LA POSTA IN GIOCO da 18BRUMAIO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA POSTA IN GIOCO da 18BRUMAIO e IL MANIFESTO

I cannoni di aprile e la posta in gioco

 Olympe de Gouges  28 aprile 2022

Ho dedicato nel corso degli anni diversi post alla prima guerra mondiale. In alcuni ho citato un famoso lavoro di Barbara TuchmanThe Guns of August (1962), tradotto anche in italiano in edizione economica e ormai introvabile (su ebay veniva quotato oltre 50 euro). In occasione del centenario della “grande guerra” non è stato ristampato, ed è un fatto questo molto curioso a proposito di “crisi dell’editoria”.

Tuchman ha descritto in dettaglio come gli errori di calcolo, l’onnipresente convinzione in un conflitto breve e vincibile, le manovre tattiche e gli errori accumulati, insomma come le “cancellerie” trascinarono l’Europa, in primis le più giovani generazioni, nel groviglio delle trincee e nel massacro della guerra.

Scrivevo in uno di quei post a riguardo della propaganda di guerra: «La sera del 9 agosto 1914, il generale Joseph Simon Gallieni, pranzando in borghese in un piccolo ristorante parigino, sentì un redattore del quotidiano Temps, che sedeva al tavolo accanto, dire a un commensale: “La informo che il generale Gallieni è appena entrato a Colmar con tremila uomini”. Gallieni si avvicinò all’orecchio del suo amico che sedeva a tavola con lui e gli disse: “Et voilà comment on écrit l’histoire!”».

Quindi scrivevo sulle motivazioni di quel conflitto scoppiato apparentemente quasi per caso: «La lotta per la spartizione del mondo fu la causa principale del conflitto bellico 1914-1918 che costò la vita a milioni di persone, cui s’aggiunse l’epidemia di “spagnola” che falcidiò la popolazione debilitata a causa della guerra, con circa 50 milioni di morti su una popolazione mondiale che era un quarto di quella attuale».

In un altro post, sempre del 2015, vaticinavo:

Una dinamica simile al 1914 la stiamo rivivendo nel conflitto USA-NATO con la Russia. A metà marzo, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha ripetutamente affermato che non avrebbe consentito un conflitto diretto tra Stati Uniti e Russia, perché “questo significherebbe la terza guerra mondiale”. Un mese dopo, questo è esattamente ciò che sta facendo l’amministrazione Biden.

Martedì, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha presieduto una riunione dei rappresentanti di quaranta nazioni in un consiglio di guerra riunito da Washington nella sua base aerea di Ramstein in Germania, quartier generale dell’aviazione americana in Europa.

Austin, fresco di una visita a Kiev, ha confermato che la guerra in Ucraina è tra USA/NATO e la Russia. Ha annunciato che Washington avrebbe riunito ogni mese un analogo convegno di figure militari di alto rango – che ha definito come Gruppo di contatto ucraino – per “concentrarsi sulla vittoria” del conflitto con la Russia.

Dobbiamo convincerci che questi personaggi distopici stanno facendo sul serio. Gli obiettivi della guerra sono ora chiari. Lo spargimento di sangue in Ucraina non è stato provocato per difendere il suo diritto di aderire alla NATO, come si sostiene, ma è stato preparato, istigato e massicciamente intensificato al fine di distruggere la Russia come forza militare significativa e rovesciare il suo governo. L’Ucraina è una pedina in questo conflitto e la sua popolazione è carne da cannone.

Il consiglio di guerra di Ramstein è stato organizzato per tracciare la fase successiva di questo schema. Prima e dopo l’incontro, gli Stati Uniti e altre potenze della NATO hanno annunciato il dispiegamento di armi avanzate in Ucraina. Il gruppo di contatto, ha dichiarato Austin, deve “muoversi alla velocità della guerra”.

La distinzione che esisteva nelle prime settimane di guerra limitava le armi di escalation, ora è svanita. La Germania, dopo molte esitazioni, è stata costretta ad annunciare che consegnerà un certo numero di carri armati e di blindati controaerei Flakpanzer Gepard, mentre il Canada invierà obici M777 da 155 mm., munizioni anticarro e veicoli corazzati. Gli USA ovviamente non sono da meno.

