fenomeno peraltro innesca, tramite la cosiddetta «amplificazione artica» un ulteriore aumento delle temperature che a sua volta accelera ancor più la fusione del ghiaccio e quindi l’innalzamento degli oceani: nel più pessimistico degli scenari l’innalzamento arriverebbe a un metro. Questo significherebbe la forte riduzione, quando non la scomparsa, di isole come Maldive, Kiribati, Palau, Barbados, le Isole Marshall, le Solomon, che vedono già i primi migranti climatici: essendo basse con spiagge sottili già oggi sono spesso allagate, e l’acqua salata che entra nei campi mette in ginocchio l’agricoltura e le risorse alimentari.

UNO SCENARIO INQUIETANTE ANCHE A CASA nostra: le acque del mare Adriatico arriverebbero fino alle porte di Bologna. La città di Venezia è a rischio anche in scenari meno pessimistici e fa da ancella alle cinquanta grandi metropoli costiere che in base a una recente indagine condotta da scienziati di Climate Central finiranno sott’acqua entro 40 o 50 anni se continueremo a immettere anidride carbonica e altri gas a effetto serra – come il metano – ai ritmi attuali. La quasi totalità si trova in Asia, in particolar modo in Cina, Vietnam, Indonesia e Thailandia, ma fra di esse c’è anche la città di New York.

L’INTENSIFICAZIONE DEL CICLO dell’acqua su scala globale la fa da padrone con effetti opposti a seconda dei luoghi: le precipitazioni aumenteranno alle alte latitudini, nel Pacifico equatoriale e in alcune regioni monsoniche, ma diminuiranno in alcune regioni subtropicali e in aree limitate dei tropici. Si prevede che le precipitazioni monsoniche aumentino nel medio-lungo termine su scala globale, in particolare nell’Asia meridionale e sudorientale, nell’Asia orientale e nell’Africa occidentale, tranne che nell’estremo ovest del Sahel, fascia afro-tropicale che comprende il Mali e Timbuctù, dove invece si aggravano i fenomeni siccitosi, avanza la desertificazione e i suoli perdono la loro capacità produttiva.

IL CAMBIAMENTO NEL REGIME DEI MONSONI è destinato a produrre effetti anche sul vasto e articolato territorio australiano, che, lo scorso gennaio, ha già dovuto far fronte a temperature straordinariamente alte, fino a sedici gradi sopra la media. Mentre nel nord, e parzialmente nel centro del continente, l’intensità delle precipitazioni aumenterà, con aumento anche della violenza dei cicloni. Al sud e all’est diminuiranno; contemporaneamente si prevede un arretramento delle coste, tra erosione e territori sommersi, che si prevede nel 2100 possa in alcuni casi arrivare anche a 200 metri in meno rispetto al 2010. A rischio un intero continente.

 

«Lo sciopero del debito salva la Terra»

Intervista. Raj Patel, economista inglese, autore del libro «I padroni del cibo» ed esperto di sistemi alimentari globali. Domani sarà al «R-Evolution Festival» di Pordenone con il suo nuovo documentario

Marinella Correggia  18.11.2021

La «trasformazione del sistema agroalimentare mondiale» e lo «sciopero del debito estero da parte del Sud globale» sono azioni urgenti e necessarie, tanto più di fronte alle mezze misure uscite dalla Cop26 di Glasgow: lo afferma Raj Patel, economista, autore, esperto di sistemi alimentari globali che, insieme a Zak Piper, firma il documentario The Ants and the Grasshopper. E’ la storia, lungamente meditata, dell’inconsueto viaggio compiuto da Anita Chitaya. Contadina e attivista del villaggio Bwabwa in Malawi, vive nella morsa arida di una crisi climatica che la sua organizzazione Soils, Food and Healthy Communities (Sfhc) cerca di affrontare concretamente, con soluzioni pratiche sia nella produzione di alimenti che nella vita quotidiana e nelle relazioni. Ma non basta: Anita fa risalire alle emissioni di paesi come gli Stati Uniti le piogge mancanti in Malawi, e vuole sapere perché là a Nord non si stia facendo di più per arginare la catastrofe climatica. Così, parte per gli Stati uniti, dove incontra scettici sul clima, politici, agricoltori disperati. E nell’operato di frontiera delle comunità afro-discendenti scopre soluzioni, concrete e ideali al tempo stesso.

Le formiche e la cavalletta: perché il documentario ha questo titolo?

E’ il pensiero di Anita Chitaya. Una singola formica non può sollevare una cavalletta morta, non può fare cose grandi, ma quando le formiche si mettono al lavoro insieme, sono capaci di sollevare qualcosa di molto più grande di loro. E trova che negli Stati molte formiche potrebbero farlo, ma solo alcune sono davvero al lavoro. Eppure anche nel Nord globale l’azione è del tutto possibile.
Il documentario sostiene la necessità di decolonizzare il mondo affidandosi a un altro approccio, a soluzioni sagge, di fronte alle diverse crisi.

L’impressione è che il Nord stia affrontando la crisi climatica, così come la crisi sanitaria e le sue origini, con mezzi solo tecnocratici e soluzioni a valle, invece che con una cura profonda. Invece, le comunità che sono in prima linea, essendo abituate ad affrontare molteplici crisi – povertà, colonialismo, patriarcato, razzismo strutturale e ambientale – sviluppano strategie che abbiamo voluto presentare nel documentario: soluzioni e saggezze «di frontiera» negli Usa come nel Sud del mondo.La Cop26 di Glasgow è andata in un’altra direzione, attribuendo un ruolo guida alla tecnologia e alla finanza.

