LA RIPRESA SULLA PELLE DEI LAVORATORI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
5883
post-template-default,single,single-post,postid-5883,single-format-standard,stockholm-core-2.2.0,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-7.9,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.6.0,vc_responsive

LA RIPRESA SULLA PELLE DEI LAVORATORI da IL MANIFESTO

La ripresa sulla pelle dei lavoratori

Altro che boom. Le migliori previsioni si fondano sull’efficacia dell’intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privataAlfonso Gianni  08.07.2021

Le dichiarazioni fatte ieri mattina da Bruxelles dal commissario all’economia dell’Unione europea Paolo Gentiloni sono state assunte come un manifesto dell’ottimismo sulla ripresa economica del nostro paese. In realtà la sua valutazione su un «rimbalzo» del Pil del 5% a fine anno non sono diverse da quelle già fornite da Istat e Bankitalia. Si tratta di previsioni superiori a quelle della media europea, ove si prevede una crescita del 4,8% a fine anno, mentre sono uguali per il 2022 e peggiori per l’anno successivo. La stima di Bankitalia per il triennio 2021-23 è fortemente legata al successo del Pnrr, i cui effetti dovrebbero garantire almeno 2 punti percentuali, ovvero la metà della crescita prevista. Ma tutto ciò – si avverte prudentemente da palazzo Koch – se non ci saranno ritardi nell’implementazione dei progetti del Pnrr e degli investimenti pubblici.

E già qui l’ottimismo corre su un terreno assai più sdrucciolevole viste le nostre debolezze strutturali. Nello stesso tempo è bene sottolineare come le migliori previsioni si fondano sull’efficacia dell’intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privata, contraddetta dal calo degli investimenti in particolare tra il 2008 e il 2019. Ma sempre nella giornata di ieri l’Ocse rendeva nota una fotografia sull’occupazione nel nostro paese dai colori assai più bigi. Se il tasso di disoccupazione è aumentato dal 9,5% della fine del 2019 al 10,5% nel maggio del 2021, quello giovanile è balzato dal 28,7% al 33,8% rilevato nel gennaio di quest’anno ed è rimasto su questi valori fino alla primavera.

Mentre a livello Ocse il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato nell’aprile 2021 al 15%. Il differenziale è enorme. Contemporaneamente è cresciuto nel nostro paese il telelavoro, dal 5% al 40% degli occupati. L’Ocse afferma che ciò ha permesso in parte di contrastare gli effetti negativi della pandemia, ma «ha anche generato tensioni sul fronte dell’equilibrio fra vita privata e lavorativa» ed ha aumentato «disparità tra i lavoratori» a detrimento delle qualifiche più basse. E se le cose non sono andate peggio, aggiunge l’Ocse, è dovuto all’intervento della Cassa integrazione, che in futuro andrà usata in modo ancora più estensivo, specialmente «con la progressiva riduzione del blocco dei licenziamenti a partire dal mese di luglio 2021». In ogni caso i livelli occupazionali pre-pandemia non saranno raggiunti neppure alla fine del 2022.

Se mettiamo a confronto l’ottimismo sulla ripresa e il realismo sui livelli occupazionali emerge un quadro temuto, anche se prevedibile date le premesse, quello di una ripresa (o rimbalzo) jobless, nel quale la riduzione consistente dell’occupazione viene data per scontata.

A questa si aggiunge un quadro retributivo miserabile. Se ci confrontiamo con altri paesi europei – ce lo dice lo stesso studio Ambrosetti, quelli di Cernobbio per intenderci – i salari medi in Germania sono cresciuti del 18,4% tra il 2000 e il 2019, in Francia del 21,4%, in Italia non si sono quasi mossi (+3,1%). Non stupisce la crescita delle famiglie in povertà assoluta anche di chi lavora. Del resto, rispondendo a una domanda di un giornalista, ieri Gentiloni ha affermato di non avere ancora quantificato nelle previsioni economiche gli effetti dell’avviso sui licenziamenti, che comunque considera non come la continuazione di un blocco ma come «parte delle politiche che incoraggiamo a livello europeo di un ritiro selettivo graduale delle misure di sostegno».

Più o meno il contrario di quanto sempre ieri ha raccomandato Mathias Cormann, segretario generale Ocse, per il quale «un ritiro prematuro degli aiuti metterebbe in pericolo la ripresa economica». Da questo quadro emerge che le classi dirigenti europee – fra cui la nostra a pieno titolo, vista anche la presenza di Draghi sulla plancia di comando – si apprestano a sfruttare la crisi e l’utilizzo delle innovazioni tecnologiche promosse attraverso il flusso dei finanziamenti europei per una ristrutturazione organica del sistema produttivo a scapito della componente lavoro.

