LO SCIOPERO IRROMPE NELLA MAGGIORANZA DI DRAGHI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LO SCIOPERO IRROMPE NELLA MAGGIORANZA DI DRAGHI da IL MANIFESTO

Lo sciopero rende visibile la maggioranza della società

Lavoro. I partiti di sinistra sono nati su impulso di sindacati e i sindacati su impulso di forze di sinistra. Forse, siamo in una fase storica di questa reciprocità costituente

Loris Caruso  17.12.2021

Ogni società ha i suoi principi indiscutibili, i suoi totem e i suoi tabù, a seconda del principio fondamentale su cui è organizzata. Nei regimi guidati dal fondamentalismo religioso, non si può parlare di religione. Nelle dittature, non si può parlare di politica. Nei sistemi basati sul fondamentalismo di mercato, non si può parlare di lavoro, dei suoi interessi, problemi, bisogni e, quando ci sono, conflitti.

L’atteggiamento tenuto dalla quasi totalità del sistema mediatico e politico nei confronti dello sciopero generale di ieri, un silenzio che ha sconfinato in una censura rotta solo da qualche critica sprezzante di giornalisti, politici e imprenditori vestiti da ‘haters’, con toni innervati di razzismo di classe, ha impresso al dibattito pubblico italiano i toni del fondamentalismo di mercato.

In un sistema di questo tipo si può parlare di quasi tutto, si possono praticare o (più spesso) simulare conflitti su quasi tutti i temi, teatralizzare polarizzazioni in fondo funzionali all’omogeneizzazione delle posizioni politiche, ma si deve escludere in ogni modo il lavoro dal perimetro della politica e del dibattito pubblico.

Si possono riempire giornali e talk show di contrapposizioni apparentemente ‘totali’ tra pass e no pass, vax e no vax, scientisti e antiscientisti, sovranisti ed europeisti, ‘fascisti’ e democratici, ma va evitato in ogni modo che il lavoro acquisisca visibilità e che i suoi interessi vengano politicizzati.

Ci si definisce democratici, ma solo finché la democrazia non entra nei luoghi di lavoro e nei rapporti tra lavoro e capitale.

Ai sindacati si chiede di svolgere la sola funzione di sostenere l’impresa facendo accettare ai lavoratori ogni tipo di condizione. Le forze politiche che si pongono come guardiane della democrazia contro il pericolo delle destre radicali (con cui magari nel frattempo governano), hanno definitivamente acquisito questo schema, che è lo schema (corporativista) che le relazioni industriali assumono nei regimi autoritari.

In questo contesto, la prova di forza offerta ieri dai sindacati in termini di presenza nelle piazze e adesioni allo sciopero è un fatto rilevantissimo.

Cgil e Uil hanno rischiato molto. Niente indebolisce un’organizzazione sindacale più del fallimento di una mobilitazione importante. Era impaziente, la voce unanime di media e politici di governo, di parlare di flop dello sciopero, declino dei sindacati, tramonto definitivo dei conflitti di lavoro. Non potranno farlo.

È stato uno sciopero politico: i sindacati hanno fatto propria questa definizione, che per i loro censori voleva essere uno stigma delegittimante. I segretari di Cgil e Uil hanno definito la politicità dello sciopero come esigenza di rendere visibile e potenzialmente attiva una vasta area sociale, mediaticamente invisibile, politicamente non rappresentata, economicamente maltrattata.

Anche l’accusa di voler svolgere una funzione di supplenza rispetto ai partiti, pensata e diffusa per delegittimare il movimento sindacale, può essere assunta come un merito e come una necessità: se la rappresentazione e mobilitazione degli interessi del lavoro non le realizza nessun partito, deve farlo il sindacato (che oltretutto, facendolo, fa solo il suo lavoro).

Più in generale, il rapporto tra sindacati e partiti di sinistra è costitutivo: storicamente, partiti di sinistra sono nati su impulso di sindacati e sindacati sono nati su impulso di formazioni di sinistra. Probabilmente, siamo in una di quelle fasi storiche in cui questa reciprocità costituente si rende per certi versi di nuovo necessaria.

È auspicabile che la grande mobilitazione del 16 dicembre non resti un singolo, importante, evento. Se i sindacati saranno chiamati a negoziare con il governo, giustamente lo faranno. Sarà anche importante, però, che l’area sociale protagonista e destinataria dello sciopero di ieri (“noi lavoratori”, la maggioranza della società) non torni allo stato di invisibilità e che i sindacati, magari non da soli, immaginino un percorso per rafforzare la capacità mobilitativa e rivendicativa mostrate ieri.