Nel nostro film, qualcuno dice: «Un cambiamento inizia con la negazione». Ma a Glasgow non c’è stata negazione. Le potenze hanno ammesso la necessità e poi hanno concluso un inconcludente accordo. Del resto, il settore dei combustibili fossili sembra aver espresso alla Cop26 un numero di delegati – inseriti nelle rappresentanze nazionali – superiore a quello delle nazioni più colpite dalla crisi. E chi si è comportato peggio? Certo, è facile incolpare il governo dell’India, uno dei principali produttori di carbone, che ha preso alcuni vaghi impegni su zero emissioni nette entro il 2070 e nel frattempo consegnerà milioni di milioni di suoi cittadini alla morte. Ma occorre anche incolpare il Nord. Il Regno unito secondo recenti calcoli ha estratto decine di trilioni di dollari di valore alla sua colonia indiana. Deve restituire, e non ha nessuna intenzione di farlo.

Appunto: lei ha sottolineato la necessità di una remissione del debito del Sud globale, anche perché molti paesi dovranno contrarre altri prestiti per riparare i danni del caos climatico che non hanno determinato. Eppure le responsabilità storiche e il debito ecologico non sono stati riconosciuti, e non è stato costituito l’organismo richiesto da cento paesi per garantire un congruo sostegno finanziario per l’adattamento e la mitigazione.

Agire sul debito è enormemente importante. Del resto non ha senso parlare di riduzione delle emissioni se i paesi del Sud globale per pagare il debito che è illegittimo da generazioni devono continuare ad abbattere foreste ed estrarre petrolio o bruciare carbone. Le promesse in materia sono inadeguate; e in ogni caso non vengono mai mantenute. I paesi del Sud globale, anziché pagare, devono pensare molto più seriamente a uno sciopero concertato del debito, perché il Nord deve avviare un percorso di vero risarcimento.

Sul lato dell’agribusiness, quanto conta l’offensiva della «Coalizione per la crescita della produttività», promossa dall’attuale segretario Usa all’agricoltura Tom Vilsack, con il coinvolgimento di nove paesi fra i quali Brasile e Australia – non proprio paladini del clima – e sostenuta da colossi privati dei pesticidi, dall’industria sementiera, dai comparti statunitensi della lavorazione della carne e dell’esportazione del latte?

Al vertice Onu sui sistemi alimentari, in settembre, questi attori hanno agito per spingere verso soluzioni del tutto tecnocratiche al problema della malnutrizione globale. E poi, in vista della Cop26, Vilsack ha varato la Innovazione e modernizzazione agricola per il clima (Aimxc) insieme, fra gli altri, agli Emirati arabi uniti – davvero una realtà agricola! Il loro approccio si può riassumere così: Non occorre parlare di consumi, di carne, di mangimi concentrati, non abbiamo bisogno di regolamentazione. Usiamo i meccanismi di mercato. Vaghi, questi ultimi; si sa solo che molto denaro andrà a istituzioni del Nord per aumentare produttività anche nel Sud globale. Questo significa ripetere gli errori che ci hanno portati qui. Quindi cambiano le coalizioni promosse da Vilsack ma rimane identico l’approccio.

Qual è invece lo scopo della «Dichiarazione di Glasgow su cibo e clima»?

La Dichiarazione è stata promossa dal segretariato del Gruppo internazionale di esperti sui sistemi alimentari sostenibili, di cui faccio parte, e da un gruppo chiamato Nourish Scotland. Va detto che spesso a livello di municipalità e regioni si trovano atteggiamenti più responsabili di quelli dei governi. Le politiche migliori nel campo dei sistemi alimentari vanno collegate con quelle sul fronte climatico: programmi che sequestrano il carbonio, proteggono la biodiversità e sostengono i lavoratori. L’idea della Dichiarazione sul cibo e sul clima è condividere le migliori pratiche tra diverse città e regioni in modo che anche chi ha governi nazionali inadempienti possa agire al meglio.

«Il capitalismo agricolo è a un bivio: se continuiamo così avremo meno specie nel mondo e una profonda perdita di produttività agricola»: così spiegava nel corso della nostra intervista del 2019. Ma come fare, come uscire dal circolo vizioso tra crisi climatica e sistemi alimentari, entrambi colpevoli e vittime?

I sistemi agroalimentari industriali sono alla radice di un crescente numero di malattie di origine zoonotica e generano una quota sproporzionata di emissioni globali di gas serra. La produzione di alimenti è vittima e carnefice della crisi climatica globale. Va trasformata ricorrendo a soluzioni ben collaudate e ben studiate, intorno all’agroecologia, ma anche pensando a superare le disuguaglianze, così da garantire che tutti mangino: che importa la produttività agricola se i più poveri non possono ancora permettersene i frutti? Sono 2,3 miliardi le persone in stato di insicurezza alimentare nel mondo, a causa della crisi climatica, dei conflitti e del capitalismo. Le nostre economie potrebbero essere diverse e così il nostro modo di alimentarci e di connetterci gli uni con gli altri, ma i governi nazionali non hanno seguito questa via alla Cop26. E, a meno di un deciso mutamento di rotta, non la seguiranno nemmeno alla Cop27. Quindi sta a noi lottare per il futuro: la nostra dignità richiede che ci trattiamo gli uni gli altri con cura e facciamo lo stesso con il pianeta. E forse diventerà necessario «violare la legge», così da ricordare ai nostri governi che devono lavorare per le persone e per l’ambiente. Nei prossimi decenni occorrerà una marea di azioni dirette, compiute in modo responsabile, contro l’industria dei combustibili fossili così come contro l’agribusiness, al fine di salvare il pianeta. Sosterrò questo lavoro con tutto il cuore.