Più che difficile appare quindi impossibile rilanciare i fasti della concertazione, che lo stesso Pierre Carniti, che ne era stato propugnatore, sottopose poi a dura critica visti gli effetti. Ma il nuovo segretario della Cisl, Luigi Sbarra, in un’intervista al Sole 24 Ore si spinge ben oltre, sostenendo che «capitale e lavoro devono marciare insieme»; l’avviso sui licenziamenti sarebbe la premessa di un fronte comune con Confindustria; vanno rimosse le rigidità della legge sulle causali per le proroghe dei contratti a termine e in somministrazione perché la contrattazione, particolarmente se decentrata, garantirebbe meglio le richieste di flessibilità delle aziende, essendo più adattiva «rispetto a qualunque norma di legge». Va da sé: con finanziamenti pubblici.

Dopo il Covid l’Italia tornerà al precariato di sempre nel 2022

L’analisi. L’Employment outlook 2021dell’Ocse: tasso di occupazione modestissimo, record della disoccupazione giovanile. Se ci sarà una “ripresa” sarà quella del precariato. Tutti sperano il Jobs Act di Renzi e del Pd metta il turbo. E nessuno lo vuole cambiare affinché i dominanti tornino a festeggiare un aumento illusorio dell’occupazione

Roberto Ciccarelli  08.07.2021

Secondo l’Employment Outlook 2021 reso noto ieri a Parigi dall’Ocse, dopo il Covid 19 l’Italia tornerà al tasso di occupazione precedente alla crisi nel terzo trimestre dell’anno prossimo, il 2022. Se specifichiamo i dati, e li compariamo con quelli dei maggiori paesi europei, possiamo renderci conto di cosa realmente questo significa. Ad aprile 2021, dopo un anno di pandemia, per l’Istat il tasso dell’occupazione in Italia era risalito appena al 56,6%, Nel 2019, un anno prima della crisi, era al 59,2%, La drastica diminuzione è comprensibile. È il minimo che può accadere visto che solo nell’ultimo anno hanno perso un lavoro almeno 945 mila persone, ricorda anche l’Ocse nel suo rapporto. Si tratta perlopiù di precari, giovani e donne non dipendenti, part time, intermittenti. Questa è l’emergenza sociale di cui non parla nessuno in Italia, mentre si aspetta l’apparizione del miracolo e si accendono i ceri sull’altare della famosa «crescita».

Bisogna anche sapere che un tasso di occupazione come quello italiano è uno dei più bassi tra i 37 paesi afferenti all’Ocse. Il tasso del 2019, il famoso 59,2%, fu festeggiato come una straordinaria conquista. Ma basta uscire mentalmente dall’informazione politica tossica che gioca con i numeri come con i birilli per rendersi conto che quel numero era inferiore a quello della Grecia. E i paesi con un capitalismo più strutturato a che livello sono? La Germania, alfa e omega del capitalismo sociale di mercato per le italiche «élite» , si è attestato su una media del 76%. Questo significa che in Italia il lavoro è poco, si lavora sempre peggio e si è pagati sempre di meno. Insomma il perimetro entro il quale può svilupparsi nuova occupazione, quella di cui parlano con gli investimenti del «Piano di ripresa e resilienza» fino al 2026, è nettamente inferiore rispetto alla media Ocse. Questa situazione è il risultato di una deliberata scelt che ha portato a rinunciare a politiche industriali e sociali, preferendo la precarizzazione selvaggia, i bassi salari, la rinuncia a ogni forma significativa di innovazione. Gran parte di queste condizioni non saranno affatto cambiate nei prossimi anni. A cominciare dal Jobs Act del Pd e di Renzi che permise nel 2019 di arrivare al modestissimo primato del 59,2% nel tasso di occupazione. Perché? Perché quello sciagurato provvedimento ha messo il turbo al precariato. Tanto più vanno veloci le assunzioni a termine, tanto più dovrebbe crescere l’indicatore. È un’illusione.

È in questo quadro che va spiegato anche il primato tutto italiano della disoccupazione giovanile. Ieri l’Ocse ha ricordato che era al 28,7% ed è al 33,8% (gennaio 2021). Come mai? Nel paese del precariato di massa, e a vita, sono i meno tutelati ad essere massacrati per primi e per più tempo. E questo senza considerare il fatto che gli under 29 sono tra i meno occupati d’Europa. Pesa anche la pandemia che li ha costretti, senza tutele di base come un reddito, a restare fermi. Nel boom di 717 mila inattivi che non cercano lavoro ci sono anche loro