Potrebbe essere utile condensare i temi alla base dello sciopero in due o tre grandi rivendicazioni, capaci di avere una forza coagulante su diversi settori sociali, figure professionali e condizioni lavorative.

La storia del movimento del lavoro insegna che i terreni unificanti tendono a essere costanti: salario, orario di lavoro, continuità di reddito, diritto di associazione, accesso universalistico ai beni e servizi pubblici essenziali.

Dopo la riuscita della giornata di ieri, pensare che vasti settori della società possano sentirsi parte di un percorso di questo tipo, non è un’utopia.

Adesso la questione sociale irrompe nella maggioranza di Draghi

Sciopero generale. L’impatto della mobilitazione sindacale sul quadro politico

Andrea Colombo  17.12.2021

Lo sciopero più difficile, prima trattato dal coro dei media come una dimostrazione folle alla stregua di un corteo No Vax, poi nascosto come episodio minore e trascurabile, è destinato a incidere sul quadro politico, sulla tenuta della maggioranza e della legislatura, forse sulla stessa elezione del capo dello stato molto più della modesta manovra che arranca al Senato, in attesa di essere approvata con la velocità del lampo da un parlamento ridotto a poca cosa.

Solitamente lo sciopero arriva al termine di una vertenza, o ne rappresenta il picco. È il tentativo di chiudere la partita con una prova di forza. Stavolta no: è questo suo aspetto anomalo che i commentatori hanno considerato inaccettabile. È uno sciopero che apre la vertenza, non punta a chiuderla, come Landini ha affermato ieri chiaramente.

È una vertenza sociale, dunque direttamente di pertinenza del sindacato e delle parti sociali, ma con un’enorme valenza politica, perché chiama in causa non questa o quella scelta ma l’indirizzo di fondo del paese dopo la cesura del Covid, il suo orizzonte economico e sociale.

Con l’azzardo di ieri, il sindacato si è sottratto al ruolo ingessato, solo marginalmente incisivo, nel quale altrimenti si sarebbe trovato stretto e costretto. La legge di bilancio, nel merito e ancor più nel metodo, ha rappresentato un’anticipazione sin troppo chiara di quale ruolo era stato assegnato alle forze sociali e al sindacato in particolare. Poca voce in capitolo sulle pensioni, nessuna sulla riforma fiscale. Nessun segnale strutturale di sterzata sul fronte dei salari, nonostante l’emergenza salariale sia ormai intollerabile o su quello della redistribuzione.

Non che nella manovra siano assenti elementi che vanno in questa direzione: ma compaiono quasi come concessioni, in un quadro che non prevede trattative troppo stringenti, assegna alle parti sociali funzioni consultive ma in nessuna misura determinanti.
Lo sciopero sigla, o può siglare, l’entrata in campo di una soggettività sociale che apre una vertenza generale sugli indirizzi politici.

Per la maggioranza si tratta di una scossa molto più profonda di quanto il tentativo d’esorcismo mediatico di questi giorni abbia fatto trapelare. La scintilla che ha reso inevitabile la proclamazione dello sciopero è stata l’affossamento da parte di tutta la maggioranza tranne Partito democratico e LeU di una misura modesta, di valenza quasi simbolica, qual era il contributo di solidarietà. Quella stessa maggioranza dovrebbe sostenere ora il governo mentre si discutono e si contrattano riforme di enorme impatto come quella delle pensioni e quella fiscale, delle quali questa legge di bilancio non è stata neppure il primo capitolo ma solo il prologo, l’introduzione. E dovrebbe farlo nella fase che per definizione esaspera maggiormente le contrapposizioni: una lunghissima campagna elettorale che vede le aree contrapposte della maggioranza schierate l’una contro l’altra.

Per il Pd il problema è più grosso che per chiunque altro. La scelta dello sciopero è stata determinata in buona parte proprio dall’abdicazione del Pd, che ha scelto di rinunciare a ogni autonomia in nome della strategia di Letta consistente nella giustapposizione della linea del suo partito con le scelte del governo. Sin qui il Pd ha cercato di cavarsela differenziandosi dalla canea che dipingeva lo sciopero con attentato al «bene comune» solo nei toni meno incarogniti ma non nel merito, fingendo di non vedere le ragioni concretissime che stavano dietro la decisione di Cgil e Uil.
Nel corso dei prossimi mesi, e dopo la rottura del finto unanimismo operata ieri, non potrà più farlo.

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