LO SCIOPERO: RAZIONALITÀ CONTRO I RITI DEL POTERE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LO SCIOPERO: RAZIONALITÀ CONTRO I RITI DEL POTERE da IL MANIFESTO

La lotta sindacale rimette il Paese con i piedi per terra

Sciopero. Lo sciopero rappresenta un ritorno di razionalità, della vituperata ma spesso salvifica Ragione illuministica, nella notte dei sabbah e dei riti del potereMarco Revelli  09.12.2021

“Benedetto sia il conflitto”. Questo dovrebbe essere il sospiro di sollievo di ogni italiano pensante, di fronte alla decisione di Cgil e Uil di proclamare lo sciopero generale. Perché può essere davvero l’unico modo per disperdere i miasmi tossici che si addensano su un Paese e su una società devastati da un malessere tanto profondo e diffuso quanto mascherato e taciuto. Il solo antidoto potenzialmente efficace contro quell’”onda di irrazionalità” denunciata dal Censis nel suo ultimo Rapporto, che colpisce tanto in alto (in un ceto politico perduto nel labirinto dei propri deliri quirinalizi) quanto in basso (in una popolazione impaurita e preda delle peggiori superstizioni nel tentativo di decifrare “il senso occulto di una realtà” che le si decompone intorno). Potremmo dire: tanto tra le “caste”, quanto nella “plebe”. In questo contesto, il focus puntato sulle condizioni materiali delle persone, in particolare dei lavoratori che costituiscono la maggioranza della popolazione e che hanno subìto per almeno tre decenni ingiustizie e spoliazioni, rappresenta un insperato ritorno di un barlume di razionalità e di ragionevolezza – il riaffacciarsi della vecchia vituperata ma spesso salvifica Ragione illuministica – nella notte dei sabbah e dei riti del potere.

Stupisce, in tale contesto – e anche questo è il sintomo della “crisi della Ragione” in atto – lo stupore della massime autorità di governo competenti in materia. Il “non capisco le motivazioni dello sciopero” del ministro del Lavoro, Orlando, che pur qualcosa dovrebbe sapere delle condizioni di vita di quelli che costituiscono nel bene o nel male l’oggetto delle decisioni del suo Dicastero. Soprattutto l’”incredulità di Draghi” – è un titolo di Repubblica -, che le cronache descrivono come “irritato”, in qualche reportage addirittura “irato” (“L’ira di Draghi”, il Messaggero). E la sua sentenza: “E’ immotivato”. Sarebbero questi gli “statisti”? O anche solo gli “economisti”?

Mario Draghi, se non altro per il mestiere che ha fatto per tutta la sua vita precedente, dovrebbe saper leggere i numeri. Ebbene, gli suggeriamo di dare un’occhiata a qualcuno dei tanti dati che potrebbero illuminarlo: per esempio alla serie storica elaborata dall’Ocse (non dal Centro Studi della Cgil) sulla dinamica dei salari medi annuali nei rispettivi Paesi nell’ultimo trentennio (1990-2020). Potrà vedere a occhio nudo che l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i 23 membri censiti, l’unico con un valore negativo! Sono cresciuti tutti: chi molto (la Korea fa segnare un +92%), chi con un valore medio (il Regno Unito +44%, la Germania e la Francia rispettivamente +33% e +31%), chi pochino (la Spagna col suo +6%). Ma l’Italia è andata addirittura indietro: in trent’anni i salari dei lavoratori italiani sono diminuiti del 2,9% (!!!).

Nel primo ventennio del nuovo secolo ancora di più, -3,5%: un lavoratore italiano che nel 2000 guadagnava mediamente in un anno l’equivalente di 39.175 dollari lordi (a prezzi costanti calcolati sul 2020) oggi ne guadagna 37.769 (1.406 in meno). Un coreano che trent’anni fa ne percepiva 29.000 oggi ne guadagna quasi 42.000. Un britannico ha aumentato il proprio salario lordo di circa 7.000 dollari. Un tedesco di 9.000. Persino i Greci si sono mantenuti in pari, intorno ai 27.200 dollari.

Sarebbe stato necessario farne 20 di scioperi generali in questo ventennio, per restare a galla. E invece una classe dirigente che dovrebbe fare il mea culpa per ciò di cui si è resa responsabile si chiede come mai alla fine ne arrivi uno – uno -, a disturbare un manovratore che sembra aver perso la strada, o quantomeno il senso della realtà. Quando si parla della cecità che ha colpito chi sta in alto nei confronti delle condizioni di chi sta sotto – e dunque dello scollamento tra Paese legale e Paese reale che sta uccidendo la politica – si intende appunto questo. Questa miopia che il “Migliore tra i Migliori” ci sciorina davanti.

Per noi, che viviamo al livello del suolo, la notizia della riapertura del conflitto sociale – supposto che alle parole segua il fatto, e che gli appelli all’amor di patria da parte dei tanti che in questi anni la patria l’hanno usata come un bancomat, cadano nel vuoto – ha lo stesso sapore della speranza che potrebbe avere quella della scoperta di un vaccino finalmente definitivo contro ogni variante. Una sorta di ritorno non dico alla salute ma a una qualche igiene mentale collettiva. Quando il Censis – ancora loro – parla di “un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico”, sembra evocare altri luoghi, altri tempi della storia Europea. Quell’Europa in cui, scriveva l’etnologo militante Ernesto De Martino, altri mestatori andavano “sciamanizzando i popoli” (letterale). Quella Germania in cui Ernst Bloch vedeva all’opera i fantasmi prodotti dalla morte della speranza da parte di un proletariato orfano del proprio riscatto e per questo abbandonato ai riti occulti e al fascino delle magie nere di una tirannide disumana. Un’altra “crisi della Ragione” figlia a sua volta di una crisi sociale lasciata marcire su se stessa. Forse gli autonominati “migliori”, per esorcizzare le “piazze pulite” dei sindacati finalmente tornati in lotta, preferirebbero le “piazze sporche” degli autolesionistici profeti di sventura, rimasti a monopolizzare il disagio dei sacrificati da questo distorto “sviluppo”?

