LA SECONDA GUERRA FREDDA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA SECONDA GUERRA FREDDA da IL MANIFESTO

Evviva la politica di potenza

Summit Biden-Putin. Lunghissima partita a poker tra giocatori russi e americani, che non hanno alcuna intenzione di accettare che la Russia possa diventare un paese dove il capitalismo, il sistema politico, la società civile escano a testa alta dal passato sovietico

Rita Di Leo  10.12.2021

Ottima è la salute della politica di potenza come dimostra il colloquio tra Biden e Putin.

L’ostilità tra intere zone geografiche riguarda il mondo intero ma forse più inquietante è il conflitto fra l’America e l’ex Urss, antico e paradossale. Antico perché risale al 1917, allo sfregio della presa del potere da parte di chi lavorava con le mani.

Ben 74 anni è durato lo sfregio, e subito dopo è cominciato il paradosso. Sparita l’Urss, è nata l’ansia di una sua ricomparsa.

Un po’ come in Italia, non c’è più il Pci ma sono rimasti gli anticomunisti, gli ex comunisti, coloro che giurano di non aver mai avuto la tessera del partito. Per l’America – dopo la breve fase di Yeltsin, così malleabile – è arrivato Putin con la pretesa di restituire alla Russia il suo orgoglio di grande paese.

È cominciata allora una partita a poker tra giocatori russi e americani, che non hanno alcuna intenzione di accettare che la Russia possa diventare un paese dove il capitalismo, il sistema politico, la società civile escano a testa alta dal passato sovietico.

È stata giocata ogni carta disponibile per bloccare l’uscita. Perché? Intanto i giocatori non si fidavano l’uno dell’altro e così alzavano la posta con provocazioni, quale ad esempio quella di far entrare nella Nato e poi nell’Unione Europea i paesi baltici e i paesi mitteleuropei, l’ex cortile interno dell’Urss, dopo Yalta, come lo è ancora gran parte dell’America Latina per Washington.

L’ultima provocazione riguarda l’Ucraina. Chi ha cominciato? Putin che si è ripresa la Crimea? Gli avversari che avevano giocato sporco nel metter su «la primavera di piazza Maidan»? Dove, dietro gli entusiasti studenti, a dirigere il tutto era una fazione fascista, riemersa nel nome di Stepan Bandera, l’ambiguo nazionalista filonazista, osannato come un eroe.

Grande è il groviglio di mosse e contro mosse nel paese, con un capo di governo, ebreo in un paese antisemita, di professione attore che al tavolo del poker sta dalla parte di chi è contro la Russia. È figlio di due ingegneri che hanno contribuito a modernizzare l’Ucraina «a spese dell’Urss», come ha ricordato sprezzantemente Putin.

Il grande paese agricolo è stato pesantemente industrializzato quale «regalo» dei segretari generali del Pcus, Kruschev, Brezhnev e Cernenko, tutti e tre ucraini, creature dell’ideologia sovietica per cui creare industrie nella terra d’origine era prova di fedeltà al proprio villaggio. Tutti e tre erano non solo ucraini ma anche di estrazione popolare, minatori, operai, e poi allievi dell’università di Mosca che formava i quadri dirigenti del partito. Un mondo e una storia, frettolosamente seppellite, che rendono difficile districare il nodo degli eventi.

Sul New York Times del 6 dicembre ha cercato di farlo Anton Troianovski, rara eccezione rispetto alle versioni dei mass media occidentali. Per secoli l’intreccio tra Mosca e Kiev è stato segnato dal mito della Rus di Kiev, come ti veniva raccontato appena arrivavi a Kiev, e subito notavi che i locali venivano considerati come i lombardi con i siciliani.

Peraltro vogliamo ricordarci che nell’immediato dopo guerra, la Sicilia aspirava a diventare il 52° stato americano? Ai siciliani non è riuscito, gli ucraini invece ci sono riusciti. Ai russi il distacco appare uno strappo innaturale ma al tavolo del poker hanno poche carte da giocare se non la minaccia militare.

Infatti del fallimento sovietico il risvolto più tragico è che in piedi è rimasto l’arsenale bellico a far paura al posto dell’ideologia del 1917. È tornato il business con la sua borghesia, i consumi come i nostri, la corruzione come la nostra ma il Pentagono sovietico è rimasto a salvaguardia di chi è al potere.

La reciproca diffidenza tra i due giocatori, nata in tempi e contesti lontanissimi, non è mai venuta meno.

Sarebbe servito un arbitro e tale avrebbe potuto essere l’Unione Europea, assumendo un ruolo che poteva farla ricrescere politicamente e culturalmente. Poteva chiedere un posto al tavolo del poker e giocare carte decisive. La realtà è che si è giocata la sua autonomia proprio dopo la scomparsa dell’Urss, quando ha subito il gioco di Clinton nei Balcani, e ha dato il benvenuto alla Polonia e ai paesi, appena usciti dall’egemonia sovietica, ansiosi di tornare al loro precedente status, e di afferrare qualsiasi occasione per opporsi a Mosca, ai suoi tentativi di distacco dall’Urss.

E dunque tutti insieme europei e americani si sono messi a fare gli esami a Putin, mentre Erdogan, Al-Sisi e personalità politiche loro simili godono di ben altro trattamento. Anche perché costoro sono buoni clienti sul mercato delle armi, non antagonisti e concorrenti come la Russia.

La politica di potenza ha le sue leggi: Putin per essere accettato deve smantellare il suo Pentagono, rinunciare al suo presenzialismo, al suo posto al tavolo del poker.

Iniziano i lavori voluti da Biden. Ma nessuno li prende sul serio

Redazione  10.12.2021

«Insieme per definire la direzione del mondo» è lo slogan con il quale Biden ha aperto il summit per la democrazia voluto dall’amministrazione americana per segnare un solco tra democrazie e stati autoritari (Cina e Russia).

«Insieme» significa «Decidiamo noi», ovvero gli Usa. Washington ha deciso che la Cina è il nemico e come tale agisce, cercando di irretire mezzo mondo nelle proprie lezioni democratiche per creare un fronte ideologico molto netto che non può che portare guai. Di solito nei summit si studiano le «case history» e chissà quali slides presenterà Biden: Capitol Hill? L’Afghanistan? Rimane il fatto che questo summit è stato considerato poco più di una formalità un po’ da tutti: dirsi democratici è piuttosto semplice, scansare la Cina quando si parla di affari e commerci diventa decisamente più complicato.

Il mondo si trova a un «bivio storico», ha detto Biden, e le scelte sono quelle importanti: «Se abbiamo fede in noi stessi e nelle nostre democrazie, avremo visione e coraggio per condurre la marcia del progresso e della libertà umana». Auguri.

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