Officina dei saperi | L’etica dello spazio che riannoda il senso di una storia antica
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’etica dello spazio che riannoda il senso di una storia antica

di Gianpaolo CHERCHI, da “il manifesto”, 2 marzo 2018

SCAFFALE. «La ragione ecologica», di Stefano Righetti, edito da Mucchi e con una prefazione di Piero Bevilacqua

In un momento storico in cui si fa sempre più urgente l’esigenza di trovare rimedi alla crisi ambientale, un libro come quello di Stefano Righetti, La ragione ecologica. Saggi intorno all’etica dello spazio (Mucchi Editore, pp. 189 euro 13) è da accogliere con estremo interesse, poiché pone il potere critico della filosofia al servizio della causa ecologica, con l’obiettivo di sovvertire il paradigma teoretico su cui l’Occidente ha gettato le fondamenta del proprio sviluppo.

L’ASSUNTO RADICALE da cui si sviluppano i sei saggi che compongono il volume (e che in tal senso rappresentano delle appendici al precedente lavoro dell’autore, Etica dello spazio) è che qualsiasi tentativo di soluzione di tipo tecnico alla questione ecologica è destinato a rivelarsi inutile se non presuppone un diverso approccio culturale al problema. Ovvero un’indagine critica, sia metodologica che politica che, per usare le parole di Manlio Iofrida nella postfazione al libro, sappia «riannodare dei fili di senso con la storia che ci sta alle spalle».

Ed è così che il volume si apre con un’analisi del pensiero di André Gorz che nel 1991, all’indomani della catastrofe di Cernobyl e del collasso dell’esperienza comunista, si chiedeva se fosse possibile «fare dell’ecologia la base per un socialismo a venire». Prendendo le distanze dalle impostazioni romantiche dei movimenti ecologisti, nel suo approccio marxista Gorz aveva intuito la pericolosità dell’ideologia produttivista, e auspicava un modello di socialismo che fosse in grado di promuovere non soltanto una ristrutturazione ecologica ma anche una ristrutturazione del concetto stesso di lavoro: sganciare il reddito «da ciò che tradizionalmente si intende per lavoro», liberando quest’ultimo dalle logiche dominanti della produzione «a favore di un maggiore sviluppo delle relazioni sociali».

UN MODELLO che se da un lato sembra essere prossimo a certi elementi del pensiero operaista – si pensi alla teoria del General Intellect, o ancora a una concezione del lavoro come una progettazione immateriale – dall’altro si è rivelato incapace di disinnescare l’imperativo della crescita che rappresenta il vero paradigma della ratio occidentale. Dopo il 1989 il socialismo europeo ha infatti interpretato qualsiasi istanza ecologista in chiave liberista, con ricette che non hanno mai messo in discussione il modello dello sviluppo illimitato e del progresso infinito. E quando i partiti socialisti hanno sposato e rappresentato le istanze ecologiste, il risultato strategico è stato quello della loro neutralizzazione e rimozione, «com’è avvenuto, e sta avvenendo, in Italia, con l’Ilva di Taranto».

Nemmeno il modello latouchiano sembra costituire un’alternativa valida. La teoria della decrescita si fonda infatti su una nozione di limite che per un verso appare «come argine al dilagare del capitale, e come barriera alle sue forme di dominio», grazie alla rivendicazione di tutte le forme di localismo alle quali Latouche attribuisce un valore essenziale; per l’altro verso, tuttavia, questo stesso concetto di limite pur garantendo «una forma di riappropriazione del territorio rischia, allo stesso tempo, di isolare le lotte all’interno del loro stesso localismo».

DOVE INDIVIDUARE allora il punto di rottura? In una radicale «messa in discussione della concezione dello spazio, così come questa si è costituita nel pensiero occidentale». Ecco riapparire, dunque, la questione del soggetto come snodo fondamentale per lo sviluppo di una ragione ecologica. Il soggetto rappresenta infatti, e non a caso, un’invenzione «prossima a quella del potere economico del capitale». Ma non solo. Il principio costitutivo della soggettività è alla base anche di ogni concezione occidentale del progresso sociale e politico. Esso costituisce quel dispositivo mediante il quale si istituisce la «contrapposizione a un’esteriorità assunta a sua volta come la forma del negativo da trasformare e da superare». Sulla dualità mente-corpo e sul primato del soggetto si fonda perciò il pregiudizio del più alto valore dell’essere umano rispetto alla natura, dato che questa viene sostituita con il mondo pensato della coscienza, donando così al soggetto stesso una libertà assoluta nell’esercitare le varie e infinite possibilità della sua produzione, relegando la natura a semplice prodotto.

ECCO CHE ALLORA, come bene scrive Piero Bevilacqua nella prefazione al libro, qualsiasi richiamo etico «con cui si crede di poter affrontare i problemi ecologici e ambientali deve scontrarsi necessariamente col fatto che l’etica privilegia, ancora una volta, l’essere umano a discapito di tutti gli altri esseri viventi». Si tratta perciò di venire a capo di quello che Bateson definisce l’errore epistemologico che sta alla base di tutto, e che erroneamente consideriamo come il presupposto per la sopravvivenza della nostra specie. Ma l’unità di sopravvivenza non è costituita soltanto da una specie o da un unico organismo, ma deve necessariamente considerare dentro a questa unità anche l’ambiente in cui quell’organismo e quella specie vivono. Nella scissione dell’io dalla natura, della mente dal vivente, coincide allora l’errore epistemologico con cui è oggi necessario fare i conti, e che sta alla base del nostro sistema di pensiero, delle pratiche che costituiscono la forma di vita della nostra società. «E l’organizzazione della nostra economia ne è, in questo senso, l’espressione più evidente, oltre che quella più dirompente».