Per questo lo sciopero generale che ci si augura imminente non è solo una misura di politica sociale (e di giustizia sociale). E’ una misura sanitaria. Appunto, di igiene mentale.

La battaglia contro una manovra iniqua e regressiva

Lo Sciopero del 16 dicembre. Il tempo dello sciopero è adesso. La manovra di bilancio, presentata alla Commissione europea prima che alla stessa maggioranza di “unità nazionale”, per non dire del Parlamento, era ed è blindata. Una manovra si dice espansiva, ma espansiva non significa di per sé equa, redistributiva, sociale. Questa del “governo dei migliori” non è solo inadeguata ma sbagliata, di continuità con le politiche liberiste e di primato del mercato, ordoliberista come è del resto l’impianto del Pnrr. Regressiva

Giacinto Botti, Maurizio Brotini **  09.12.2021

L’editoriale di Norma Rangeri sul manifesto del’8 dicembre coglie tutti i punti decisivi rispetto alla proclamazione da parte di Cgil e Uil dello sciopero generale di 8 ore per il 16 dicembre. La prima motivazione è la materialità dei bisogni di chi non ha voce non viene minimamente considerata dalle misure del governo. La seconda è l’assoluta non considerazione dei sindacati, informati solo a scelte politiche fatte. La terza è che la luna di miele di Draghi è finita e che la pacificazione del conflitto sociale è la morte della politica. Uno sciopero sacrosanto e cristallino nelle sue motivazioni dunque. Nonostante la denigratoria e stupita grancassa di regime che ne ha accompagnato la proclamazione.

Il tempo dello sciopero è adesso. La manovra di bilancio, presentata alla Commissione europea prima che alla stessa maggioranza di “unità nazionale”, per non dire del Parlamento, era ed è blindata. Una manovra si dice espansiva, ma espansiva non significa di per sé equa, redistributiva, sociale. Questa del “governo dei migliori” non è solo inadeguata ma sbagliata, di continuità con le politiche liberiste e di primato del mercato, ordoliberista come è del resto l’impianto del Pnrr. Regressiva.

Chi parla di “luci e ombre” non ne vuole cogliere il segno classista, l’ulteriore restrizione del perimetro pubblico rispetto agli investimenti , nel Pnrr, sanità (comunque insufficienti) e infrastrutture, piuttosto la gestione data al privato, profit o terzo settore che sia. Con il collegato alla legge di Bilancio che ripropone l’autonomia differenziata, cioè l’amplificazione della disastrosa gestione di 20 diversi servizi sanitari regionali, tragicamente falliti durante la pandemia, e il ddl concorrenza che privatizza i servizi pubblici locali, facendo strame del referendum del 2011 per la ripubblicizzazione dell’acqua.

Non c’è niente sulle pensioni e il futuro previdenziale di quanti sono nel contributivo, con il governo che ha cercato di barattare il ritorno alla Fornero con un tavolo di confronto, mai convocato, e ha imposto quota 102. Niente sulla stabilità del lavoro, mentre la “ripresa” produce solo lavoro precario, penalizzando ancor di più donne, giovani e Mezzogiorno. Niente sulle politiche industriali, su un intervento pubblico che impedisca le delocalizzazioni e imponga vincoli occupazionali alle multinazionali. Sono fumosi gli impegni sugli ammortizzatori sociali universali; e c’è poco o niente sulla non autosufficienza, e sulle richieste dei pensionati per recuperare parzialmente la più che ventennale perdita di potere d’acquisto.

Qualsiasi ulteriore dubbio sul segno di classe del governo è stato fugato dall’accordo di maggioranza sul bonus fiscale di 8 miliardi, che il sindacato chiede di destinare interamente a lavoratori e pensionati, a partire dai redditi più bassi. Invece si vuol fare tutto il contrario.

La misura è colma. Le vertenze sulle piattaforme unitarie non si concludono con la legge finanziaria, ma non sono accettabili né la manovra così com’è, né la distribuzione alla rovescia della riduzione fiscale, pessimo prodromo della futura “riforma”, dalla quale è completamente scomparsa la tassazione delle grandi ricchezze. Dev’essere chiaro a tutto il Paese che le scelte di maggioranza e governo non sono compatibili con il necessario cambiamento, la lotta alla diseguaglianza, la centralità del lavoro. Ce lo chiede la nostra gente: coerenza e determinazione, continuità della mobilitazione, risposte adeguate. Lo sciopero generale non conclude la lotta. Ma è il passo necessario per conquistare il rispetto delle controparti e portare a casa risultati strutturali e di prospettiva, oltre quelli limitati già raggiunti. Il passo che ci riporta in sintonia con la nostra base attiva, e che risponde in positivo alla crisi di fiducia che serpeggia tra le lavoratrici e i lavoratori.

** direttivo nazionale Cgil

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