Anche l’Italia ha inviato armi e ne consegnerà ancora per alimentare il conflitto, anche se non è noto quali in dettaglio. Tutto ciò nel pieno rispetto dell’articolo 11 della costituzione, e con il placet entusiastico del suo garante rieletto per altri sette anni al Quirinale. Per tacere del Parlamento, che di fatto non esiste più da anni. A decidere di tutto c’è il cittadino Mario Draghi, preso per strada e nominato dapprima a capo di un governo d’emergenza e ora a capo del governo di guerra.

Washington è determinata a vincere la guerra, Mosca è determinata a impedire che ciò accada. Non c’è via d’uscita per nessuna delle due parti se non l’escalation. Lavrov ha infatti ragione quando afferma che la guerra nucleare è un pericolo reale e serio. Putin a sua volta minaccia l’uso di armi “mai viste”. Ho una qualche idea di che cosa si possa trattare, e non sono “armi mai viste”, poiché si vedono nei film di fantascienza (ne ho fatto cenno in passato).

Washington ha spedito armi per un valore di oltre 3,7 miliardi di dollari dall’inizio della guerra. Il regime di Kiev non è in grado e non ha la forza per sconfiggere la Russia. Il pericolo, visto dal punto di vista degli USA, è che la Russia riesca a consolidare il suo controllo sull’Ucraina orientale e sulla costa del Mar Nero. Se le forze ucraine non avanzano e anzi arretrano, il vantaggio, almeno dal punto di vista militare, si sposta sulla Russia.

Lo sviluppo del conflitto, avviato nello Studio Ovale e deliberato al Cremlino, è sempre più nelle mani dei militari e sta raggiungendo un punto di non ritorno. Una sconfitta decisiva della Russia nel conflitto richiede il coinvolgimento sempre più diretto delle stesse potenze della NATO, fino al dispiegamento di truppe.

Con le spedizioni di armi e specialisti, dichiarazioni radicali e consigli di guerra, gli Stati Uniti hanno puntato tutta la loro credibilità sulla sconfitta della Russia in questo conflitto. Per ciò che vale lo scrivo ormai da mesi: la posta in gioco va oltre l’Ucraina e anche oltre l’Europa. Il destino dell’egemonia americana, compresa la credibilità delle sue minacce contro la Cina, è in bilico. Le decisioni sconsiderate prese da Washington in passato sono così diventate la premessa principale nella logica dell’escalation bellica attuale.

Le guerre si sa come cominciano ma non come finiranno. Date retta, basta giocare con le ragioni e i torti, con le scemenze e la propaganda, c’è di che essere molto preoccupati. Tutti.

La rischiosa scommessa di Joe Biden

GUERRA IN UCRAINA. Mai così in basso un presidente nei sondaggi sul suo operato. Solo la «fine di Putin» potrebbe salvarlo da un naufragio elettorale nel voto di midterm di novembre

Guido Moltedo  28/04/2022

Nel piccolo Delaware, lo Stato che l’ha eletto sette volte senatore, la prima volta trentenne nel 1972, e dove nelle presidenziali 2020 vinse con margine di venti punti su Trump, oggi gli elettori sono divisi a metà nella valutazione del suo operato alla Casa bianca.

Da tempo i sondaggi non vanno per niente bene per Joe Biden, se mai sono andati davvero bene da quando è presidente. Ma ultimamente sono bassi in modo preoccupante.

Preoccupa non solo il persistere di un giudizio negativo ma anche, forse, soprattutto la geografia del disappunto degli elettori.

LA PERFORMANCE del presidente democratico è bocciata dalla maggioranza degli intervistati in quaranta Stati e, quel che più conta, in molti Stati chiave della prossima battaglia che vedrà impegnato il suo partito, le elezioni di medio termine di novembre per il rinnovo del Congresso. Stati in bilico, dove può essere decisivo il voto dell’elettorato indipendente e di quello indeciso.

Il declino della sua popolarità in questi segmenti umorali dell’elettorato è vistoso. In Michigan, dove Biden vinse nel 2020 con un esiguo vantaggio di tre punti nel 2020, l’approvazione del suo operato tra gli elettori indipendenti è sceso di 38 punti, in Georgia e in Minnesota di 33 punti.

PIÙ PRECISAMENTE: Biden scende di 20 punti in un anno proprio negli Stati dove si terranno a novembre elezioni molto combattute al senato e alla camera.

Le ragioni di una perdurante impopolarità, difficile individuarle in un ambito particolare della sua azione di governo di questi mesi iniziali di presidenza.

Il pacchetto di riforme economiche, grandioso all’inizio, è stato ridimensionato, ma resta un intervento importante, così come l’efficace contrasto della pandemia dopo la gestione criminale del suo predecessore.

Ma queste svolte rispetto all’era Trump non sembrano contare. C’è crescita economica, c’è un mercato del lavoro più forte, ma siccome i prezzi al consumo sono molto saliti in un anno – 9,8 per cento, molto più che in Europa – e si sente l’inflazione, c’è diffuso malumore.

E la guerra? In altre epoche, avrebbe creato e alimentato un clima di sostegno trasversale al commander-in-chief, che l’avrebbe fatto andar su nel gradimento.

Non nell’America di questi tempi, dove solo due giorni fa, in commissione esteri del senato, il repubblicano Rand Paul, ha chiesto senza giri di parole al segretario di stato Tony Blinken di rispondere delle responsabilità di Biden. Il presidente, ha detto, ha «agitato» Putin con il suo sostegno all’allargamento della Nato, con l’inclusione dell’Ucraina, «facendosi così avvocato di qualcosa che il nostro avversario assolutamente odiava e considerava una linea rossa» e dando al leader russo «ragioni» per invadere l’Ucraina che, aggiunge, come la Georgia, anch’essa invasa nel 2008, era parte dell’Urss. Rand Paul è un politico sui generis. Ma non è l’unico a esporsi in modo critico nel mondo repubblicano tuttora egemonizzato da Trump e dalla sua visione America First.

CERTO, NON CI SONO segni di contestazione nel Congresso allo stanziamento di 3,7 miliardi di dollari per la fornitura di armi a Kiev. Ma questo ha a che vedere col sostegno indiscutibile al complesso militare industriale più che con una condivisione di responsabilità politica con il presidente nell’intervento al fianco degli ucraini e contro i russi.

Nel Partito democratico questo sostegno c’è, anche nelle correnti di sinistra, a parte il dissenso del piccolo ma combattivo gruppo dei Democratic Socialists of America. Mentre nel Partito repubblicano solo una parte è esplicitamente interventista. Resta forte la corrente dei cosiddetti natcon, i “national conservatives” legati a Trump e al suo «pensatore» ancora in servizio attivo Steve Bannon, sostenitore di una diplomazia scevra da valori da esportare e unicamente concentrata su tangibili interessi nazionali. «Non abbiamo alcun interesse, nessuno nel movement di Trump ha alcun interesse nelle province russofone dell’Ucraina orientale. Zero».

Carta bianca a Putin, dunque, che del resto opera nel quadro di «legittimi interessi di sicurezza» che la Nato non può mettere in discussione o a rischio, comprese tutte le aree dell’ex Urss.

NON SONO POSIZIONI solo ideologiche ma riflettono umori diffusi nell’elettorato di destra se è vero – secondo un sondaggio di febbraio – che la maggioranza dei repubblicani ha più fiducia in Putin che in Biden. Decisamente in minoranza, anche per via dei disastri in Afghanistan e in Iraq, la corrente dei “neocon” che fornirono la base ideologica alle follie bellicistiche dei Bush, resta il Partito democratico a sostenere una politica interventista, anche militare.

Ma la logica, la dinamica del conflitto ucraino, con il suo intensificarsi, anche con l’incremento degli aiuti americani, rendono intanto la guerra in corso una proxy war in cui è sempre più evidente il coinvolgimento americano.

La scommessa di Biden è enorme, di fronte a un paese, il suo, che non gli riconosce la statura del commander-in-chief.

SI BASA sull’assunto di una prossima caduta di Putin. Che, dopo e insieme alla sconfitta di Trump, sarebbe per Biden un risultato di portata storica. Diversamente, una guerra che si prolunghi e trascini sempre più nel suo gorgo l’America porterebbe prima alla sconfitta sicura dei democratici a novembre e poi a una lunga paralisi politica dell’amministrazione di Joe Biden in attesa della sua certa defenestrazione.

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